La democrazia e il maialino di Nonna Papera

Maggio 4th, 2011

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marchetti verdetto

Qualche anno fa lessi su Topolino una bella storia con Paperino protagonista.

Quasi tutte le domeniche Paperino va a trovare Nonna Papera, per gustare le sue buonissime torte. Nel recinto vicino la casa c’è un maialino che Paperino immancabilmente insulta e disprezza: “guardati come sei brutto, sporco, sempre a rotolarti nel fango, non fai nulla, mangi a sbafo,vergognati!”. Ma un giorno Paperino viene raggiunto da una drammatica telefonata di Nonna Papera che lo informa circa il rapimento del maialino e della richiesta di un riscatto. Paperino si mobilita immediatamente, si mette nelle tracce dei criminali, li trova, li fa arrestare e libera il maialino tutto felice che abbraccia riempiendolo di baci e carezze. Il maialino viene riportato dalla nonna tutta contenta e rimesso nel suo recinto. La domenica successiva Paperino come al solito si reca dalla nonna fermandosi prima davanti al recinto e, rivolgendosi al maialino, ricomincia con gli insulti: “guardati come sei brutto, sporco, sempre a rotolarti nel fango, non fai nulla, mangi a sbafo,vergognati!”

La democrazia è come quel maialino; la critichiamo e la disprezziamo, la sottoponiamo ad atroci e cinici giudizi ma se qualcuno ce la sequestra o la uccide siamo disposti a tutto per riaverla e per farla rivivere, brutta o insoddisfacente che sia.

Arcimboldo Savinio e altre milanesità

Aprile 6th, 2011

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Marchetti-Urbini- Mostra Arcimboldo

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Il dipinto di Savinio dal titolo Una strana famiglia, del 1947, contiene più di un motivo arcimboldesco.

In effetti, Giuseppe Arcimboldo e Alberto Savinio si ritrovano quasi insieme in questi giorni a Palazzo Reale.

Ad accompagnarci nella mostra del pittore greco-italianissimo c’è la voce di Toni Servillo che legge una selezione di brani tratti dalla ponderosa produzione saviniana (non c’è scrittore italiano per gli italiani più straniero di Savinio – scriveva Leonardo Sciascia).

Trovandomi in orario di apertura mi aggiro felicemente da solo tra le sale, affiancato costantemente dal custode con il quale cerco di condividere ad un certo punto qualche mio commento, fingendomi crudelmente più ignorante di quello che sono. Lui ben felice inizia a spiegarmi i quadri e a parlarmi di Dio. «Vede queste sfumature, son cose difficili, non sono casuali, è un dono di Dio e guardi le onde del mare e il cielo, l’artista non ha fatto tutto da solo, è aiutato da Dio, senza Dio non può fare niente». Il custode vedeva Dio dappertutto. Io ero affascinato e gli davo briglia ma fino ad un certo punto, sino al bozzetto di una piastrella pensata per la casa di Malaparte. Gli spiegai che la maiolica pavimentale era per la casa di Capri. «Ma veramente? Io sono di Napoli e a Capri ci andavo sempre, ma dov’è questa casa?»

«Lei si ricorderà, è una casa che sul tetto ha una gradinata». «Sì, quella lassù in alto, mi ricordo». Fine di Dio e nascita dell’uomo, in alcune autenticità. Non sarebbe dispiaciuto a Savinio questo teatrino. La mostra di Arcimboldo è ben curata e ben allestita, soprattutto è molto efficace la documentazione relativa all’ambiente milanese ed europeo della seconda metà del XVI secolo. Ho visto finalmente il famoso autoritratto di Giovanni Paolo Lomazzo, conosciuto come l’autoritratto in veste di Bacco, e le tempere di Jacopo Ligozzi per le splendide collezioni librarie.

Uscito dalle sale di Palazzo Reale, di Europa (quella saviniana e arcimboldesca ma anche di quella odierna) ne vedo sempre di meno a Milano, che meriterebbe di più, riacciuffando quella speranza che serpeggiava nelle pagine di Ascolto il tuo cuore città, lo splendido libro di Savinio su Milano scritto nel 1943 e pubblicato l’anno dopo, quando la città fu devastata dai bombardamenti. Nella bancarella di via dei Mercanti trovo, qualche ora dopo, la prima edizione mondadoriana di Infanzia di Nivasio Dolcemare a soli 30 euro. Tout se tient.

E il contemporaneo?

Mimmo Paladino ha riproposto tra il Museo del Novecento e Palazzo Reale la montagna di sale infilzata dagli anoressici cavalli. A Napoli, in Piazza del Plebiscito, c’era il vuoto che valorizzava l’opera; qui pare come rinsaccata e pure schiacciata dal Duomo; è una piccola montagnola, transennata, che non interagisce per nulla.

Il titolo è: “La città che sale”. Avete capito eh? Il gioco di parole di boccioniana memoria!? Non è il massimo questo titolo, lo so, ma che volete farci.

Nella Galleria Vittorio Emanuele Paladino è anche atterrato con un aereo dipinto da lui (in realtà è opera di alta carrozzeria e verniciatura). Titolo dell’opera : “Cacciatore di stelle”, alla Alan Sorrenti, suo corregionale. Cose così in genere attirano i giapponesi ma ora con i problemi che hanno se ne vedono molto di meno in Galleria.

Per gli scudi e i quadri ero distratto da una dirompente primavera ripulita da venticello alpino, non volevo perdermi questa metereologia fortunosa.

Recentemente di un certo interesse per l’arte contemporanea è la dichiarazione di Maurizio Cattelan di lasciare l’attività, in continuità “evolutiva” con quella mostra di diversi anni fa “Torno subito”. Galleria chiusa: fuori questo avviso all’ingresso. L’ennesima opera di Cattelan dopo l’allestimento mediatico della sua morte.

“The end”.

Titolo alla Mel Brooks.

Sforacchiare il Guggenheim Museum di New York

Marzo 28th, 2011

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vario son da me stesso.je prie..

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“Quando la prima bomba atomica colpirà New York, l’edificio non verrà distrutto: Potrà volare in aria per qualche miglio, ma quando verrà giù, rimbalzerà“. Con queste parole, ci ricorda Francesco Dal Co, nel 1945 Frank Lloyd Wright illustra al pubblico newyorkese il modello della “Modern Gallery”, il Guggenheim Museum. Nell’anno del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki l’immagine evocata da Wright risulta piuttosto inquietante, oltreché bizzarra. La fiducia nelle proprie forze e capacità erano per l’architetto americano fuori discussione; l’unica architettura che si sarebbe salvata era la sua, anche perchè, secondo lui, a New York non c’era l’architettura, il suo Guggenheim sarebbe stata la prima vera opera architettonica. C’erano voluti 17 anni per portare a termine il “gigantesco portapillole”, come aveva sarcasticamente definito il Guggenheim Lewis Mumford. Da allora ad oggi bombe non sono cadute a New York, se si esclude il tremendo attentato alle due torri del Word Trade Center ritenute dai terroristi più iconiche, oltre che più “redditizie” dal punto di vista della devastazione materiale e umana.

Tuttavia, almeno virtualmente, la molla di Wright, è stata massacrata e quasi distrutta. Parliamo di cinema. Nel thriller di Tom Tykwer, “The International”, dopo una serie di vicissitudini che vede un agente dell’Interpol inseguire per mezzo mondo una grossa organizzazione criminale, le scene finali si svolgono nel Guggenheim Museum, ove si concluderà anche l’esito dell’indagine in una sparatoria forsennatta ove l’opera di Wright viene completamente sconciata a colpi di pistole automatiche e mitra. Anche la cupola viene colpita dalle raffiche di pallottole e crolla sui corpi dei criminali.

Per i cultori della religione di Wright c’è da star male nel vedere quelle immagini, mentre per i criminali, e gli agenti, quel museo è un luogo come un altro.

Tre punti Einaudi a Rimini

Marzo 18th, 2011

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antonio marchetti e 99 malattie

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La libreria Einaudi di Rimini si è spostata di alcune decine di metri, al civico 17, nella stessa via Bertola. Spazio ampio e funzionale e più disponibile ad accogliere gli incontri con gli autori, letture e altre attività, non ultime le periodiche esposizioni d’arte contemporanea che qui faranno meno fatica a competere con lo spazio dei libri. Per rimanere al 17, in questo caso il giorno del festeggiamento del 150° anno dell’unità d’Italia, la libreria ha pre-inaugurato il nuovo spazio, ormai quasi pronto, ospitando due autori einaudiani, Michela Murgia e Marcello Fois, entrambi diversamente sardi. Grande successo, grande voglia di ascoltare, di partecipare, di leggere. La città felliniana-mortifera si arricchisce di un ulteriore luogo ove esercitare il proprio esserci autentico e spontaneo, a dispetto della vacuità e distanza degli amministratori e politici impegnati tra notti rosa, capodanni, fondazioni e rifondazioni varie a colpi di cambiali in protesto. Non c’è altro modo, la città bisogna costruirsela, o una parte di essa, e difenderla con le unghie. Il pomeriggio con Murgia & Fois è scivolato via piacevolmente e non è certo mancata la politica e la polemica, nel senso etimologico alto, visto che i due scrittori si sono autodefiniti “scrittori antagonisti”. Il nervo scoperto di scrivere per una casa editrice la cui proprietà pone problemi di coscienza (un mal di denti aperto da Vito Mancuso mesi fa) non è stato affatto rimosso, anzi, ciascuno ha ribadito la propria posizione motivandola con chiarezza e onestà. Tuttavia si dovrebbe parlare più di letteratura, la propria, o quella che si ama, per evitare quella  tendenza che ormai ha preso piede nei talk-show televisivi o nelle interviste ove si parla sempre d’altro; se si è attore, regista, scrittore, pittore (raro) tutto in ogni caso si sposta nella richiesta o nel fornire opinione su tutto, e raramente si entra nello specifico di ciò che si fa, se non altro per capire di cinema, di letteratura, di arte.

Si può essere antagonista, forse,  parlando un pochino più di letteratura, e trovare in essa la forza scardinante e rivoluzionaria da contrapporre alla cultura piatta e manipolatoria del glamour. Michela Murgia ha posto una domanda molto importante, e le sono grato per questo, circa gli scrittori italiani in un confronto con gli americani. Chi narra la nostra storia così come la sanno ben narrare gli scrittori americani? Una domanda che risuonerà per lungo tempo. Lo so, avrei dovuto alzare il ditino e dire che forse Sebastiano Vassalli, anche lui einaudiano, qualcosa ha pur fatto. Forse gli americani hanno una identità e appartenenza, almeno a tavola, davanti all’annuale tacchino? Può essere!

In bocca al lupo ai nostri giovani librai.

Locus solus

Febbraio 28th, 2011

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marchetti-gambalunga

Una felicità semplice, fatta di un lavoro dignitoso, della possibilità dell’individuo di provare quanto vale. Di ricevere quanto merita. Non è il sogno di un paradiso inesistente ma di un luogo un po’ diverso, dove l’ingiustizia, il favore, la raccomandazione del potente di turno o addirittura un posto in consiglio regionale o in parlamento, non esistano più.

Roberto Saviano

Saremo costretti a mangiarci anche noi i maestri, gli eroi, i portavoce della legalità; già si comincia. Un cannibalismo inevitabile, contenuto nei media e determinato dall’esposizione stessa degli eroi, soprattutto se gli eroi si incamminano verso il  mito, con la loro funzione riparatrice, di ricomposizione sociale e di attivazione di coscienze; miti necessari. Sarò sempre dalla parte di Roberto Saviano. Già questo mio enunciato lo trovo stupido ed impoverente. È la gabbia in cui sono costretto a scegliere, una limitazione della mente, una condizione tutta italiana ove sono libero, ma in uno spazio pressurizzato. Nelle grandi opzioni (Bene/Male, Mafia/Legalità, Giudici/Imperatore porno-pop, Saviano/Presidente della Mondadori e così via) c’è poco da discutere, stiamo dove siamo sempre stati, già da adolescenti: nel giusto e nella verità, anche con quegli antichi paraocchi ideologici. Non si può ignorare il fatto che in questo modo ci si impoverisce; subiamo perenni bicromie a stesura piatta, non per scelta stilistica, ma per imposizione del negozio di colori. Mi impoverisco nel compulsivo bisogno di informazione; più sono informato è più mi inaridisco mentre nei talk-show mi si invita a prendere coscienza acquistando un libro che viene pubblicizzato, o per andare a vedere quel film, quel teatro. È alquanto raro che un ospite televisivo non sia legato ad un business editoriale o mediatico, in senso buono, come sono buoni il successo ed il glamour. In queste barricate mediatiche tra grandi semplificazioni oppositive, dopo che sono scomparsi i partiti e le ideologie che ci chiamavano a prendere posizione, in questa immediata richiesta di una scelta sembra contenuta una forma di dominio di massa, la creazione di menti prigioniere. D’altra parte ad impoverirsi è la letteratura stessa, che deve soccombere a quella “eroica”, di “indignazione”, mobilitante, che si vende di più.

È impressionante la mole di energia economica, pubblicitaria, editoriale  e mediatica, che il declino italiano mette in campo. Per non parlare delle grandi manifestazioni di massa, sempre più originali e già confezionate per il  messaggio-massaggio dei media. Allo stupore della stampa internazionale circa l’accettazione passiva degli italiani dello stato esistente, corrisponde il mio stupore circa il grande business della “vergogna” e dell’”indignazione”, con le alte percentuali di share televisivo ove sono protagonisti gli eroi, con imponenti investimenti pubblicitari. L’accellerazione antropologica degli italiani, distorta e drammaticamente devastante, è stata determinata dalla televisione; tale rimane. Gli anni ideologici ci spingevano sino al conflitto interiore, sconciavano identità. Le grandi narrazioni televisive oggi semplificano i conflitti e ricompongono identità falsamente semplici. Identità spendibili nel mercato. Non eravamo così. Eravamo complessi. L’Italia è un disastro anche per questo: il sistema democratico collassa, ma sul collasso si fanno affari. Abbiamo firmato di tutto sul web, tutte le petizioni possibili. Non scendo in piazza da anni, per me la piazza è il caffè la domenica, o il mercato del sabato e a volte quello dell’antiquariato una volta al mese. Basta, la piazza delle nostre città è fatta per la vita e non per la controvita. Vorrei  una felicità semplice, alla Saviano. Desidero essere normale, quasi un qualunquista, un qualunquista informato, un qualunquista responsabile. Con un’etica, parola magica. Le grandi opposizioni valgono ora, ma domani, quando questo laboratorio italiano della latrina eliogabalesca forse verrà smantellato, nella speranza di un ricominciamento di cui dubito, chi mi garantirà la libertà, la sfumatura, la voce fuori dei due cori, l’autonomia di pensiero, l’audacia di essere contro per dire finalmente sì a qualcosa? Chi, chi lo garantirà? Coloro che oggi si professano i “conservatori” della legalità? Quale lingua parleremo? Quella piana ed equilibrata, moralmente depurata ed eticamente corretta (corretta dall’editor, anche), quella che oggi è lingua oppositiva e che contiene una prefigurazione di futuro e di nuovo ma che forse è solo movimentazione resistenziale e conservativa di norme costituzionali, a cui sino a ieri prestavamo una distratta attenzione? Nondimeno, la facilità con la quale viene sconciata ed attaccata da virus letali la regolamentazione istituzionale, dimostra non solo la nostra consueta distrazione storica concernente la “cittadinanza”, ma anche la debolezza degli anticorpi, oggi sfibrati in una estenuante e sorprendente “testimonianza”, spesso perdente ma che tuttavia deve farsi carico di carenze fondative. Gustavo Zagrebelsky ci mette in guardia circa l’uniformità della lingua, spia di una degenerazione della vita pubblica, e di quella politica. Ma la lingua che si contrappone alla degenerazione ed alla corruzione della vita pubblica è anch’essa spia di qualcosa: debolezza e monotonia, slogans e ripetitività, nuovi ricatti ideologico-consumistici, riduzione del cittadino a spettatore-consumatore, riduzione della tavolozza cromatica della lingua.

Una vera decostruzione della lingua del tempo presente la si fa con una lingua “altra”, che non abbiamo.

Fellini e Flaiano

Febbraio 13th, 2011

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il bidone

Copertina originale de ‘Il bidone’ con schizzi e disegni di Flaiano e di Fellini. Fondo Flaiano, Lugano (dal numero monografico di “Cartevive” – catalogo della mostra di Lugano in omaggio al centenario della nascita di E. Flaiano – n.45, novembre 2010, p.66)

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A cosa serve una Fondazione? Ad indebitarsi. Ennio Flaiano in questo caso direbbe che Fellini non riposa in pace, almeno a Fellinia, con le cambiali da pagare. Tuttavia anche lui, a Pescara, con l’Associazione  ed il Premio a lui intitolato, non se la passa tanto bene. La Fondazione Fellini lavora, non c’è dubbio; il maestro cerimoniere Dott. Boarini, mi ricordo, si dava un gran da fare. Con il nuovo Direttore vedremo; ma con i Professori e i Dottori bisogna andarci cauti. Il mio disamore per questa Fondazione nacque diversi anni fa all’anfiteatro romano di Rimini, in una proiezione estiva del Il Bidone restaurato. La “chiacchiera”, per usare una parola alta e filosofica, si esercitava sulle dicerie del tasso alcolico del grande attore Broderick Crawford sul set; non venne mai citato Flaiano che aveva lavorato alla sceneggiatura con Tullio Pinelli. Una serata provinciale: parlava chi doveva tacere, chi doveva parlare non c’era. Già allora mi accorsi che si lavorava poco, con il consueto delirio di grandeur, e maluccio. Riportiamo non a caso la copertina originale de Il Bidone con schizzi e disegni di Flaiano e Fellini, conservata nel Fondo Flaiano di Lugano. Si tratta di una sintesi narrativa a quattro mani molto preziosa, che parla da sola.

Probabilmente la responsabilità, per una “piccola” parte  –  dipende dai punti di vista – ce l’ha il Morto da vivo. La prima edizione delle sceneggiature dei films di Fellini, nelle edizioni Cappelli del 1963, conteneva i nomi degli sceneggiatori; in quella einaudiana del 1974 gli sceneggiatori spariscono. Perchè? Flaiano era morto (1972). Più recentemente la Fondazione Fellini ha organizzato un convegno dal titolo “Pinelli e gli altri”, ove Flaiano evidentemente stava dentro “altri”. Flaiano, intimamente,   considerava Fellini un uomo futile. Forse in forma inconscia Rimini-Fellinia non può permetterlo, per quanto della futilità questa città con vocazione turistica ne è diventata  la capitale. La Fondazione riminese e l’Associazione pescarese hanno in comune, per i reciproci morti, i premi e il mare Adriatico anche se, per ironia della sorte, i nostri Maestri si sono ritrovati vicini nel Tirreno, bagnandosi spesso insieme in un mare opposto.

Il Premio Fellini e il Premio Flaiano, come tanti altri in Italia, hanno l’obiettivo di raggiungere massimi risultati con il minimo sforzo intellettuale. Con sforzo economico notevole. Si punta al glamour, con le prospettate “ricadute” “turistiche” ed economiche per la città. Le “ricadute”, per i residenti e le cosiddette nuove generazioni di riminesi, sono dubbie. Sul piano formativo scarse.  La Fondazione Fellini ha lavorato poco con le scuole. Saccenteria e snobismo animano la ricerca del glamour, ove intelligenti e cretini operano insieme. I nostri ragazzi poco sanno dei films o delle colonne sonore di Nino Rota. I Premi puntano a qualcosa di grande, mirano all’evento, e credo che la parola “Evento” abbia origine nell’antico postmoderno proprio a Riminum. Ancora oggi è oggetto di convegni, tipo “L’evento che verrà“. Stanchi post damsisti fanno ancora giochini di enunciati anni Ottanta del secolo scorso: “Eventi del futuro e futuro degli eventi”. Ma chi le pensa queste cose? Il presente? Cancellato, obsoleto, scapolato; si punta al futuro. La “macchina” del futuro indebolisce noi desueti viventi, che si tenta di costruire qualcosina, così poco glamour, per l’oggi. Ecco perchè ci si indebita e si rischia il fallimento; perchè si pensa in grande. Quando si pensa in grande si sciala, si sciala e ci si diverte. Ci si diverte e si dibatte con lo specchio. E si fa deserto. Incapaci nel nuovo (troppo rischioso), si preferisce triturare il corpo morto del grande innovatore del passato interrogandolo con le tecniche di Mesmer. Fellini e Flaiano hanno lavorato e prodotto le cose migliori nell’Italia del benessere. In quell’Italia si annidava il futuro che è stato; lo hanno visto, in gradazioni diverse. Nell’Italia del malessere, i Grandi Morti sono diventati merce politica, pretesti per lo sperpero, alibi per narcisismi fallimentari, Icone usate nell’autoreferenzialità intellettuale. La Fondazione Fellini forse dovrebbe sparire. In una edizione della Sagra Malatestiana vedrei volentieri le proiezioni dei films di Fellini con l’orchestra dal vivo che esegue le colonne sonore di Nino Rota. Non si tratta solo di creare un climax particolare, ma mettere in contatto due manifestazioni, che hanno in comune anche gli stessi soldi, Fondazione Cassa di Risparmio e Carim che, oggi, mentre scriviamo, è commissariata e sottoposta ad indagini penali e fiscali. Unire musica e cinema in omaggio a Fellini è difficile perchè “connettere” due “lobby” significa mangiare meno. Infine: costruire una memoria felliniana partendo dalle scuole.

E ancora: mi affiderei alla Biblioteca Gambalunga, e aprire qui un Fondo Fellini, gestito da personale competente ed in grado di “custodire” e “valorizzare” il patrimonio del nostro Maestro.

Restituire ad una grande biblioteca pubblica ciò che è memoria documentale di un concittadino celebre. Affidarla, insomma, a professionisti, riunendo un fondo biblioteca e cineteca Felini in un unico luogo.

I parassiti diminuirebbero, la politica ci perderebbe. Ma la città ci guadagnerebbe. Ma quale città?

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Ottimo e abbondante. Una riflessione dai pensieri lunghi. Ciao.

Massimo Palladini

“Teorema” di Pasolini secondo Maccari

Gennaio 31st, 2011

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Mino Maccari: “Il Teorema di Pasolini”. Penna a sfera blu e acquerello, cm 15,9 x 11. Fondo Flaiano, Lugano. (dal volume Satira è vita, Bologna, Pendragon, 2002, p.104).

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marchetti maccari pasolini

Malati alla ribalta

Gennaio 27th, 2011

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Aredt Marchetti

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La psicoanalisi e la psichiatria difettano nelle analisi nell’era dell’Imperatore porno-pop. Sulla schizofrenia dei sostenitori del Capo, sulla scissione della personalità di chi mente per obbedienza o per paura della ricattabilità, sulla rimozione persino visiva di ciò che “è” ne leggiamo dal grande giornalismo ma non dalla letteratura medica. Vero è che le riviste sono tramontate e quelle che restano, in tale settore disciplinare, si sono rattrappite in ambiti specialistici e poco diffusi. Qualche decennio fa, grazie alla “politica”, psicoanalisi e psichiatria erano diffuse ed i lettori di tali problematiche non erano necessariamente specialisti ma vivevano la politica nell’esistenza. Appare il deserto rispetto ad un recente passato e ad un presente vuoto. Quotidianamente siamo di fronte a casi clinici eclatanti che la politica italiana offre attraverso la televisione; primi piani indicativi, fratture tra volti e parole, tra le parole e le cose, tra verità e menzogna. Colpisce la ripetizione degli stessi sintomi in soggetti diversi, come se si trattasse di menti prigioniere dello stesso meccanismo. La psicoanalisi e la psichiatria potrebbero aiutarci, al di là delle semplificazioni dei media, ad entrare in profondità e far emergere una verità, quella umana, e a liberarci da ciò che forse tiene prigionieri anche noi che ci consideriamo esenti o non appartenenti al mondo dell’Eliogabalo contemporaneo che domina l’Italia. Le grandi scritture sui meccanismi totalitari, vittimari, le decostruzioni del reale che ci aiutavano a vivere paiono scomparse. Dobbiamo fare tutto da soli e ci distacchiamo giorno dopo giorno dai nostri simili, che cominceremo a non riconoscere più come nostri simili. Sarebbe necessario mettere in piedi una nuova Costituente del senso comportamentale comune che ancora rimane, prima che tutto vada perduto. E stigmatizzare le patologie.

Damien Hirst e la “Vanitas”

Gennaio 10th, 2011

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marchetti ligozzi.

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Tra le più belle vanitas sceglierei quella di Jacopo Ligozzi della collezione Lord Aberconway.

Questo Memento mori è rappresentato in maniera sublime e raccapricciante.

C’è, naturalmente, l’immancabile specchio. L’ultima vanitas, che ha fatto tanto scalpore, probabilmente è quella di Damien Hirst. L’opera ha trovato in Palazzo Vecchio a Firenze una collocazione più convincente e legata alla tradizione dell’arte, si presume. Ma anche più rischiosa.

Si tratta, come molti sanno, di un teschio rivestito da 8.601 diamanti per 1.106 carati.

Un Memento mori costosissimo, aggiornato alla contemporanea caducità della vita e al mercato artistico che la riscatta. Eppure, come per Cattelan, anche per Hirst non si parla di tradizione, ma di novità, o di tutte quelle noiose varianti trasgressive sempre in affanno che alimentano il sistema. Quest’opera, spesso, non viene annoverata nel genere delle vanitas, probabilmente per “spezzare” una continuità dell’arte, immaginando terremoti molto virtuali ed economicamente redditizi; al momento. Ma questo è altro discorso.

Damien vi contribuisce, forse fingendo inconsapevolezza: “Per molto tempo ho letto solo libri scientifici, volevo fatti. Non mi interessava la letteratura”, ha dichiarato in una recente intervista di Cloe Piccoli. Questo vale anche per la letteratura dell’arte, si presume.

Lo dimostra il titolo di quest’ opera: For the Love of God, che risulta alquanto banale rispetto all’impatto che l’opera dovrebbe provocare. Un  titolo molto global, buono per tutte le stagioni e geopolitiche connesse.

In queste incursioni Hirst sarà costretto prima o poi a studiare un pochino, ed interessarsi di letteratura (dell’arte), o affidarsi a consulenti più colti.

Hirst dà un valore autentico alla sua opera, vuole “fatti”. In Ligozzi la ricchezza è puntigliosamente dipinta ed un esperto potrebbe farne conto. Nel suo passaggio storico Hirst è costretto ad esibire ed usare “fatti”, il valore vero dei diamanti. Con un valore aggiunto: l’opera.

Forse Giancarlo Politi (enigmatico, ondivago ed intelligente direttore di Flash Art) scegliendo quale icona di augurio, per le feste e per l”anno nuovo, il teschio diamantato di Hirst, vuole indicare l’effimero dell’arte come nella vita. Chissà se è vero. Ci credo poco.. Siamo in un doppio gioco. Quello dell’arte.

Quella profondità nella storia europea, che aveva prodotto quel genere pittorico, oggi si dispone nella superficialità pubblicitaria. Un genere “mascherato” dall’ignoranza, con l’artista che ne sancisce la “casualità“. Non è un caso che Damien dichiari il suo “amore” per Warhol. Lo sapevamo.

Quello che non si accetta è il rattrappimento o il silenzio autocastratorio dei nostri saperi e delle nostre complessità critiche di fronte ad un’opera e ad un genere  che nel Seicento europeo era molto frequentato.

Che si collochi, almeno, il nuovo nella continuità-discontinuità, con qualche pensiero intelligente!

Ma, purtroppo, i “curatori” si sono sostituiti ai critici di qualche anno fa. All’intelligenza di un potere oggi abbiamo il servilismo stupido ad un potere, fondamentalmente analfabeta sull’arte.

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Hirst-Politi.

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Un commento di Rosita Lappi.


Il teschio di Hirst. Concordo sulla smemoratezza che aleggia sull’arte contemporanea, che si priva, per quello che sembra una snobistica estemporaneità concettuale, del sedimento storico e antropologico e quindi dello spessore concettuale delle opere. Quante si reggerebbero senza la superficiale e glamourosa girandola mondana del sistema dell’arte, a cui preme solo esporre il potere e fare girare dei soldi?

Qualcosa si, molto altro no.

Mi sarei fermata qui, persuasa che il tentativo di suggerire una vanitas oggi non ha più forza dichiarativa nè rituale, banalizzata dal frullatore mondano.

Ma ieri sera ho visto sul sito di La Repubblica un’altra opera diamantifera di Hirst, lavorata sul cranio di un neonato, con puntuale valutazione in soldoni. Dopo lo sgomento iniziale ho visto altro, qualcosa di ancestrale e primitivo rivestito di un abito luccicante e abbagliante, che quasi ne mascherava il senso. Ho pensato ai teschi Maya con gemme incastonate, ma prima ancora ai teschi primitivi su cui i sopravvissuti intervenivano con procedure di impronta per ricreare un volto, impastandoli di terra, dipingendoli, rivestendoli di nuova pelle come i crani sovramodellati di Gerico.

Il percorso è inverso, non un memento mori, con la morte che fa capolino nella vita, come nell’iconografia delle vanitas, ma la vita che ritorna a rivestire la morte, memento vitae, continua a vivere. Quell’idea dell’Uomo che “rumina la morte”, nella definiziaone di Paul Valery, fa pensare al bisogno di ruminare la vita, riimpastare e rivivificare la immota morte per fare della materia una sostanza viva, col ricreare un volto che colmi il vuoto della sua decomposizione e scomparsa.

Per Georges Didi Ubernann questo rilavorare il cranio implica una onnipotenza creatrice che rinnova il legame della morte con la vita, anche con funzione oracolare. Maschere funebri e reliquie devozionali, in diverse culture i crani parlavano, vaticinavano, diventavano il centro di funzioni religiose e rituali, scrigni di energia e potenza. Il rapporto tra forme artistiche e uso cultuale era preciso e dinamico. Oggi?

Oggi si è perso questo legame con il sortilegio dell’arte, tutto è reificato senza magia, senza spessore.

Cosa si può pensare del terribile autoritratto di Marc Quinn, fatto con pelle e sangue dell’artista tenuto refrigerato, e dunque potenzialmente vivente oltre la vita biologica del suo creatore, se viene disgiunto dalla angoscia ancestrale della morte come perdita irreparabile? Angoscia di perdita che millenni fa i primitivi hanno tentato di esorcizzare con la scoperta dell’arte.

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Pasolini e la sua metà. In salsa piccante

Gennaio 8th, 2011

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Antonio Marchetti Trenino.

Anni sono mi ero stupito che la pubblicazione dell’opera incompiuta e postuma, “Petrolio”, avesse una prefazione di Furio Colombo.

Non che questo intellettuale, per quanto interessante e ondivago, non avesse i numeri e le credenziali per farlo. Ma, appunto, numeri e credenziali risultavano deludenti ed inutili per chi, come me, si sarebbe aspettato un “pezzo forte” sul piano letterario in tale impresa prefattoria.

In effetti ciò non dovrebbe stupire. Pier Paolo Pasolini si è sempre mosso in ambiente “protetto” dal punto di vista del sistema letterario e degli “opinion leader”, diremmo con venticello vintage.

In definitiva un uomo alla ricerca di “sicurezza” letteraria, in una storicità presente, testimoniata dai più alti autori e critici italiani ed internazionali, tale da affrancarsi l'”icona” dell’intellettuale.

Una “sicurezza” che doveva affrancarlo anche dalle sue avventure omosessuali, così lontane dalle nuances terminologiche di oggi, così leggere, svagate, diversificate, superficiali e specifiche, e persecutorie, a seconda degli ambienti sociali e culturali.

In fondo, i ragazzetti che piacevano a Pasolini, erano pre-lucciole, prima della devastazione consumistica, collocati in uno spazio di innocenza e di inconsapevolezza, tali da alimentare le pulsioni erotiche del nostro poeta. Parliamo di “disponibilità“.

Inevitabilmente però, insieme alla mutazione antropologica determinata dal consumismo, si è accompagnata la scolarizzazione e l’alfabetizzazione di massa che, in molti casi, avrà pur prodotto una “coscienza”, una consapevolezza. Al di là di molte sue acute analisi sulla scuola, in effetti,  il poeta ne chiedeva una sorta di sua abolizione, suscitando non pochi consensi. Il consumismo ha prodotto anche una certa liberazione sessuale.

Qui forse c’è la caduta-perdita erotica dell’omosessuale-intellettuale: l’innocenza è perduta, la disponibilità sessuale anche, la disponibilità si mercifica. La propria sessualità corre parallela ai tagli saggistici.

Oggi, la sessualità di Pasolini, e la sua scrittura letteraria e cinematografica vengono tenuti debitamente a distanza. Perchè?

Per rispondere a questa domanda bisogna tener presente un principio che ormai si è consolidato, almeno da noi, che riguarda l’artista friulano.

L’alto e il basso vanno tenuti separati: la bellezza del verso  o il sublime cinematografico della lotta polverosa di Accattone per la conquista di un nulla – una catenina rubata al figlio – con le note della “Passione secondo Matteo” di Johann Sebastian Bach, nulla avrebbero a che fare col “rimorchio” e i traffici sessuali.

La cultura cattolica con cui siamo impastati, e che impastava lo stesso Pasolini, impedisce di vedere la bellezza nell'”orrore”, la bassezza umana nell’alta letteratura, la contraddizione come fondamento.

C’è un’aspirazione alla salvezza e all’espiazione che inchiodano Pasolini al suo tempo e al suo contesto. In effetti, a tale “maschera”, per quanto paradossale, ha contribuito il poeta stesso, con la sua vena pedagogica-moralistica che attraversa i suoi saggi o articoli. Anche la sua contrarietà all’aborto legale, un “vulnus” in quegli anni, molto ideologici, di liberazione da un mondo arcaico, è di derivazione cattolica, “mascherata” dall’anticonsumismo, in questo caso esercitato sulla vita umana, che sicuramente se ne infischiava delle donne – a parte la figura sacrale della “mamma”, la madre Maria, vera, nella sua “Passione” cinematografica.

Dov’è questo Pasolini? La sua morte oggi viene definita una morte di Stato, tutta restituita a quell’ambiente “protetto” e “sicuro” che ancora oggi resiste. Rubando a Pasolini la sua morte (letteraria?), fedele alle sue premonizioni ed alle sue frequentazioni sessuali, si vuole distogliere l’attenzione dal contenuto della sua avventura artistica ed esistenziale. Ogni tanto qualche politico o intellettuale in astinenza mediatica ci aggiorna sul poeta e sul Grande Complotto. Ma Pasolini, in generale, si legge poco.

Andrebbe letto e “mangiato in salsa piccante”, come suggeriva il corvo in “Uccellacci e uccellini” riferendosi ai “Maestri”, e come ci ricorda Marco Belpoliti nel suo recente libro: “Pasolini in salsa piccante”.

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© Antonio Marchetti