Archive for the ‘Architettura’ Category

Architettura riminese

Venerdì, Ottobre 12th, 2007

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VIVERE MODERNO AD UN PASSO DALLA STORIA

Davanti Castel Sismondo, intorno al “rudere” del teatro Galli, si sono incatenati, si sono allacciati circondandolo e formando una catena umana protettiva, hanno fondato una corrente di pensiero (comunque mutuata) definita com’era e dov’era (che allargandosi ad altri beni culturali tutela anche la piada quale monumento del nostro territorio), messo su un’associazione Rimini città d’arte, pur di scongiurare il (M)moderno: il progetto dello studio Natalini per un nuovo teatro, vincitore di un concorso pubblico di decenni fa del secolo scorso.
Si è rinunciato ad un teatro (per amore del teatro!) pur di conservare il passato.
Ora, in situazione ancor più problematica circa l’impatto storico-ambientale, del passato ci si fa beffa, anzi lo si mette in circolazione in forme pubblicitarie davanti ad un lotto che è proprio di fronte la Rocca.
Ma si tratta di un residence. Forse qualcuno di quel vecchio comitato ci investirà pure. Il motto è esplicito, anche tipico banal-riminese: “Vivere moderno ad un passo dalla storia”
Il rendering cartellonistico ci fa vedere come verrà tirato su il residence.
Dal punto di vista architettonico conserva tutto l’anonimato e tutto lo standard formale con i quali si costruisce (ma non si progetta) in queste latitudini.
Potremmo soffermarci sulle sgrammaticature e furbizie sintattiche del linguaggio architettonico ma sarebbe solo sadismo o accanimento terapeutico. Forse l’analisi, la critica architettonica, lo sguardo, potrebbero apparire sproporzionati rispetto all’oggetto di indagine con uno sperpero di neuroni irrisarcibile.
Il riferimento storico è solo l’occasione per dare un nome a qualcosa di produttivo (fare legna!) così come si fa per un pub, un negozio, una discoteca.
Ma perché tutto questo? Forse che lo spazio urbano, o una semplice facciata, non vengono considerati patrimonio della collettività anche se si tratta di interventi privati? Forse lo sconcio inesorabile dell’immagine della città riguarda solo i “feticci” intoccabili, ritenuti patrimonio collettivo seguendo un meccanismo cultural-mediatico, global-provinciale? Certe cose non si toccano ma per il resto si è di bocca buona. Ci vorrebbe il lettino dello psicoanalista per comprendere simili scollature d’identità cittadina.
Ma come si fa a bloccare per decenni un progetto di teatro per “nobili” ragioni e poi, volgendo lo sguardo a pochi metri, ti vedi tirare su con velocità impressionante una “cosa” simile? Fa riflettere molto, ma ci getta anche in uno sconforto impotente!

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Architettura di stato, architettura globale

Giovedì, Ottobre 11th, 2007

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Grandi architetti erigono utopie realizzate e macchine fascinose nelle città più o meno globali del mondo. Sono gli archistars, così definiti perché visibili ormai anche dal grande pubblico.
Sono costruttori di miti ed utopie, oggi facilmente realizzabili grazie alla tecnologia e al digitale, in questa realtà economica capitalistica globale che può tutto.
Miti istituzionali, miti delle merci, miti culturali.
Ad un singolo manufatto architettonico si affidano intere comunità e ad esso vengono chieste forme di riscatto e si attuano riti compensatori per tutto quel resto di città difficilmente governabile, come avveniva con i totem nelle società non stanziali ove oltre il cerchio delimitato dal fusto ligneo vigeva una territorialità non sottoposta alle leggi del sacro.
Dentro la fluidità liquida, nomade e magmatica dell’indifferenziato urbano, vengono incuneate queste utopie realizzate; la smaterializzazione si materializza, le contraddizioni e le aporie, formali o di derivazione storica-ideologica, si fanno architetture fantastiche che dichiarano il loro esserci e la loro fattività qui ed ora.
Tutte le utopie architettoniche, soprattutto quelle europee tra le due guerre del secolo scorso, sembrano magicamente realizzarsi; le poetiche prefigurazioni di Paul Scherbart sull’architettura del vetro e tutte le ricerche sull’architettura mutuata dalla struttura dei cristalli, in ambito soprattutto espressionista, sono ormai davanti a noi, persino in fotocopia: faraonici centri commerciali nei più improbabili dei nostri spaesaggi. Dall’architettura disegnata a quella realizzata.
Eppure, non era questo il compito? Di uscire dall’indifferenziato e dalla “percezione distratta” a cui il Moderno ci aveva abituato?
Queste architetture sono investite di una responsabilità simbolica dettata da categorie molto precise: Politica, Stato, Consumo, Istituzione.
Poi ci sono i resti, tutto il resto.
Tutto il resto è la nuda vita.

I vuoti periferici attendono l’imitazione degli archistars.
Una vita comportamentale mimetica e falsata.
La “buona architettura”, sparita.
Perché una tale procedura mitica presuppone o la grandezza o il nulla, come accade in televisione o in altre forme di esposizione mediatica contemporanea. O tutto o niente. E siccome nessuno vuole essere il nulla avremo un’architettura che non sarà più rappresentativa o al servizio di una comunità, ma solo di un conflitto narcisistico, e di potere, attuato ai nostri danni.
Epigoni di archistars e devastazione territoriale, con macchine sempre fuori scala come ready-made dadaistici.

Con malinconia, scorriamo i disegni, gli acquerelli e le opere di Aldo Rossi, le sue “permanenze” della storia urbana, l’idea del “monumento”, le memorie collettive che si raggrumano intorno ai luoghi e le cose. Penso che andrò a rivedermi qualche vecchio film del dopoguerra con le case a “ringhiera”, ricordando gli ampi pianerottoli dove si giocava, e dove già si praticava il cohousing ma al naturale.

Frank Gehry e Pablo Picasso

Giovedì, Settembre 20th, 2007

Il Guggenheim Museum di Bilbao di Frank Gehry mi ha sempre evocato un quadro di Picasso del 1937 intitolato La baignade.
È l’opera più mediterranea che il Novecento abbia prodotto, è tra le opere più poetiche di Picasso con risvolti di tenerezza e delicatezza. È tra le opere che mi hanno fatto più sognare.
La formazione di Frank Gehry deve molto all’arte e agli artisti, arte americana, artisti americani.
Nel film di Sidney Pollak (Sketches of Frank Gehry) alla domanda se l’arte entra in gioco nel processo compositivo Gehry mostra una riproduzione di un quadro di Hieronymus Bosch al quale si è ispirato per un suo lavoro a Gerusalemme.
Ma al di là di questo episodio significativo, che lega in qualche modo il famoso architetto con l’arte europea (ma del passato), forse il suo famoso psicoterapeuta, che viene intervistato nel film di Pollak, avrebbe potuto, e spero che lo farà in altra occasione, mostrare a Frank questo quadro di Picasso “rimosso”.
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Una città

Venerdì, Agosto 10th, 2007

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Le lucciole non erano mai sparite per il semplice fatto che non erano mai esistite, la poesia non era mai esistita, e l’unico separatore temporale, assai poco poetico per la verità, consisteva nella fulminea sparizione dei campi, di tutti i campi, e nella rapida metàstasi cementizia che ingoiava da un giorno all’altro pezzi di storia, per quanto irrilevante e fragile quella storia fosse per noi. Se si fosse pazientato qualche anno anche il risicato finto Ottocento sparso qua e là avrebbe meritato un suo riscatto storico. Nessuna salvezza per il Liberty villereccio che punteggiava le colline vista mare immediatamente aggredito da un esercito di geometri e ingegneri che si erano dati la voce, compagni di sbronze pitagoriche risolte in un delirio di cubi e parallelepipedi. Presero in prestito l’affettatrice dei salumieri, tagliando la terra in lunghe fette rettilinee intersecate ortogonalmente da fettine più minute in modo che piccole città stavano dentro un’altra, e così via, all’infinito, come mastrjoske labirintiche che non riesci più a ricomporre. Esauriti in fretta i pochi nomi storici conosciuti le strade presero i nomi delle città italiane, poi di quelle straniere e nei momenti di riposo dopo tanto affaticamento cominciavano a chiamarsi Strada da denominare numero 1, 2, 3… I bar si moltiplicarono, sparirono i giochi insieme allo spazio ed esplose il Flipper mentre per i pochi poeti foruncolosi e pallidi rimaneva ancora qualche sparuto Juke-Box; cento lire tre dischi ma non trovavi mai le tue canzoni.
Nasceva un’asilo, poi una scuola, temporanei mini-market quale illusoria trasformazione di bottegucce olio pane e vino presto spazzati via dai super e dagli iper avanguardie dei non-luoghi che bisognosi di parcheggi sempre più ampi stendevano i loro tappeti di bitume e cemento, sparivano le parole in dialetto sostituite da una neolingua che sapeva di italiano rifatto o cucinato non si sa dove parlato da ragazzi per fortuna quasi per bene miscuglio di codici genetici incomprensibili, ragazzini tirati su da tutta quell’esplosione di precotti surgelati e congelati cena in rosticceria stasera. Il tempo e lo spazio si rattrappivano, sparivano il surplace e la noia, ma questa è tutta un’altra storia.

Aldo Rossi. Dieci anni dalla morte

Venerdì, Marzo 23rd, 2007

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Ogni architettura è anche un’architettura dell’interno, o meglio, dall’interno; le persiane che filtrano la luce del sole o la linea dell’acqua costituiscono dall’interno un’altra facciata, insieme al colore e alla forma dei corpi che dietro la persiana vivono, dormono, si amano. Anche questi corpi hanno un loro colore e una loro luce per così dire propria e una riflessa, questa luce è come una specie di stanchezza o spossatezza fisica dell’estate, di un bianco abbagliante nei toni invernali.

(Aldo Rossi, Autobiografia scientifica. Milano 1999)