Il distacco ben temperato.

9 gennaio 2010

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Certo è dura la scuola per i nostri (perchè mai “nostri”?) giovani.

Fanno fatica per quelle cose che per noi dell’altro ieri era quasi relax.

Pensieri della possibilità occupano i cervelli dei (vostri?) ragazzi.

La ricerca della possibilità rinuncia, o non la capisce, all’essere ora, nel presente, a dire in forme non omertose e non vili ciò che hanno da dirci, a noi, a me, a quelli di ieri l’altro.

La loro ricerca delle “possibilità” segue i sentieri dell’illimitato contemporaneo ove possibile e impossibile convivono, rendendo vana la ricerca stessa.

Questo “non sapere”, purtroppo e molto spesso, viene come “tradotto” ( e dunque tradito) dagli adulti (siamo sempre noi di appena un momento fa storico). Già, i padri e le madri. Vogliono prendere in mano il volante di quella splendida fuoriserie chiamata “possibilità”, per i figli, ma sostituendosi ai disegni di quel regno animale necessario e cruento che li chiama.

Poi, se i figli non si allontaneranno e non seguiranno più le leggi naturali del distacco, saranno i loro padri e le loro madri a punirli, rovesciando loro l’orrore di una vecchiaia (in un universo sociale ove la morte è differita ad oltranza), spandendo l’olezzo chimico della morte che circola nella casa, quella ove si torna sempre.

Le possibilità dunque possono restringersi e rattrappirsi, ancora, nell’unica e ultima casa che si chiama famiglia.

Il femminile in questo caso offre coinvolgimenti vertiginosi, confliggendo continuamente con le sponde del possibile e del non possibile.

I giovani contemporanei dovranno prima o poi costruire un contratto nei rapporti tra generazioni…  se vogliono scegliere la via del distacco.

La miniatura di Milano ha colpito il Capo

8 gennaio 2010

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L’evento del ferimento del Capo si diluisce nello spazio mediatico, viene assorbito e metabolizzato troppo in fretta. Dobbiamo acciuffarne il senso, e se non si tiene stretta una qualche analisi si lascia spazio alla manipolazione storica. Come nel caso di  Bettino Craxi: esibizione di un martire, eroe, vittima sacrificale.

Se non la trascriviamo oggi la Storia, con qualche strumento freddo e distaccato, quasi chirurgico, accadrà lo stesso per colui che si è autodefinito l’Unto del Signore.

Una miniatura del simbolo di Milano ha colpito il Capo. Oggetto banale.

Poteva essere un piccolo panettone in bronzo ma si tratta di un simbolo temporale, per quanto accettabile: la sua diffusione si limita alle feste natalizie e poi scompare per tutto l’anno.

Il Duomo invece rappresenta storicamente la città di Milano.

È stata dunque una miniaturizzazione di Milano a colpire il Capo milanese.

Il signor Tartaglia è uno psicolabile pensoso, che sa maneggiare i simboli, sa che i simboli sono armi, anche se in questo caso ha pericolosamente accorciato le distanze simboliche, a suo danno e a nostro danno.

Se il gesto viene valutato come l’atto poco significativo di una persona disturbata il suo disturbo tuttavia disegna un percorso logico impressionante.

Il signor Tartaglia ha espresso il suo odio per il Capo e questi, specularmente, ha sentito il colpo, rispondendo con vaneggiamenti ideologici sull’amore in un rovesciamento mimetico immediato, quasi animale.

Il colpo non è psicologico, visto che la “vittima” sacrale che lo ha ricevuto ha risorse su questo versante pressochè illimitate.

È fisico, corporale, è uno sfregio all’equilibrio chirurgico-estetico, e soprattutto il colpo ha prodotto dolore, realtà. Forse aperitivo di un incubo di realtà che irrompe nell’irreale corpo porno-pop.

Il colpo ha prodotto anche una sospensione temporanea dell’esposizione  mediatica del Capo, al di là di quella ostensiva immediata e sanguinolenta subito dopo il ferimento di cui ha parlato Marco Belpoliti – ma anche prima ne abbiamo accennato in forma letteraria  in questo  stesso Journal –  uno spazio vuoto occupato da figure minori, orfane, non per questo meno pericolose, anzi, portatori del classico complesso da clone e dunque aggressive, in preda ad un delirio di perdita e, per quanto momentanea, precarietà.

Purtroppo il sangue del Capo rimarrà una icona che rimanda ad altre, per chi ne ha memoria.

Il ricamo, su questo, lo lasciamo libero.

Va comunque detto che al tramonto del Capo seguirà un pasto cannibale.

Laboratorio Roma

24 dicembre 2009

antonio-marchetti-zaha-hadid.jpgL’immagine che vedete qui sopra è l’immagine “plastica” di un muro contemporaneo. Di fronte c’è una diga edilizia che ricorda i giochi postumi di Aldo Rossi. È il nuovo museo romano progettato dall’architetto anglo-iraniano Zaha Hadid, il MAXXI, nuovo acronimo che sta per museo nazionale delle arti del XXI secolo, in via Guido Reni, che dopo dieci anni dal bando di concorso è stato ultimato. È stato già inaugurato, ma è chiuso. La “vera” inaugurazione ci sarà nella tarda primavera. Nel bar di via Flaminia il barista lo considera bello e dice che lo hanno inaugurato già quattro volte mentre una studentessa dichiara che è un vomito di cemento che deturpa il paesaggio (sic!). La vista è quasi occlusa, il museo è avvolto da recinti zincati alla moda, quei grigliati che ricordano le calze erotiche femminili che oggi “smaterializzano” l’architettura ma stimolano l’immaginario. Fotografare questo manufatto è stato per noi difficile. Ma così come i mega oggetti (arredamento?) della Hadid non potevano essere toccati alla Biennale di architettura veneziana (nonostante il tema indugiava sull’antica parola “fruizione”) allo stesso modo è arduo e difficile fotografare questo museo che, vogliamo sperare, si ritiri in splendidi interni. Le dichiarazioni dell’architetto circa i suoi innumerevoli viaggi a Roma e sulle sue ricerche di impatto urbano rimangono, appunto, pure dichiarazioni. Forse la Hadid è architetto di interni. E gli interni vanno bene in qualsiasi luogo del globo terrestre. Ma innalzare ancora “muri” a Roma, per quanto si possa rendere fluido il cemento e “cristallizzare” la matematica, ci lascia perplessi. Ci penseranno gli architetti globali  a depistare le nostre impressioni pessimistiche nella nuda vita italiana, e romana, in questo fine decennio del XXI.

Antonio Marchetti a Cansano (AQ)

21 dicembre 2009

 

Il paradigma dell’emigrazione ispira questa installazione di Antonio Marchetti espressamente realizzata per Cansano. Un paradigma del moderno e della contemporaneità raccolto in una pittura tridimensionale fatta di abiti, stracci e oggetti “narrativi” sulla quale si sovrappone una videoproiezione archeologica- antropologica; mentre il sonoro comprime lo spazio pressurizzandolo, in ossessivo e ripetitivo leit-motiv acustico che martella la mente e le memorie. Non si pensa solo alle emigrazioni di almeno due terzi del secolo XIX, gli italiani del ceto medio alfabetizzato, degli esuli, dei patrioti e  degli aristocratici che in America o in Inghilterra fondarono riviste e imprese. Qui ci si riferisce soprattutto ai quattro milioni di emigranti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, spesso analfabeti, sino a quelli intervistati da Mario Soldati nelle banchine dei porti negli anni Cinquanta a cui chiedeva: cosa vi siete portati da leggere?

La storia si svolge per specularità rovesciate. Noi da diversi anni conosciamo l’immigrazione, siamo l’America per centinaia di migliaia di persone. Lampedusa, o le rive fatali, i centri di prima accoglienza sono la Ellis Island nostrana. I nostri comportamenti sono il riflesso nello specchio scuro di una memoria che rimesta nel corpo della nostra identità. Senza esprimere giudizi o valutazioni “morali”, più semplicemente, l’intenzione  di Antonio Marchetti è quella dell’arte: invitarvi nelle proprie stanze offrendovi una narrazione contemporanea.

In fondo anch’io – scriveva Ennio Flaiano di se stesso – sono un emigrante, un emigrante intellettuale.

 

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A Rimini letteratura in cucina.

17 dicembre 2009

 

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A Roma, nei piccoli ristoranti grotticine per turisti di Via del Pellegrino o intorno a quell’isola precaria e in parte ancora felice, che si estende idealmente sino al ghetto, non si parla più come  sorpassati ristoratori ma si fa letteratura. Per l’ordinazione vi si dice: “ora vi narro le cose salienti della giornata” e di seguito la lista del mangiare. Leggere il menu è come leggere un racconto minimalista. Qui a Rimini nella serata del 21 dicembre, in una cantina dal nome affascinante, letterati si incontrano per dialogare su un libro. L’invito che ho ricevuto prevede l’adesione ad una cena successiva che si presenta allettante. Il menu viene presentato, anche qui, come “un succinto racconto”. La cosa a colpirmi è la prima offerta, l’entrèe: L’uovo e la cipolla.

Tutto è riportato alla separazione degli elementi, ricondotti a immagini primarie come in un libro illustrato per bambini. Non si tratta di uovo e cipolla, non identitari e mescolati in un unico piatto (o unica parola) e neppure di uovo con cipolla. Noi non sappiamo come gli elementi saranno giocati tra loro nel piatto su cui mangeremo. Per saperlo, dobbiamo leggere la narrazione, e dunque ordinare quel piatto. In ristoranti con clientele selezionate ci sono menu con brani di Baricco o di Hemingway. Insomma la letteratura si è sempre occupata della cucina, gli stessi termini sono interscambiabili nei reciproci mestieri ma qui è la cucina che si occupa di letteratura, che l’ha ben compresa facendola propria. Tutto dunque andrebbe allora rovesciato. La letteratura dovrebbe essere il menu stesso mentre per la cena si elencano gli ospiti letterari i quali, anche se non trovano nulla da mangiare, si mangiano tra loro per la gioia del pubblico già sazio di geniali e narrativi menu.

Caro Tartaglia

15 dicembre 2009

 

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Caro Tartaglia,

tu sei la banalità del male, hai fatto male a tutti noi, ci hai fatto fare passi indietro incommensurabili.

Perchè lo hai fatto? Perchè i tuoi quadretti luminosi non hanno avuto successo?

Aleggiano leggi speciali, come ai tempi del terrorismo, tra non molto la tua cazzata la pagheremo in molti, e si giustificheranno, con la solita manipolazione dell’imperatore e i suoi lacchè, limitazioni delle libertà individuali nell’esprimere proprie opinioni.

Ci mancava l’idiota, mancava questa figura nella patetica storia di questo quasi ventennio.

E poi, diciamolo, tutto l’apparato protettivo dell’imperatore ha fatto fiasco; mentre i ministri preposti si autoassolvono, impegnati in questioni finedimondo non sono in grado di difendere il loro padrone dall’idiota qualunque, espressione della regressione aggressiva italiana. Su questo idiota gli ex e post fascisti giustificheranno leggi speciali, anche contro questo Journal, di tipo iraniano.

Io ho ferito il cavaliere.

13 dicembre 2009

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Sono stato io a colpirlo in faccia. Non sono cose che si programmano, avverti che sei uscito da te stesso, che hai abbandonato te stesso che consideri spazzatura, puro rifiuto inutile. Ho colpito lui ma in realtà ho colpito mio padre, mio fratello, e anche mia madre, tutte persone che mi hanno ridotto la merda che sono. Di ritorno dall’igiene mentale e dalle solite chiacchiere o di ritorno dal lavoro a settecento euro verso quel tugurio di stanza giù al Naviglio Pavese dopo le ex Cartiere Binda, dove lavorava quel bastardo fascista di mio padre, ho cambiato piano per andare a sentire il cavaliere. Il capo tuonava nella piazza, con il dito sempre puntato (come faceva sempre quella bestia di mio padre) e si è avvicinato muovendo una massa di gente ed energia come Padre Pio e così, tranquillo, gli  ho sbattuto in faccia quella stronzata che mi ritrovano in mano per fargli veramente male. La sua faccia col sangue che ho intravisto quando lui è stato insaccato in macchina era quella che volevo vedesse tutto il mondo. Solo dopo il gesto ho capito che lo sbotto di sangue che gli avevo procurato significava qualcosa di grande, come dicono a Dubai: un gioiello e una icona, due delle tre parole magiche. Ho pensato, mentre mi saltavano addosso, che quell’immagine sarebbe stata uno stimolo ad alcune budella immortali dell’Italia che si piega ad un dito puntato. Quel sangue, il sangue di quell’animale-uomo, finalmente uomo e non più cavaliere, avrebbe acciuffato l’immaginario storico degli italiani. “Immaginario”, la terza parola magica del mondo virtuale di Dubai-Truman Show. Spero mi metteranno in un luogo tranquillo, appena un po’ meglio del tugurio dove vivo.

Al centro dicono che sono intelligente e colto, e che potrei fare tante cose se solo lo volessi.

L’ho fatto.

Memorial Cansano

3 dicembre 2009

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CENTRO DI DOCUMENTAZIONE DI OCRITICUM

MUSEO DELL’EMIGRAZIONE

 

A cura dell’associazione Culturalmente

 

Nello spazio del centro di Ocriticum l’artista Antonio Marchetti realizzerà una installazione inedita, appositamente progettata per Cansano.

Il progetto installativo accoglie sicuramente le suggestioni del Museo dell’emigrazione – nelle immagini e negli oggetti in esso raccolti in maniera per certi versi struggente –  ma soprattutto le memorie stratificate nei luoghi stessi –  se non nel luogo stesso, Cansano –  in cui si è deciso di realizzarlo.

Ma questo grumo di memoria, che Marchetti traduce in una disseminazione teatrale e scenonografica di vite e di mondi, è esplicitamente coniugato al presente, al nostro giorno dopo giorno ove il nostro sguardo tende sempre di più a non vedere e a distrarsi. L’intenzione di Antonio Marchetti è quella dell’arte: invitarvi nelle proprie stanze offrendovi una propria narrazione contemporanea.

L’imperatore mafioso

30 novembre 2009

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Abbiamo firmato tutte le petizioni e gli appelli possibili. Abbiamo partecipato a tutto e partecipiamo, nel nostro pane quotidiano, ad un possibile/impossibile “risorgimento”. Piuttosto stanchi, impegnati salvificamente e individualmente ad autoproteggerci. Quando i mafiosi pentiti parleranno dell’imperatore d’Italia aggiorneranno le intuizioni e le intelligenze attivate già da tre lustri. Ma il tempo ci trova impreparati. Giovani italiani potrebbero afferrare il testimonio, ma chi li porge a chi? Come si presenta il cervello dei giovani italiani? Mi riferisco a coloro che restano non a quelli che hanno preso, davvero, sul serio l’Europa e vanno via, buon per loro.

Gramsci e la Callas

20 novembre 2009

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La prima volta, poco meno che ragazzo, vidi la famosa fotografia di Gramsci, quella in cui sembra un santo o un martire cristiano. Poi conobbi il titolo della sua opera, “Lettere dal carcere”. Molto più tardi ci fu la poetica di Pier Paolo Pasolini con “Le ceneri di Gramsci”. Il tutto aveva il sapore di una sacralità martiriologica o cristologica,  sicuramente mistica, e se così non fosse sarebbe decisamente mitica e rituale.

Uno storico antropologo qui non potrebbe che verificare un divisione di genere non tradizionale, trattandosi di un eterosessuale (si presume) ed un omosessuale che si dichiara tale.

Con Pasolini c’è la combustione e poi la cenere di quel mito sacro.

Siamo nel campo dell’opera lirica; non a caso Pasolini ammirava così tanto la Callas.

Ma anche alle  ceneri possiamo appassionarci, con disincanto, senza necessariamente cadere nel narcisismo sacrificale o semplicemente nostalgico.

Amore e ginnastica di Edmondo De Amicis

9 novembre 2009

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Scordatevi “Cuore”. “Amore e ginnastica” di Edmondo De Amicis è proprio un’altra cosa. È un libro sul vojerismo erotico e sulle fantasie sessuali. Astro attrattivo di tali pulsioni è la maestra di ginnastica Pedani mentre il segretario Celzani il suo infelice e frustrato spasimante. L’universo educativo pedagogico che fa da sfondo, in quel mondo torinese post unitario, non è poi molto distante. Nel linguaggio enfatico  del congresso nazionale dei maestri di ginnastica ivi descritto ci sono già le retoriche fasciste in nuce, l’esaltazione della razza, la gioventù portatrice della fiaccola dell’avvenire con il vigore del corpo consacrata alla nazione. Un riverbero anche nell’oggi, con quel ministero quasi invisibile denominato “della gioventù”, presieduto da una seriosa e mal truccata giovinetta che organizza riaggiornate colonie estive. L’età non è una classe, ci ricordava Franco Fortini qualche decennio fa.

Se volete rimanere affezionati al De Amicis di “Cuore” e al suo “guazzetto di lacrime”, come lo definì Giovanni Pascoli, non leggete questo libro. Se volete rimestare nell’italica letteratura con occhi nuovi e con lo spirito benjaminiano di un primo mattino leggetelo senz’altro, vi divertirete, riderete, e riacciufferete tutta la freschezza e la brillantezza della nostra lingua italiana, la più marginale tra le lingue del globo, purtroppo, anche se viene studiata in alcune università in culo al mondo.

Mattini d’inverno

2 novembre 2009

antonio-marchetti-mattino-dinverno.jpg«La fata, presso la quale si ha diritto a un desiderio, c’è per ognuno. Solo che a pochi riesce di ricordarsi del desiderio che hanno espresso; così solo pochi si accorgono del suo compimento nel corso della loro esistenza.» (Walter Benjamin, Infanzia berlinese) 

Tornare a Ravenna

1 novembre 2009

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Il giudizio sulla città in cui si vive deve sempre tener conto di quello distaccato e straniero di chi è di passaggio, o di chi torni nei luoghi dove si è vissuto dopo un certo tempo. Il sapore di una città risiede  anche nel dettaglio minimo dello sguardo straniero e condisce con una sua propria pietanza il piatto collettivo che, molto spesso, risulta autoreferenziale.

Lo sguardo del distacco spesso lo si cerca nelle figure alte e consacrate dal successo, spingendo tutto nella forma di un medaglione, di una icona mediatica. Invece, quello sguardo straniero, si trova nell’imprevedibiltà della vita di ogni giorno, che ci riporta nei luoghi in cui abbiamo vissuto o che ci pone di fronte una città mai vista prima. Ciò che conta è che in entrambe le esperienze del luogo, noi siamo in grado di assaporare qualcosa di essenziale e immediato e per nulla superficiale. Andiamo in profondità osservando le forme. Questo è accaduto pochi giorni fa quando siamo tornati dopo alcuni anni a Ravenna. In questa città lo sguardo deve arrendersi a seguire due grandi forme. Una città intrusa ed una estrusa. Queste due forme non abitano in luoghi separati ma sono presenti contemporaneamente in una specie di forma sublime che aspira all’unità.

Bella Ravenna, si apre solo con password, il centro è stupendo e nella forma intrusa c’è il suo magmatico e popoloso, ma geometrico, territorio arcaico-globale altamente produttivo (a parte questo particolare periodo).

Il nostro agire

26 ottobre 2009

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Un certo silenzio, una rarefazione di interventi su questo Journal sono dovuti a problemi di stomaco più che di testa o di pigrizia intellettuale.  Gli eventi italiani seguono una accellerazione verso la rovina e l’autodistruzione; bisogna lasciar sedimentare il lavoro delle viscere affinchè sorga un qualche pensiero lucido e distaccato. Quanti siamo ad andare di corpo in modo inconsueto o ad essere afferrati da conati di vomito? Molti, una grossa minoranza. Ma ormai l’indignazione è la forma aggiornata della rassegnazione.

Ciascuno può fare molto nel piccolo mondo in cui vive e lavora, nel quotidiano (il “territorio” è il quotidiano spaziale ed esistenziale). La Costituzione sancisce, ancora, la nostra libertà, cominciamo ad applicarla giornalmente, di primo mattino. Ogni autocensura, ogni timidezza, qualsiasi pavidità relativa al nostro agire rappresenta un calpestare i diritti che costituzionalmente ci sono riconosciuti. Così facendo calpestiamo anche quelli degli altri, di quelli che coraggiosamente resistono e tutto alla fine ricadrà su tutti.  La  perdita dei diritti ce la vogliamo anche noi, nei nostri comportamenti spesso ipocriti.

Tra breve potrebbe essere troppo tardi.

Massimo Cacciari a Ravenna

15 ottobre 2009

 

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Venerdì 30 ottobre, alle ore 18.00, presso la Sala Arcangelo Corelli del Teatro Alighieri, Massimo Cacciari, filosofo, Ordinario di Estetica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, nonché sindaco di Venezia, terrà una conferenza dal titolo Da Leopardi a Beckett.

Hamletica, l’ultimo libro di Cacciari, pubblicato da Adelphi nella primavera del 2009, indaga una triade basilare del pensiero dell’età Moderna e Contemporanea, quella composta da Shakespeare, Kafka e Beckett. Nello specifico, la figura di Amleto, quella di K., il protagonista del Castello, e quella dei “solitari” – Vladimiro ed Estragone, Hamm e Clov –, attori dei drammi beckettiani.

Cacciari cita un passo fondamentale di uno dei Racconti in sogno del grande poeta francese Yves Bonnefoy: «Il mondo stava per finire» poiché «l’insieme delle immagini prodotte dall’umanità avrebbe superato il numero delle creature viventi». Su ciò si gioca il destino dell’artista (scrittore, pittore, musicista,  ecc.) “dell’ultimo giorno”. Cosa deve fare? Indugiare? “Farla finita”? Continuare «il nauseante gioco delle rappresentazioni, magari nella forma della dissacrante ironia?». Ma, per Cacciari, Beckett è già «oltre l’artista dell’ultimo giorno». La sua scrittura è «una perenne, infaticabile lotta contro il dis-correre in cui siamo immersi, una perenne ascesi verso il poterlo dis-dire attraverso la sua stessa, implacabile rappresentazione». La nota dominante non è l’“ironia”, ma il “comico”. E qui ritorna Leopardi: «Quanto più l’uomo cresce [...] e crescendo si fa più incapace di felicità, tanto egli si fa proclive e domestico al riso, e più straniero al pianto».

Il volume ha ricevuto, all’inizio di ottobre, il premio De Sanctis 2009 per la saggistica, che ha riconosciuto «l’alto valore critico» di una ricerca «schiettamente saggistico-ermeneutica su grandi autori del canone occidentale». Premio ancor più significativo, dal momento che i concetti e la prosa di Cacciari non hanno mai concesso molto al grande pubblico, svolgendo un serrato percorso di riflessione sul pensiero negativo (Krisis, 1976), sui principi primi e ultimi della filosofia (Dell’Inizio, 1990 e Della cosa ultima, 2004), sulla “dualità” e sul conflitto come radici dell’Europa (Geofilosofia dell’Europa, 1994 e 2003 e L’Arcipelago, 1997 e 2005) e sull’ermeneutica dell’arte contemporanea (Icone della Legge, 1985, 2002 e Tre icone, 2007). Cacciari non è nuovo al palcoscenico della nostra città, invitato più volte, negli anni Novanta, dal Circolo Gramsci (si ricordano le sue conferenze su Simone Weil, Leon Battista Alberti, Dante e Francesco), e, negli ultimi anni, da Ravenna Festival. La conferenza di Cacciari al Teatro Alighieri affronterà alcuni temi trattati nel suo recente libro. L’incontro, organizzato dalla Fondazione Ravenna Capitale con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, sarà introdotto da Alberto Giorgio Cassani, docente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e Presidente della Fondazione.



COMUNICATO STAMPA

9 ottobre 2009

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COMUNICATO STAMPA

 

Non esistono poteri assoluti

Almeno per ora

 

Non tutto è perduto, in Italia, ALMENO PER ORA.

 

E, ancora una volta, è stata la Costituzione della Repubblica a indicare la strada da percorrere.

 

Non era possibile conciliare la Legge Alfano con l’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza dei cittadini.

 

Per questa ragione il Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna, con numerose associazioni e alcune forze politiche, aveva, a suo tempo, promosso il Referendum abrogativo della legge Alfano e raccolto le firme necessarie, in provincia di Ravenna e in tutta Italia.

 

Non avevamo dubbi: la suprema Corte avrebbe dichiarato l’incostituzionalità della legge Alfano ma, nel frattempo, chi informava la cittadinanza nel merito della grave aggressione alla legalità costituzionale ancora una volta in atto?  Poche voci libere, nella stampa e nelle TV, lo stavano facendo.

 

Con la raccolta delle firme, che  superò di molto le 10000 nella provincia di Ravenna, abbiamo attivato una ampia e capillare opera di controinformazione e di resistenza civile.

 

Ora ci aspetta un altro compito, non meno urgente del precedente.

 

In primo luogo, vigilare per il pieno rispetto della sentenza della Corte. Inoltre, sono annunciate riforme costituzionali che potrebbero stravolgere la Costituzione e “legalizzare”  il “primus super pares” che l’avvocato Ghedini ha avuto il coraggio di teorizzare di fronte alla Corte. Una aberrazione politica e giuridica che si colloca al di fuori della tradizione liberaldemocratica europea, ma che ha, almeno, il pregio della chiarezza, perché rende esplicito che chi ci governa, oggi, vuole superare l’equilibrio dei poteri, e dare vita a un esecutivo da cui dipendano sia il Parlamento che l’ordine giudiziario.

 

Prossima probabile mossa, la Repubblica presidenziale, con il presidente eletto direttamente dal popolo.

 

Ieri sera il presidente del Consiglio è stato chiaro, con una aggressione al Presidente della Repubblica inaudita e con una tremenda invettiva, che dice tutto della sua concezione del potere: “viva l’Italia, viva Berlusconi”.

 

Tutto chiaro.

 

Talmente chiaro che ci chiediamo: E’ COMPATIBILE CON LA NOSTRA REPUBBLICA CHE E’ ANCORA UNA REPUBBLICA PARLAMENTARE un presidente del Consiglio che si esprime e che agisce così?

 

Riteniamo di NO.

 

Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna

8 ottobre 2009

Nostra Signora dei Turchi.

17 settembre 2009

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I denti con intercapedini e plinti acciaiosi si trasformeranno in utili ancoraggi per una faccia che tende al retrattile ed alla catastrofe.

Il pene d’acciaio, incuneato nel mutabile e capriccioso cavernicolo verticale, infiammerà muscolatura  tessuti e derma che imploderanno, raccogliendosi a brandelli scomparenti e liofilizzati su un cilindro priapico-metallico smussato.

L’uso nei decenni di rialzature di calzari fatte realizzare in centri di ricerca specializzati ma parcellizzati –  per sopperire ad una autopsicomenomazione – comprometterà la spina dorsale che tenderà ad una compensazione curva, una cifosi devastante che va a pescare subdolamente nell’anamnesi ancestrale del paziente la cui retrostoria presenterà aporie e tempi vuoti; cifosi probabilmente acutizzata anche dall’attuale progressiva lesione autoprodotta delle vie cerebrellari.

Il rachitismo negli arti inferiori, già visibile in età adulta, troverà aggiuntiva tragica evoluzione in gambette non più in grado di sostenere un peso corporeo, fuori baricentro, che aumenta di settimana in settimana.

L’immagine di insieme è di un vecchio deforme, una deformità accompagnata da un dispositivo tecnologico di sostituzione che renderà la deformità particolarmente mostruosa nel suo perverso confine con l’uomo macchina, l’uomo robot, l’uomo bionico.

Allora, forse, quando il mostro apparirà esibendo la sua morte anche tecnologica (almeno così accade per ora), gli inattuali di ieri saranno i contemporanei di domani.

Morte di un imperatore pornopop

17 settembre 2009

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Come immaginare la morte dell’imperatore oggi? Come potrebbe morire nell’immaginario individuale, il mio, l’egoarca (come lo definisce sofisticatamente Giuseppe D’Avanzo)?

Mi verrà in aiuto Maurizio Cattelan e una sua opera: Papa Giovanni Paolo II schiacciato a terra da un meteorite. Per l’attuale imperatore pornopop egoarca la morte la vedrei comunque causata da portento celeste, una traiettoria altrettanto verticale, improvvisa e implacabile, transpolitica e aideologica. Penso al fulmine. Un fulmine che colpisce solo Lui e risparmia le bodyguard. Un fulmine piccolo e potente, circoscritto in una rara fenomenologia di elettrica sventura. Il corpo probabilmente verrà carbonizzato e quasi polverizzato, una nerezza insostenibile allo sguardo per qualche attimo contornerà una dentatura bianca che ricorderà il gatto del Ceshire di Alice.

Il reporter che catturerà questo attimo vincerà il Premio Pulitzer o lo venderà a El Pais. La Chiesa cattolica cercherà di minimizzare l’evento cercando di allontanare per quanto possibile qualsiasi interpretazione che possa coinvolgere l’intervento divino. La conferenza episcopale negherà la mano di Dio; il Papa farà riferimento a casualità tragiche dovute alla metereologia e farà citazioni scientifiche per dimostrare che Dio non c’entra. I laici e le frange atee della società al contrario esibiranno striscioni e lanceranno slogans nelle piazze e banner sul web molto semplici: Dio esiste.

Il politico

4 settembre 2009

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Oggi il politico dice la verità, tutta la verità che la tradizione politica italiana ha accumulato.

Dice la verità della politica nella sua messa in vendita nel mercato dei media. La verità oggi è nuda, ed è esibita nella sua terribile potenzialità autodistruttiva, dal politico sotto contratto, senza più le vecchie maschere barocche.

Distruggere l’altro è abbastanza un modo per distruggere alla fine anche se stessi.

Dopo la morte dell’Imperatore sarà peggio, ci sarà la ferocia cannibale dei senza contratto, delle verità senza più il padre padrone. Le verità senza più ascolto.

Caprera, Garibaldi

5 agosto 2009

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Caro Presidente Giorgio Napolitano

 

La Sardegna più che un’isola pare un bonsai di continente, ci sono montagne dolomitiche in scala 1:3. Tale propensione alla grandezza in un mondo lillipuzziano  è confermata dalla monumentalità nuragica. A Caprera, nella casa-hacienda di Giuseppe Garibaldi – nostro eroe nazionale non si sa per quanto – c’è la miniatura d’Europa, e del mondo. Dalla costruzione svizzera al padiglione prefabbricato inglese, dalla tecnologica poltrona da campo ripiegabile sino al girarrosto a carica meccanica e alla macchina per il burro, qui, nella sua casa, si respira aria moderna. Ma proprio qui, la curiosità e l’originalità di quell’eroe patrio sembrano arrestarsi, lasciando noi fermi, come il suo mulino, e paradossalmente più indietro. La guida accende la luce della stalla e rischia di rimanerci fulminata con i vecchi interruttori ed i cavi elettrici a vista; non conosce l’inglese ed il mio collega turista non può capire nulla perchè la signora che ci fa da guida non conosce l’inglese; a molte nostre domande non sa rispondere. Le fotografie e i documenti messi a parete non sono leggibili perchè un vetusto e retorico cordone antigaribaldino ne impedisce la vista. Non si può fotografare nulla. Non c’è una piccola libreria dove acquistare qualche libro o riproduzione fotografica.

Qui una volta tanto ho avuto il desiderio del kitsch, acquistare una statuetta di Garibaldi da sistemare tra i miei libri.  Non ce ne sono. Padre Pio in Italia vince sempre. Centro metri fuori c’è un piccolo bar fermo agli anni Sessanta (del Novecento), confesso che mi piace sgarrupato com’è, che vende fazzoletti rossi con l’immagine dell’eroe dei due mondi in decalcomania. Ma non sto facendo una gita vintage, sto nel luogo che ha a che fare con qualcosa di fondativo, che meriterebbe di più. Dunque tra due anni si festeggerà il centocinquantesimo anniversario dell’Unità. A Caprera si farà qualche restyling, forse si ripristinerà all’ingresso della casa la guardia d’onore, per un po’, pompa magna per l’occorrenza, all’italiana, ma la memoria vera che si esprime nella custodia e al decoro di un luogo fondativo nel giorno dopo giorno credo che non l’avremo mai.

 

Con cordialità e stima

il suo connazionale

Antonio Marchetti

Italiana

28 luglio 2009

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Pare che le cose vadano avanti in qualche modo.

Dove si vada non saprei dire con razionalità.

In questo incessante procedere italiano non vorrei proiettare una condizione soggettiva, una percezione soggettiva, su una realtà che magari va alla grande. Coloro che definiscono il nostro precipitare non conoscono la perenne catastrofe, l’ansia continua, l’incessante fallimento che sempre ci accompagna nel nostro procedere. Poco conoscono la nostra sconnessa e quasi impossibile narrazione storica.

Siamo minori; ci piacciono i dettagli o cose che nessuno osserva ( ma prima di noi le osservavano?).

Dio non è nei dettagli. Nei dettagli sta l’uomo.

Qualche uomo. Che si fa carico dei non ancora uomini.

Allora, dove andiamo? Dove andremo lo possiamo leggere dal come stiamo.

Ma come stiamo non lo dice quasi nessuno.

Tra musei e strade d’Europa

17 luglio 2009

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Nel centro storico pochissime auto, non si parcheggia in strada, le strade e i marciapiedi sono per i pedoni e le bici. Queste vengono fatte riposare a migliaia nei sotterranei vicino alla stazione. In albergo ti offrono un ticket illimitato per girare sul tram in città e fuori. Non vedo negozi di cellulari e mi pare che gli abitanti ne fanno un uso normale e discreto. Molte librerie dedicate all’infanzia, con tavoli e poltroncine per leggere prima di acquistare e giochi per i bambini. Negozi elegantissimi che sembrano templi innalzati al dio tabacco, in effetti qui puoi fumare piuttosto liberamente ed in alcuni locali puoi persino assaporare i mattutini valori antichi: caffè, giornale, sigaretta, tutto insieme. Nelle antiche democrazie, ricche democrazie, si può essere tolleranti. Mi torna alla mente quell’ordinanza del comune di Napoli che proibiva di fumare nei giardini pubblici in piena emergenza dei rifiuti e respirazione di diossina quando vi davano fuoco. Prendiamo dagli altri le cose buone per darci una facciata ma restiamo idioti. Ci manca sempre la sostanza.

Ci sono qui molti bei musei e collezioni superbe ma non c’è quello snobismo di chi ha “scoperto” la cultura e che alla fine non gli è propria, al naturale voglio dire. Sì, sono un po’ “aristocratico”, ma da autodidatta la cultura mi è servita a vivere, ad essere più che apparire, per usare un usurato slogan.

Siamo a Basilea. La Svizzera non fa parte dell’unione europea, chiederà qualcuno. Non rispondiamo.

Quando ritorniamo a casa, è più forte di noi, non ce la facciamo ad essere diversi da quello che siamo. Ogni volta che ci spostiamo nel Nord Europa ritorniamo con la coda tra le gambe e con dure lezioni difficili da smaltire. Qual’è dunque la ragione che ci consente di stare ancora in Europa?

La ragione forse sta nel fatto che in Italia ci sono alcune Regioni, tra le quali forse quella in cui vivo, che giustificano l’inconsistenza di altre? Ancora, con fatica e affanno crescente, c’è una parte d’Italia che si fa carico di tutta quell’altra, di quella parte inerte e parassitaria, inchiodata a modelli antropologici che appaiono immutabili, con gli stessi tormentoni sociologici della mia adolescenza – l’ultimo, le centinaia di migliaia di giovani che emigrano dal sud al nord d’Italia.

Sperpero di intelligenze ed energie vitali utili al sud, dicono i politici progressisti. Fanno benissimo, dico io. Anzi, spostatevi ancora più a nord ed andate a costruire l’unica cosa che ci rimane di bello e utile: Diaspora Italia. Superata una certa età sarete catturati dal retaggio mimetico e dalle abitudini e non avrete più lo sguardo del distacco. Ritornano gli anni Cinquanta, siamo ancora nel lungo dopoguerra e forse si ricostituirà la famosa Cassa per il Mezzogiorno. Il dopoguerra resiste solo da noi.

Il nostro vecchio professore

11 luglio 2009

 .

 

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«Lei rimanga se stesso, sia fedele a ciò che è veramente. Le cose sue che mi manda le leggo volentieri. Lei deve decidersi. C’è in lei una tensione lirica, mascherata troppo da problemi di forma e stile, che dovrebbe decidersi a coltivare. Mi ha fatto piacere rivederla, adesso mi scuso che prendo posto, sono già in ritardo.»

 

Vecchio professore, rimarrà sempre tale. Chissà come lei, in tutti questi anni, sia rimasto se stesso, “fedele a ciò che è veramente”.  Come accade spesso si danno consigli rischiosi a coloro che rappresentano la possibilità di un volo a cui noi abbiamo abdicato. Il vecchio professore, sempre più sovente, parla di se stesso quando si rivolge agli altri, a me.

Il vecchio professore non dovrebbe più presentarsi in pubblico, “parlare”, in pubblico, andare in televisione. Ciascuno di noi porta in sè un “proprio” secolo e dovrebbe trarne le debite conseguenze.

Anche quest’anno la nostra splendida città propone il Festival…

3 luglio 2009

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Ai Festivals della Cultura, ai convegni ed alle esposizioni d’arte ci si va con qualche attrezzatura; o no?Se ci vado devo capir qualcosa su quell’evento, giusto? Chi può costruire una parte almeno di questa attrezzatura è la scuola, mi pare. Ma se la scuola smette di “costruire” con chi parlerò di quel Festival? Già, parlerò con chi ai Festivals ci va per farsi vedere, e sottoporsi ad una rapida endovena di cultura sotto le mutande. I Festivals aumentano con la diminuzione dell’intelligenza nazionale, in modo tale che tutto può coesistere nella moltidudine senza significati; ma non è ancora così. C’è chi ha studiato e studia ancora, che vive, ancora, osservando il prossimo,  e che ha un barlume di curiosità del mondo reale.

Il Partito Democratico, qualche piccolo libro e i lettori di scambio.

2 luglio 2009

 antonio-marchettisingle-luminosi.jpgNon so più a chi parla il Partito Democratico. Non a me, almeno per ora. Nel frattempo mi sono riletto Corrado Alvaro, “L’Italia rinunzia?”, un libricino della Sellerio che lo scrittore scrisse nel 1944 e pubblicato un anno dopo. Ho accompagnato questa rilettura con un altro piccolo libro di Guido Crainz, “L’ombra della guerra”, piccola antologia critica dei nostri esordi. Io consiglierei la lettura di queste due piccole cose per seguire il Partito Democratico. I giovani, che badano allo “spessore”, troveranno questi libretti di leggerezza accettabile. Ma cosa c’entra il dopoguerra con la contemporaneità? L’assenza di lettura critica degli italiani di allora è la stessa di oggi, mentre noi, sparuta minoranza single che non va in televisione e che non ha voce pubblica ( a parte questo discutibile “journal”), dobbiamo riassistere agli errori periodici, alla retorica di un eterno ritorno e all’ignoranza. Una ignoranza che non si riscatta simbioticamente circondandosi da artisti e intellettuali vip che badano più al fatturato narcisistico ed economico che ad una appartenenza (labile e ondivaga, all’italiana). Ammettiamolo, la generazione degli oltre cinquantenni e sessantenni ha fallito da quelle parti, salvando se stessa naturalmente, si è ben autoalimentata. Dell’Imperatore non parlano mai, vivono nell’astrazione, nella rappresentazione tautologica, schiavi dello specchio. Mi appaiono perdenti. Perchè si propongono già da perdenti. Non hanno capito quasi nulla degli ultimi dieci anni.antonio-marchetti-camera-verde-1988.jpg

Riporto il testo di un articolo apparso sul Corriere della sera di oggi, a firma Claudio Magris, nel quale si denuncia il rischio di una possibile abrogazione dei lettori di scambio dalle università italiane.

 

In Italia esistono lettorati di scambio di lingua ebraica in 7 università, Torino, Venezia, Bologna, Pisa, Firenze, Roma e Napoli. Essi svolgono un ruolo fondamentale nella diffusione della lingua e della cultura ebraica così com’è parlata e vissuta in Israele oggi. La loro scomparsa sarebbe un colpo durissimo che allontanerebbe ancora di più gli studenti italiani da un mondo vivace e intellettualmente ricchissimo come quello israeliano.

 

Ci auguriamo che le università italiane vogliano rivedere questa loro decisione e che i lettori di scambio di lingua ebraica possano continuare a svolgere il loro ruolo con ancora più entusiasmo e incisività, perché la bella cultura israeliana, che ha prodotto scrittori premiati e apprezzati in tutto il mondo come Amos Oz, David Grossman e A.B. Yehoshua ( per citare solo i più famosi), possa essere sempre più conosciuta e studiata in Italia.

 

 

Minna Scorcu

Coordinatrice Ufficio Culturale

Ambasciata di Israele

Via Michele Mercati 14 – 00197 Roma

Tel. 06.36198513

Fax 06.36198555

E-mail cultura@roma.mfa.gov.il

 

 

ABOLITI PER MANCANZA DI FONDI NONOSTANTE LA NOSTRA ARRETRATEZZA LINGUISTICA

I lettori stranieri cancellati dall’università

Sarebbe triste lasciar morire, per mancanza di fondi, iniziative spesso, non sempre, creative e stimolanti

L’ Università italiana, già perico­lante come un edificio colpito dal terremoto, riceve un’ulteriore vigo­rosa spallata dalla legge 6.8.2008 n. 133, art. 24, che, abrogando una legge precedente in vigore da anni, abolisce i lettori di scambio, i quali esercitano una funzione essenziale per l’Universi­tà stessa. I lettori di scambio sono i let­tori di madrelingua straniera — tede­schi, francesi, inglesi, spagnoli e così via — che vengono in Italia per inse­gnare ai nostri studenti la loro lingua.

Analogamente i lettori italiani si recano in Germania, Francia, Inghilterra, Spagna o in altri Paesi a insegnare l’italiano. Non occorre una particolare genialità per capire come sia necessario o quantomeno estremamente utile, per apprendere ad esempio l’inglese, impararlo da un insegnante di madrelingua inglese. Non occorre nemmeno una particolare genialità per rendersi conto di quanto sia importante, sempre e ancora di più oggi nella realtà europea in cui viviamo, la buona conoscenza delle lingue. L’Italia, così creativa su tanti fronti della cultura, è invece sotto questo profilo alla retroguardia; nell’Unione Europea siamo, in genere, gli ultimi della classe quanto a conoscenza delle lingue; spesso anche persone colte e rappresentanti politici sono goffi e impappinati, quando incontrano colleghi di altri Paesi europei, come Alberto Sordi in quel vecchio film in cui, per diventare vigile urbano, deve superare un esame di francese, non sa dire in quella lingua «mia zia» e cerca di cavarsela dicendo «ma zie».

Quest’arretratezza linguistica non data da oggi, ma ha una negativa tradizione alle proprie spalle, di cui è colpevole pure una certa cultura – anche alta ma retorica, opposta alla sana concretezza anglosassone – che in passato ha privilegiato, negli studi letterari, l’indagine estetica – certo essenziale e gloriosa – sulla conoscenza pratica della lingua in cui sono scritti testi immortali. Carente era soprattutto, anche in molti profondi cultori di letteratura capaci di leggere i testi ossia dotati di una buona o anche ottima conoscenza passiva di una lingua, la padronanza della lingua parlata. L’importanza di quest’ultima per orientarsi nella realtà politica, economica, culturale e sociale di un Paese dovrebbe essere più che evidente. Lo status dei lettori di madrelingua straniera ha bisogno non certo di essere cancellato, bensì semmai rafforzato e soprattutto definito con chiarezza, perché in passato la sua indeterminatezza ha provocato disagi: l’incertezza dei loro compiti, l’insufficienza e i ritardi nella corresponsione dei loro emolumenti hanno provocato uno strascico di proteste più che giustificate, pretese talora confuse e immotivate e vistosi processi. Indebolire il già debole livello di competenza degli studenti italiani in un campo così importante è un atto d’incredibile miopia che non ha a che vedere con scelte politiche di destra o sinistra. Le Ambasciate dei Paesi con i quali vigeva l’accordo di scambio dei lettori di madrelingua — Francia, Austria, Canada, Germania, Polonia, Spagna, Belgio, Israele, Portogallo, Paesi governati da partiti di centrodestra come di centrosinistra — hanno protestato vivamente presso il nostro ministero, ribadendo l’importanza del lavoro culturale dei lettori ed esprimendo stupefatta preoccupazione.

D’altronde il nostro ministero non ha da temere, da parte loro, misure di ritorsione nei confronti dei nostri lettori che insegnano italiano nei loro Paesi, i quali non si sognano di prenderle perché sarebbero autolesive, come nella famosa barzelletta del marito che si evira per far dispetto alla moglie. L’abolizione dei lettori di madrelingua viene motivata con l’urgenza economica di risparmiare, viene messa in conto alla crisi. Risparmiare, e dunque tagliare spese, è certo necessario. Ma si possono scegliere i rami da tagliare, sempre a malincuore ma col senso della gerarchia d’importanza. Per restare nell’ambito della cultura, ad esempio, vi è in Italia una fioritura di Festival di vario genere, convegni, eventi che costano non poco.

Sarebbe triste lasciar morire, per mancanza di fondi, iniziative spesso— non sempre — creative e stimolanti, ma se si deve scegliere è meglio — o meno peggio — cancellare Eventi anche di grande richiamo piuttosto che indebolire istituzioni (come la scuola, gli ospedali) la cui prosaica ma fondamentale attività quotidiana non finisce a grandi titoli sulle pagine dei giornali, ma è ben più importante per la vita generale del Paese. Appartengo a quella corporazione, abbastanza numerosa, che ha occasione di frequentare, non malvolentieri, quei Festival e quegli Eventi, ma dobbiamo tutti sapere che la civiltà di un Paese consiste più nella qualità delle sue attività e funzioni concrete che in pur suggestivi fiori all’occhiello. La conoscenza delle lingue fa parte di que­sta normalità fondamentale. Indebolirla significa, in una classe di studenti europei, venir messi all’ultimo banco col cappello dalle orecchie d’asino; significa voltare le spalle all’Europa e favorire un’autarchia culturale oggi impensabile. Speriamo non si finisca, un giorno o l’altro, per sostituire, nelle nostre università, i lettori di madrelingua inglese o tedesca con lettori di madrelingua bergamasca o triestina.

Claudio Magris02 luglio 2009

Dopoguerra

30 giugno 2009

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Le guerre possono essere brevi, i dopoguerra lunghissimi.
Quando finisce un dopoguerra?
Il Muro venne eretto nel 1961, 16 anni dopo la fine della seconda guerra.
Viene demolito 28 anni dopo, dieci anni fa.
Il dopoguerra, nella sua insolubilità, agisce ancora nei miti contemporanei italiani, nelle forme tecnologiche e mediatiche (era il fascismo a far vibrare gli animi dei giovani con canzoni e seduzione mediatica).
Il dopoguerra non finisce mai e “dopo” assume un significato fittizio e atemporale.
Forse, per noi, quella guerra, ha solo “sospeso” caratteri e peculiarità che il “dopo” ha rimanifestato in forme più organizzate e decise, senza più alibi etici, ormai crollati definitivamente, siano essi laici che cristiani.
Il dopoguerra, per molti italiani, è un po’ come gli esami eduardiani che non finiscono mai o, per fedeltà all’autore, una nottata infinita.
Eppure, tra stragi attentati guerra mafiosa depistaggi corruzione sembrava apparire nei primi anni Novanta una certa aria nuova. Ma ci eravamo dimenticati del vintage neo fascista e del marketing, eravamo distratti, qualcuno guardava solo i tribunali.
La figa ci piaceva ma l’uso mediatico del consenso politico attraverso la figa dev’essere sfuggito (dopo quasi vent’anni sfugge ancora ad alcune vecchie trombone della sinistra).
Eliogabalo in ascesa ha ampliato la figa televisiva nella vita reale.
Vince, con la figa si vince.
I moralisti attuali che condannano la presenza parlamentare di donne, o di ministri al governo, che provengono dal mondo di Eliogabalo dimenticano la famosa battuta di una onorevole pornostar: quando entro nel parlamento tutti i membri si “alzano”.
Wladimir Luxuria non aveva certo esperienze “politiche”…
Chi ha iniziato a immaginare il Parlamento come una estensione della “Dolce vita”?
Non importa più. Questo è il dopoguerra infinito italiano.

Simonetta Melani su “Il grande vetro”: Gineceo di Antonio Marchetti

29 giugno 2009

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Simonetta Melani

Stringimi ma non troppo

 

Geniale. Questo ho pensato dell’immagine di copertina dell’ultimo libro di Antonio Marchetti, Gineceo. Occhio, sorriso, baffo ammiccante, abbraccio o animaletto palpitante nel verde morbido carnoso anello-nido fra le sue punte terminali che son radici e frutto o testa e piedi di minuto cordoncino ora bambino, ombelico, talco, culla, profumo di legno amarognolo, selvatica gioia rossa dei campi e altri giochi con altra erba in altro modo: tutto questo è il nodo di Bettina.

Si tratta di un nodo che è richiamo ad arte, frutto di gioco di lingua e di palato, un gioco infantile e quindi ironico, erotico, ma anche eroico perché non a tutti era ed è dato saperlo fare come lei lo faceva: ”Dalla ciotola prendeva una ciliegia, staccava il picciuolo, se lo metteva in bocca e te lo restituiva sulla punta della lingua annodato…”. E Marchetti, che è amico da tempo, artista e scrittore da sempre, privatamente poi mi scrive: “Mia nonna me lo faceva su richiesta (dovevo pregarla sino a ossessionarla) ma ti assicuro, lo faceva. Quel nodo, come puoi capire, è paradigma familiare, psicologico, simbolico. È nodo femminile al di là delle elucubrazioni erotiche adolescenziali del narratore. C’era in quel gesto della nonna qualcosa di virginale, di puro e incontaminato, nonostante tre figli ed una sessualità subita più che vissuta. Nodo virginale, sei d’accordo?”. Come no.

Ed è in questa scia di purezza che si muove il libro, ambientato in una città sul mare, città che soprattutto è casa, anzi case; famiglia anzi nonfamiglia; amici ma anche crude solitudini, insomma lo scorrere della vita di un ragazzino negli anni Sessanta in un paese/città dell’Abruzzo sull’Adriatico che si fa paese/città del mondo. Autobiografico? Non del tutto. L’autore, nato a Pescara, ci avverte maliziosamente che “fatti e personaggi sono immaginari”.

Il libro si annoda e si snoda, appunto, in un paesaggio simbolico fatto di amori, tradimenti, prostituzioni, inghippi, sogni, sacrifici, piccole mediocrità, sorprendenti tenerezze e nefandezze, canzonette e visioni che riemergono da un passato adolescenziale provincial/universale, da un quartiere popolare a mezz’Italia che è l’Italia intera e che impantanandosi si arranca verso l’ambita, piatta architettura d’una periferia anonima ma finalmente borghese come dio comanda: salottino buono, tinello in formica, mangiadischi e annessi e connessi, proiezione di un benessere che sarà come promette: inequivocabilmente e volgarmente traditore. Insomma, benvenuti in casa nostra ci diciamo.

E ci sguazziamo, e da lontano ne sorridiamo addirittura, con punte di nostalgica beota beatitudo, noi, vecchi bambini d’allora, come non ricordare? E Antonio tira fuori la lingua e ne fa linguaccia con buona, sottilissima cattiveria umoristica, perché sa che in fondo ciò che lo salva, al di là di tutto e tutti, è questa sua arguta ironia che ha messo radici in questo paesaggio umano a cui si adegua con una scrittura che come un surf ora cavalca l’onda fra frizzanti evanescenze e ora s’inabissa in cupi abbattimenti esistenziali: un’adolescenza che si fa stile. Come eravamo? Così, come Marchetti, ci dipinge. Tu gratti quel che non ti veste della narrazione e magicamente vieni fuori tu, quello che tu eri allora; vieni fuori proprio tu, bambino di primo pelo, generazione anni Cinquanta/Sessanta, fra il cinema, le figurine, i primi pruriti, il giubbocsse e la televisione condominiale, pane burro marmellata e quando calienta el sol.

Leggendo queste pagine sì, gratti e vinci sempre. Non puoi uscirne fuori senza un sorriso, che è tuo, solo tuo. Non puoi andare a diritto, da cima in fondo, senza soste: devi fermarti, chiudere libro e occhi, sorridere al tanto di ieri e al nulla che ora è e ricominciare: fermate d’obbligo tue, solo tue.

Ah, i buoni, cari parenti-serpenti della nostra convulsa adolescenza, che stava in bilico fra la saggezza contadina, cattiva, feroce, rude ma umana, e un futuro da cartolina a colori, sventolato come una sicura vincita al lotto, finalmente. Che si vince? Un’utilitaria presa a rate, magari una cinquecento elle che sta per lusso, poltroncina ribaltabile, finestrino aperto con radiolina, color blu notte, decappottabile pure, per vedere il cielo, blu nel blu, su una strada lanciata verso il chissà dove. Dove?

Un baiser da qui, Antonin, ta Simone.

 

Antonio Marchetti, Gineceo, Edizioni Il Filo, Roma dicembre 2008, pp. 123, € 14,00

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Il grandevetro è un bimestrale di immagini, politica e cultura. Esce immancabilmente da trentadue anni e si regge solo sul volontariato e sugli abbonamenti.

 

Il Grandevetro – Via I Settembre, 43/b – 50054 Fucecchio (FI) – ilgrandevetro@alice.it 

Passare al bosco o l’Isola delle Rose?

25 giugno 2009

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Italia calcificata; già dieci anni fa una ultima dinamizzazione possibile, ora è sostanza inorganica che si aggrappa al passato. Saluti fascisti, faccetta nera cantata in qualche scuola in culo al mondo (fare mondi), giovani invisibili e muti, pre-iraniani, il femminile in offerta, come sempre. Non siamo fermi ma in retromovimento progressivo. Svergognati ma senza vergogna.

 

Marina centro a Rimini: tutti i negozietti vendono le stesse immagini: Mussolini e gagliardetti littori.

 

I bambini e i ragazzi vogliono il fuciletto nelle colonie estive del ministro della gioventù, e anche la divisa.

 

E noi? La nostra generazione? La memoria è una nicchia, una trappola o un fallimento? E il presente, dov’è, qual’è? C’è il successo di chi marcia questo presente ma non ci sarà memoria per ridimensionarli, mentre l’insuccesso di oggi sarà ANCHE l’insuccesso di domani. Cominciare a tener presente quella famosa ipotesi di Ernst Jünger, oggi attuale? Passare al bosco?

 

O ricostruire al largo del mare di Rimini l’Insulo de la Rozoj (l’Isola delle Rose) dell’estate del 68?

 

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Tra gli articoli sul caso Berlusconi pubblicati da altri giornali britannici, spicca poi la vignetta del Sun: un parcheggio pieno di limousine per il summit del G8, ciascuna con una bandierina della nazione che rappresenta sul cofano; quella italiana è letteralmente ricoperta di giovani ragazze maggiorate e seminude, che lavano la macchina brindando con calici di champagne.

(Enrico Franceschini, La Repubblica)

L’imperatore e la latrina

23 giugno 2009

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Ricordate Gustav von Aschenbach (Dirk Bogarde) con il trucco che si scioglieva sulla faccia? Il film era “Morte a Venezia” di Luchino Visconti. 

Nella storia attuale di minorenni e puttane (escort) dell’Imperatore pop italiano non c’è la musica di Gustav Mahler ma quella di Mariano Apicella, le cui canzoni sono scritte dall’Imperatore in persona.

La pappa arancione del trucco cola dalla faccia della scultura pop, ormai vecchio e patologicamente irrecuperabile. 

Qui ci vuole Artaud alla matriciana: Eliogabalo muore nella piscia di una latrina, l’Imperatore pop, peggio di Mussolini, finirà nella latrina mediatica che lui stesso ha alimentato, nei giornalacci mondani che gli sono congeniali. E dopo? Cosa accadrà? Gli orfani che faranno? Qui non c’è un corpo esposto su cui sputare e infierire come a Piazzale Loreto. Non c’è stata una guerra miserabile ma solo una facile manipolazione di massa. I servi cosa faranno? E gli oppositori, pavidi e dubbiosi, cosa faranno? Sarà peggio, dopo? 

Aforisma estivo

18 giugno 2009

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Il successo può dare dei problemi.

Mai come l’insuccesso.

A.M.