Archive for the ‘Nuda vita’ Category

Come si comincia?

Mercoledì, Ottobre 24th, 2007

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Un giorno lontano, dalla stanza dell’italianissimo zio, presi un libro, un bel tomo di quelle collane ben rilegate e dai titoli importanti che servivano più che altro a fare arredamento e che lui probabilmente non aveva mai letto.
Li vedevo sempre quei libri quando andavo a prelevare di nascosto qualche 45 giri, ed ora decisi, un pò svogliatamente, di prenderne uno. Mi distesi sul letto della nonna e iniziai questa lettura. Via via che le pagine scorrevano mi accorsi della cosa incredibile che mi era capitata tra le mani.
Dovete sapere che sin da bambino sono stato un fanatico ammiratore di Vincent Van Gogh e rimasi fulminato dalle pagine dell’Enciclopedia dei Ragazzi dedicate all’arte ed in particolare dalle riproduzioni della Vigna rossa, del Campo di grano con corvi e dalla “Stanza”.
Passavo ore a copiare e a tracciare sul foglio quei vertiginosi trattini e le assurde spirali dei cieli stellati fino a farmi cadere gli occhi. Ed ora cosa stavo leggendo? Nientemeno che la vita romanzata del pittore rosso, del fou rouge, dell’eroe del Borinage, del più povero di Montmartre, del malato di Saint-Rémy, del suicidio più grandioso della storia: Brama di vivere di Irving Stone.
Non storcete il naso e non mi toccate per favore Irving Stone, uno specialista di queste storie, o Kirk Douglas che interpretava Vincent nel film di Minnelli.
Nella linea in cui mi trovavo questi idoli non si discutono, farlo oggi sarebbe sin troppo facile e un pò ipocrita e poi non ha molta importanza da dove si comincia a leggere perché poi gli itinerari diventano imprevedibili.
Rimasi folgorato da questa casualità e dal fatto che quel libro era sempre stato là, a portata di mano. Conclusi che c’era il tocco del destino e che il libro mi aveva cercato.
Da lì, visto che Gauguin era ben rappresentato, divorai La luna e sei soldi di Somerset Maugham (più tardi vidi anche il film) poi la storia di quel nano puttaniere raccontata in Moulin Rouge, Toulouse-Lautrec.
Sono ancora in grado di commuovermi quando recentemente ho rivisto l’episodio di Sogni di Kurosawa dedicato a Vincent.
Ma la cosa veramente incredibile di questo episodio, che delimita inevitabilmente il mio trancio di vita, sta nel fatto che io passai dal pomeriggio all’oscurità in uno stato di trance dentro quel libro come se avessi dimenticato il tempo e le poppe di Manola. I nuovi campi, arricchiti dalla pineta nella nuova casa ove eravamo andati ad abitare, continuavano a chiamarmi con gli schiamazzi dei compagni, qualcuno venne a cercarmi suonando al citofono ma feci finta di niente.
Quando accesi la luce a conclusione del lungo tramonto mi accorsi che stavo leggendo quasi al buio ed un’altra atmosfera circondava il libro, quella luce elettrica che cambia il nostro leggere e segna il definitivo abbandono dei campi e dei giochi di strada. La linea d’ombra era varcata.

Morti

Giovedì, Ottobre 4th, 2007

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Morti immobili in un letto, con il vestito migliore, puliti e lavati, con le scarpe lucide, ben pettinati e profumati al limite della soglia ancora umana.
Tutti immersi nella stessa penombra della veglia funebre, circondati dai fiori, dalle corone e dal cordoglio sussurrato, trattenuti prima che la loro anima abbandoni i loro corpi, come se si conoscesse il tempo della definitiva separazione.
I toni si smorzano, gli oggetti riposano, la coperta dei morti si distende sulla casa.
Essi sono guardati ma non possono restiturci lo sguardo.
Un’insopportabile e crudele passività spezza la consueta reciprocità degli sguardi e getta i loro corpi nel campo dell’esposizione indifesa.
Possiamo scrutare i loro difetti o la loro involontaria espressione che in quel momento non è delle migliori, e quasi non crediamo a quella immobilità e non-pensosità.
Ho sempre creduto, durante le lunghe veglie funebri, che essi ci scrutano molto e più di quanto facessero in vita, ma in un tempo breve, ed essi, ora, sono più benevoli.
La nonna non mi rimprovera per una risata inopportuna e Guido non ha nulla da contestarmi. Essi sono sicuramente più buoni e non è vero che siano immobili.
Se fisso attentamente i loro volti vedo che un sopracciglio si muove, che la bocca contratta si distende in un ironico sorriso e che la mano che ho baciato ha un fremito, non è allo stesso posto in cui ora l’ho lasciata.
Tra le labbra nere un filo rosso anima ancora una possibilità di parola, pacata, fatta di altra sostanza sonora e con altre finalità acustiche.
Dall’angolo della stanza in cui mi sono appostato vedo la forza stupefacente che questi morti emanano ora, cosa riescono a combinare tra la gente che è venuta a far loro visita.
Cugini si conoscono per la prima volta, parenti che credevamo bruttissimi sono diventati bellissimi, quelli poveri sono venuti con l’ultimo modello Alfa, quelli alti ora sono piccoletti, quelli antipatici non smettono di accarezzarmi, una ragazza-parente sconosciuta ha un culo bellissimo, quei fratelli che non si parlavano più per via di un’eredità si sono appartati in cucina e stanno soavemente conversando, appianando, accordando, quasi si abbracciano; si intrecciano lunghi racconti distribuiti tra varie stanze, saghe familiari e anàmnesi a me sconosciute vengono tracciate al capezzale del morto, una sfrenata voglia di chiamare il morto per nome ed intimargli di alzarsi si impadronisce di me.
Si comincia a mangiare qualcosa, si tira fuori il vino e qualche liquore, si accenna ad un sorriso, si fa qualche battuta, si ride di cuore e poi ci si vergogna e ci si rinsacca nel lutto ma non è come prima, un’elettrica vitalità serpeggia tra i vivi.

Tema: La noia

Mercoledì, Agosto 1st, 2007

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Starsene sdraiati sui gradoni roventi dell’anfiteatro della pineta, nuovo e inutilizzato con le erbacce già ben pasciute tra le fessure del cemento, starsene con il libro in mano delle vacanze: Opiè, il ragazzo serparo. Lui sì che aveva le idee chiare e il destino segnato: diventare serparo, la figura più importante del paese, ripercorrere la tradizione dei padri e dei nonni, imparare a catturare i serpenti per il Santo trascinato per le strade una volta l’anno, nero e imponente avvolto dai rettili nella processione più pagana e dionisiaca mai vista.
Starsene gettati sul quel cemento ardente con la sola compagnia degli insetti e con il libro aperto sulla stessa pagina che non va avanti.
Una noia spessa e pesante, che cala dall’alto, un nulla che ti cancella i pensieri e poi te li ripresenta in una circolarità inconcludente che ti riporta sempre sullo stesso centro vuoto. Tutti gli scenari della vita che verrà si presentano davanti agli occhi e poi si vanno ad imbucare nellla cosmica pigrizia della noia che li nullifica tutti. Il surplace era uno stato di sospensione dentro una vita attiva, dentro il gioco, un’accumulatore per una successiva sfrenatezza, qui invece tutto è passivo e inerte e ti sembra di sfiorare la morte, di provocarla, quasi di desiderarla.
Fai l’orecchio al libro, la stessa pagina 22, un bianco camposanto di caratteri tipografici sbiaditi dal sole disseminato di zanzare e mosche spiaccicate, visto che alla morte tua cominci a preferire quella degli altri, tombe di formiche che hai schiacciato con il dito scrutandone l’agonia – soffre la formica? – una macchia più grande che ha fatto sparire intere frasi prodotta dalla morte di una zecca cieca e sorda che ha sbagliato bersaglio ed è caduta sul libro, richiuso e poi aperto per verificarne la fine. Così si è negoziato con la noia. Torni nella tua palazzina, Ornella, Ambra, Vanna, non ti degneranno di uno sguardo, Rosita non la vedrai più. Quest’anno non andrai neppure dagli zii e l’odore delle donne ti è precluso, è morta zia Adelaide e la casa per almeno un anno si è richiusa su se stessa, forse stanno anche digiunando. Comincio a desiderare la riapertura della scuola e quando la Signora D’Amico, scartando lentamente l’ennesima caramella alla menta che gusterà giosamente insieme alla mia interrogazione, mi chiederà come ho passato l’estate e se ho letto il libro delle vacanze io le risponderò dicendo tutta la verità che non le ho mai detto.
« No Professoressa, il libro Paravia non l’ho letto, non lo so come va a finire la storia.
Però vorrei mostrarle pagina 22. Sembra una carta geografica o una carta militare, ma su questa pagina c’è tutta la mia estate. Vede queste macchioline piccole marroncino? Sono tutte le formiche che ho ucciso.
E queste striature che attraversano la pagina che sembrano fatte da un pennino? Sono mosche, si sono trascinate per qualche centimetro depositando le loro viscere sanguinolente. Lei è stupìta, lo vedo, dalla macchia grande che coinvolge anche la pagina 21 e che ricorda le macchie di Rorschac. È una zecca, che ho schiacciato usando il libro come trappola.
Ho fatto delle ricerche in proposito. La zecca è priva di occhi e sente la sua preda solo attraverso l’olfatto. Il segnale che lo spinge all’attacco è l’acido butirrico che io emanavo abbondantemente quest’estate dai miei follicoli sebacei. Questo essere sordo e cieco sente il calore dei mammiferi ed io quel giorno ero accaldatissimo. Quando la zecca si è lasciata cadere da una foglia che era sopra la mia testa si è trovata a gustare non il mio bel sangue caldo ma, per errore cartesiano, la pagina del libro, precisamente la pagina 22. Immediatamente ho chiuso il libro seppellendoci la zecca.
Cara Professoressa la mia estate è stata l’estate della noia, vede come ho speso il mio tempo? Vede che carneficina ho fatto? Non ho studiato e non ho imparato niente. Ma lei, comprensiva e buona, da sottoterra o da sopra la terra non so dove ora si trova, mi concederà qualche mia considerazione personale. Tutta questa noia mi è stata utile per capire la mia irrilevanza in questo mondo, il male che ho fatto a queste povere creature, ma da questo fondo funebre ho mosso qualche passettino. Lei vede meglio di me come oggi si rifugge dalla noia, guai ai ragazzi che si annoiano, bisogna riempire tutto il tempo con attività nevrotiche che madri ansiose programmano al centesimo. Guai a lasciarli soli con se stessi nell’esperienza della noia.
È grazie alla noia invece che io mi sono un po’ ascoltato e conosciuto».

(dal catalogo “Trasalimenti”)

Il caldo e le pensioni

Giovedì, Luglio 26th, 2007

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Gli anziani, prima o poi, muoiono, com’è naturale. Ma il caldo di questi giorni accellera i decessi e forse qualche cinico al governo, o all’INPS, si frega le mani, sperando nella “soluzione francese”, come nell’estate del 2003.
Quando gli anziani muoiono, a causa del caldo, pare non ci siano responsabilità, non ci siano colpe; forse la colpa è la loro che si ostinano a vivere da anziani. Morire da solo non puoi, per paradosso sei condannato a vivere a soffrire e a far soffrire chi ti è vicino e di testamento biologico da queste parti neanche a parlarne. Ma chi è l’anziano? Io, tu.
In una società che ha riproposto ferocemente le classi (i belli e giovani, i bambini e i minori, i grassi e i magri, le bionde e le more) gli anziani sono il sottoproletariato, al cui interno ci sono quei “fortunati” che vengono gettati a corpo morto sulle famiglie, sui figli, quasi sempre le figlie. Se abbiamo un ministro per la famiglia è perchè le istituzioni e lo Stato si disinteressano degli anziani in quanto ci pensa la famiglia, il motore economico italiano, che assorbe tutto. La famiglia è sacra, a destra, al centro, a sinistra.
La morte è tabù, siamo proiettati verso l’immortalità e l’eterna bellezza (il nuovo razzismo nazista e la nuova razza ariana), di conseguenza l’anziano è presenza laterale e fastidiosa.
Io, tu, saremo prima o poi fastidiosi.
Con la morte dell’anziano ci guadagnano l’INPS i becchini e il bilancio comunale.

La famiglia abruzzese

Lunedì, Luglio 16th, 2007

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Me ne stavo l’inverno a studiare, in lunghi pomeriggi, sotto lo sguardo della nonna ad ascoltare i suoi intermittenti racconti del marito morto e della di lui famiglia di giocatori d’azzardo e di gran puttanieri.
Immaginavo lì sul tavolo da gioco, in qualche villa vetusta del solito barone decaduto, forse nella sbrecciata foresteria, o addirittura in cucina, con la cuccuma del caffè instancabile sopra i dischi concentrici della stufa, con le serve assonnate a portata di mano da palpare, sotto il cono di luce di pochi watts per risparmiare, immaginavo dicevo una serie di spostamenti non di cambiali e pagherò ma di miniature di case con terreno annesso che si affacciavano sul basso Adriatico anch’esso miniaturizzato, con il colore blu e qualche triglia guizzante, così come li coloravo nelle mie ricerche di geografia per il maestro Rosa.
Un fantasma di croupier spostava con la sua palettina pezzi di collina coltivata a vigna, appartamenti nella città del retroterra, lembi di spiaggia con rovina, spuntoni di rocche immemori abbarbicate su grigi calanchi instabili, tutto in piccola scala e realizzati da bravi maquettisti iperrealisti.
I calessi parcheggiati sull’aia che sfiorava la spiaggia, sotto tamerici e pini sghembi, erano anch’essi messi in gioco sul tavolaccio di rovere ove si animavano architetture e paesaggi monchi, mitologie proprietarie diluite da fiumi di sperma, di figli illeggittimi, di serve infilzate da abortivi lunghi sporchi ferri da calza.
Immaginavo donne sveglie al mattino che si ritrovavano senza più casa e terreno, nemmeno quell’orticello conquistato con la schiena piegata sino a ottant’anni, quel quadricciattolo di basilico e pomodori, zucchine e finocchio che se te lo tolgono muori e poi dicono che sei morta nel sonno tranquilla e invece per tutta la notte ti rivoltavi perché ti avevano espropriato la vita stessa.
Uomini che andavano avanti con fiaschi di vino e ozio, chiavate alle serve e alle loro figlie allampanate e ammaestrate a seghe e pompini, con mogli sorelle nonne bisnonne zie prozie nipoti figlie a tirarti fuori dal letame in cui cadi sbronzo e ripulito dal gioco.

Il brodetto di pesce

Venerdì, Luglio 6th, 2007

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Un pomeriggio in cui mi sbattevo tra la cucina il salotto e il bagno non sapendo che farmene di me dei miei anni insignificanti del mio tempo del mio suicidio fallito e di tutto il resto del mondo fui testimone di una discussione durata ore sul brodetto di pesce, insomma con tutti i miei problemi e il mio nulla da fare queste donne, insieme a mia nonna, se ne stavano lì a cucire e a lavorare all’uncinetto, neanche fossero in un bow-window viennese, a disquisire sul brodetto ed io dovevo sorbirmi tutto.
– Eh no! Lo scorfano ci vuole, che importa se è brutto, puoi anche non mangiarlo ma dà il sapore, che brodetto è se non ci metti lo scorfano. Ma dove lo trovi lo scorfano? Ah ma io i fratelli li tradisco qualche volta, viene pure quel carretto la mattina presto no? Io lo scorfano lo prendo dal pescatore e anche se i fratelli Nunzio mi vedono non me ne importa, mio marito senza lo scorfano il brodetto non lo mangia. Quanto pomodoro usi? No no niente pomodoro mio marito lo vuole tipo guazzetto magari con qualche pezzo di patata, praticamente in bianco. Io lo faccio con il pomodoro a pezzetti, pelati Cirio. Pelati Cirio? Ma il pomodoro deve essere fresco, spellato e tagliato a pezzetti, lo compro da Olimpia, lo friggo insieme all’aglio e al prezzemolo e poi butto giù il pesce.
Il pesce tutto insieme? Ma il pesce non puoi metterlo tutto insieme, prima quello a cottura lunga e poi alla fine le paparazze e le cozze. No non è così, prima metti il pesce a cottura lunga poi lo togli e cuoci il resto che poi di nuovo togli e alla fine rimetti tutto e fai cuocere appena appena e poi metti il prezzemolo se magari avanza un po’ di sugo il giorno dopo ci faccio due linguine. Il prezzemolo fresco dopo? Sì il prezzemolo non va cotto insieme al sughetto va messo alla fine fa più aroma. Il peperoncino lo usi verde o rosso? Quello verde è più piccante ma fa un po’ amaro pensa che mio figlio grande il peperoncino lo tiene vicino al piatto e lo morde mentre mangia. Il pane abbruscato ce lo metti? Sì, però lo lascio più a mollo nel sugo perché mio marito con la dentiera nuova ha dei problemi. L’aglio però poi dopo puzza se lo mangi.
Può darsi, ma se lo mangiano tutti non se ne accorge nessuno.

Surplace

Lunedì, Luglio 2nd, 2007

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Astratte e rigorose geometrie si proiettavano ortogonalmente sui campi vuoti. Non un segno, non una recinzione, nessuna misura sosteneva o comprovava le regole del gioco del calcio. Solo due sassi o due libri di scuola per segnare le due porte mentre per il resto era tutto a colpo d’occhio. Se la palla era fuori era fuori, non si discuteva, anche se nessuna linea bianca delimitava l’interno dall’esterno. Il corner, dopo estenuanti litigate con crolli di amicizie, veniva definito allo stesso modo, astrattamente, perché l’interno, l’appartenere ad un dentro, era sentito visceralmente.
Non c’era metà campo ma il palla a centro era la perfezione della geometria piana.
A seconda del numero dei giocatori il campo cambiava dimensioni proporzionalmente, secondo un’istintivo e ferreo sistema della sezione aurea.
Per il gioco di rubabandiera un tracciato rettilineo feriva leggermente il terreno, segno di fondazione di due mondi, di due spazi, di due gruppi umani agonisticamente uniti e contrapposti.
Al centro dei due spazi divisi, opposti ed infiniti, sulla linea terrestre, una statua umana immobile e congelata lasciava penzolare il fazzoletto da rubare. Uno dei due contendenti doveva sottrarre lo straccetto senza farsi toccare al momento della fuga per il rapido rientro nel suo gruppo.
A volte lunghi e tesi minuti di immobilità imprigionavano i due avversari che si studiavano a vicenda, mentre le mani sfioravano appena la bandiera ormai incadescente.
Questa sospensione carica di energia, questo tempo fermo ove tutto è immobile, persone campi case e tutto il resto del mondo, si chiama surplace.
Nelle gare ciclistiche si resta immobili a volte per molti minuti, non si avanza e non si retrocede. I ciclisti si studiano restando in equilibrio sulla bicicletta, ognuno osserva la tecnica dell’altro.
La velocità è contenuta nella sospensione immobile carica di tensione del surplace.
Nei campi passavamo interi pomeriggi a gareggiare con le nostre vecchie biciclette restando in surplace.
Ma questa condizione immota pronta allo scatto si estendeva anche al quotidiano, ai pomeriggi vuoti e fermi in un cielo azzurrissimo a non far niente, a ozieggiare, con i muscoli tesi pronti alla partenza, nell’attesa di qualcosa di portentoso e avventuroso, in surplace.

La ragazza del Piper in Viale dei pini

Giovedì, Giugno 28th, 2007

piper

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Non dimenticherò mai Viale dei pini.
In questo viale io vidi una sera camminare la ragazza perfetta, raggiunta da altri amici, anch’essi belli, che scendevano dalle case vicine e insieme formavano un gruppo armonioso, vestiti in modo da essere sempre un po’ avanti rispetto a noi, come se si fossero dati la voce.
Nella semioscurità del viale si vedeva solo il lampeggiare delle sigarette e i riflessi dei capelli mentre dall’altra parte del marciapiede in cui mi trovavo sentivo quasi il loro odore. Cosa si dicevano quella sera che a me era precluso?
Quando la vidi, pensai che fosse la vera ragazza del Piper.
La ragazza perfetta abitava in Viale dei Pini, ed io avrei voluto essere quel ragazzo triste.
Ragazzo triste sono uguale a te,
a volte piango e non so perché
tanti son soli come me e te ma un giorno spero
cambierà
nessuno può star solo,
non deve stare solo quando si è giovani così…

Se volevi imparare a vestirti dovevi vagare in Viale dei pini ed aspettare, nelle variazioni del giorno e della notte, questi figli nuovi della città in movimento.
Vedevi i primi minipull che in certi movimenti del corpo lasciavano scoperti con oculata distrazione lembi di camicia rosa e celeste, i morbidi mocassini neri di pelle di vitello indossati a piede nudo o con i calzini dello stesso colore del pull, i jeans di velluto a costine, bianchi o neri, con la lupetto blu sulle spalle sopra la camicia con i bottoncini sul collo; ragazze con la gonna corta scozzese, i calzettoni sotto il ginocchio e le classiche college, gli shorts a righine su culetti da infarto persino lavorati all’uncinetto da nonne all’improvviso rastellate dall’obitorio e mandate a forza dal parrucchiere, tutte mesciate a sferruzzare in terrazza copiando i modelli pubblicati su Annabella.
Autunno in città era uno sfolgorìo di colori di bosco, di mantelline rossobrune, di gonnine verdemarcio, ragazzine ricomposte dopo l’estate sfrenata e restituite al biancore, agganciate alle eleganti e altezzose madri che imperavano nello shopping e organizzavano per le figlie, si diceva, gli aborti a Londra.

Una settimana del maggio 2007

Martedì, Giugno 19th, 2007

Per una settimana siamo stati investiti da tragedie familiari in cui risuonavano, in un delirio metafisico, le considerazioni dei “vicini di casa” che consideravano gli “attori” di queste tragedie molto “uniti”.
Talmente uniti da farsi fuori.
Family Horror, non trovate?
Una martellata in testa, una pugnalata alla schiena, un massacro con futuro nascituro.
Uniti “sino” alla morte, recita l’adagio matrimoniale.
Uniti “per” la morte, osiamo correggere oggi.

Le malattie

Domenica, Giugno 17th, 2007

finestra

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In questi anni ho visto conoscenti, amici, e congiunti, ammalarsi.
A colpirmi sono sempre stati gli attacchi improvvisi, imprevedibili, che lasciano le persone ancora in vita e parzialmente abili, per periodi più o meno lunghi, a seconda dei caratteri, della volontà, delle risorse segrete e insospettabili che ciascuno mette in gioco nei momenti estremi, in quella disponibilità a vivere comunque, almeno sino a quando una vita sia degna di essere vissuta.
Ma non siamo noi a rendere una vita, questa vita, degna di essere vissuta? Anche indipendentemente dalle malattie?
Certo dipende da chi ci sta dattorno, se siamo amati o meno, accuditi o trascurati, accettati o rigettati nell’indifferenza, anche se prima della malattia eravamo “qualcuno”.
Osservando le patologie e le fulminee catastrofi fisiche, impensate e imprevedibili, che si sono abbattute su persone a me care, mi sono spesso chiesto se le malattie ci assomigliano. Voglio dire che la malattia, anche quella che irrompe nella casualità di un giorno, o di una notte, forse esprime una segreta continuità con quello che siamo.
Potrei anche vergognarmi nel dirlo ma, alcuni miei amici colti da ictus o ischemia, che oggi vedo rallentati e sospesi, avevano già una certa naturale lentezza nel conversare e nell’elaborazione del pensiero e che, pur in possesso di grande intelligenza, oscillavano in una certa atonia o improvvise zone vuote del discorso che, in genere, venivano giustificate con le consuete considerazioni sul carattere: riservato, timido, insicuro.
Non posso fare a meno di effettuare un percorso a ritroso, di fronte ad una persona disabile per cause improvvise, cercando relazioni tra il prima (il sano ) e il dopo (il malato) e concludo sempre, e pericolosamente, accettando una relazione che forse ci vede malati da sempre, e che l’imponderabile, molto probabilmente, è ciò che già ci apparteneva.
Noi siamo la malattia.

La Storia

Venerdì, Giugno 8th, 2007

storia

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La nostra storia deve fare sempre i conti con l’idea di memoria.
Storia e memoria sono due cose diverse così com’è diversa la storia propria da quella degli altri.
Ma allo stesso tempo è difficile separare il proprio segmento esistenziale dalla linea più lunga che chiamiamo Storia. Ed è ancora più arduo inserire quella piccola parte che è, ed è stata, la nostra vita in quel lungo tratto ove eravamo non nati e, nello stesso tempo, non possiamo fare a meno di sentire una fortissima prossimità, una spaesata vicinanza.
Chi è nato negli anni Cinquanta ha compreso la guerra e le sue tristi conseguenze solo da adulto, indagandone i resti, i racconti, le rimozioni eppure un soffio separa questa nascita dal fungo atomico, dai Campi e dai Forni.
Questa insensata vicinanza, che proietta il nuovo nato con la sua culla di cenere verso il futuro, ci rimane tuttavia attaccata e prima o poi esibirà una durata più omogenea perché il tempo, quanto più tenderà a dilatarsi, renderà quel trancio di vita breve, sempre più breve, sino a farci confondere storia e memoria.
All’insensatezza si accompagna la trasfigurazione, dovuta alla non simultaneità con i quali si vivono gli eventi, ma anche all’ignoranza, a quel vago sentito dire che rende mitico o idolatrico, nel bene come nel male, ogni cosa.
La canzone cantata da Maurizio Vandelli degli Equipe 84, Auschwitz, scritta, come io seppi più tardi, da Francesco Guccini, la si ascoltava al Juke-box al mare insieme a quelle dei Beatles, dei Dik-Dik, dei Nomadi, dei Rolling Stones.
Le parole di quella canzone rimasero per anni incomprensibili ed equivocate:
“Son morto ch’ero bambino
son morto con altri cento
passato per un camino
e ora sono nel vento.”
Mi sembrava che dal camino si entrasse, come la Befana, le Fate e gli gnomi e non riuscivo a spiegarmi come si “passasse” e “si fosse nel vento”.
Ma il:
“Siamo a milioni
in polvere qui nel vento”
mi indicava chiaramente che si trattava di persone morte ma esse non rimandavano agli eventi di Auschwitz; non sapevo cosa fosse Auschwitz.
Un bel pezzo di conoscenza mancava e poi erano gli Equipe 84 a cantarla, non poteva essere così tremenda… al mare, mentre si prendeva il sole, in vacanza! Assurdo.
Eppure, la trasfigurazione che si attuava nella mia coscienza attraverso questa canzone fu autentica e necessaria, ci si avvicinava comunque al vero, come mi confermava la successiva conoscenza di adulto.
Chi è nato prima dei Cinquanta può trovare ricordi felici nel periodo fascista solo perché quelli erano gli anni della propria fanciulezza e solo un idiota può rigettare questa comprensibile, umana, verità, che comprende l’accettazione di una propria e irripetibile biografia.
Ma anche l’infanzia è irripetibile e sarebbe altrettanto da idioti rimanere inchiodati alla memoria, senza la rammemorazione e l’elaborazione dell’adulto.
Infanzia va custodita e protetta da una sentinella intelligente.
Probabilmente mai ci libereremo dal fraseggio tra storia e memoria ma con coraggio bisogna pur assaporare gli insani e ambigui piaceri del passato con gli occhi asciutti e secchi da ogni lacrima; con lucidità.

Una notte

Martedì, Giugno 5th, 2007

notte

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Sarà accaduto che gli odori notturni di un fine maggio, all’aperto, in un prato o in una boscaglia, prendessero il sopravvento sul corpo.
Il dionisiaco gelsomino avrà fatto rima con l’eterno femminino.
In un agosto più forte e potente l’aperto della natura sorpassava l’aperto di un corpo, rendendolo contorno, e non più protagonista.
Sarà pure accaduto che la ginnastica erotica sotto un cielo stellato e con il frusciare vociante degli alberi si sia arricchita con lo spettacolo di una insperata natura, tutavia decentrandosi in un altro mondo, ove ci siamo sentiti osservati da un io distante, come in un palcoscenico ove allestivamo la nostra potenza, il nostro piacere, con uno sguardo però distaccato, pur partecipando all’amore appassionatamente; contando sull’esperienza, sulla “qualità” della prestazione.
Sarà dunque accaduto che pur penetrando quel corpo eravamo soli, in ascolto di altro; forse di noi stessi nel momento più inopportuno, quando l’altro era in ascolto solo di te.
Questo non ti sarà mai perdonato.
Hai tradito l’altro per ascoltare te stesso.
Potresti anche espiare a lungo questa imperdonabile colpa.

Figli

Lunedì, Maggio 28th, 2007

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Ecco, è il momento del distacco, comincia a camminare con le tue gambe, scopri l’arte di arrangiarsi, comincia a costruire qualcosa per te.
Diciotto anni? Venti? Trenta? Trentacinque? Forse mai? Figli per sempre? Si cambia quando ci si sposa e si forma una nuova famiglia?
E se ciò non accade o viene differito oltre i quarant’anni cosa succede? Rimane sempre valida la famiglia originaria e i genitori dovranno versare ai figli anche la loro pensione? Quando, quando, qualcuno me lo dica, quando si diventa persone autosufficienti?
Con gli attuali modelli educativi forse mai. Con l’attuale idea di famiglia, chiusa in un fortilizio e che si sente minacciata da altre ipotesi affettive, c’è poco da sperare circa l’emancipazione dei figli.
Sembra quasi paradossale che in Italia ci sia il divorzio.

Torniamo in cucina

Giovedì, Maggio 24th, 2007

morning

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Cosa c’è di più bello di una cucina? Non la cucina quando vi lavoriamo ai fornelli o vi mangiamo, intendo la cucina espropriata dalla sua funzione.
Concedetemi qualche retorica melanconia. Voglio dire la cucina al pomeriggio, tutta pulita e profumata, con le persiane socchiuse ed il silenzio attaccato alle pareti nell’assenza degli altri. Questa cucina, per chi non ha un luogo proprio, una stanza tutta sua, è un mondo conquistato e da abitare. Nella cucina il silenzio conserva nel suo grembo imploso il suono delle posate e dei piatti, con le tracce di quei rompiscatole che poc’anzi vi mangiava e litigava. La cucina è stata la prima esperienza di riuso dello spazio: studio, tavolo da disegno, campo di gioco, sala lettura, palestra erotica contrapposta al funereo letto matrimoniale tirato e liscio alla perfezione come una tomba di marmo sulla cui gelida superficie si consuma il rito coniugale, poveri noi, fare l’amore dove moriremo.

L’angelo della casa

Sabato, Maggio 19th, 2007

casa economia domestica

“Casa è una breve parola; eppure, è un piccolo mondo dentro il vasto mondo; è difesa e rifugio, consolazione ed oblio. Forse non si apprezza mai abbastanza quel nido che ci ripara dalle intemperie materiali e morali, che è sempre disposto ad accoglierci dopo la lotta quotidiana, a ristorarci e a sorriderci, luminosamente, fra tante stanchezze e fra tante ombre.”

Con queste parole si annunciava il libro di economia domestica su cui le ragazze studiavano.
Materia che dava loro non pochi problemi, più del latino e dell’algebra, con gli esercizi da svolgere a casa come il cucito il disegno della disposizione della tavola perfetta la ricerca sulle piante d’arredamento le ricette e l’igiene personale. Aggiungiamoci l’Enciclopedia della Donna che faceva pendant con l’Enciclopedia dei Ragazzi per i maschietti.
Dall’Enciclopedia si imparava come ci si comporta a teatro e quali abiti indossare la sera o come si organizza un Capodanno come vivevano le dive e di pittura si vedevano i ritratti femminili che facevano sognare, dimenticando i pittori, ma almeno si stimolava il loro immaginario di adolescenti e future donne.
Molte persone sono rimaste, purtroppo, ancora lì o vogliono farci restare gli altri.

“Come l’abitazione sana, luminosa, pulita, ridente solleva lo spirito, anima la mente, suscita il sorriso ed il canto, invita la donna alle faccende domestiche, attrae l’uomo dopo il lavoro o l’oppressione degli affari per trovarvi sollievo, ristoro e nuova forza nella pace familiare, così invece l’abitazione malsana, oscura, sudicia abbrutisce le persone che sono costrette a passarvi la maggior parte del giorno, le rende tristi, svogliate, irritabili, tentate di fuggire dal luogo di sofferenza ove da tutte le cose emanano nausea e disgusto.”

“Una casa può essere paradiso e può essere inferno per l’essere umano. Quanto influisce sulla nostra formazione spirituale, sull’andamento della nostra vita fisica e intellettuale, sulla riuscita più o meno felice, più o meno apprezzabile, dei nostri piani, sulla realizzazione dei nostri sogni, una casa!”

(”Il governo della casa”, manuale di economia domestica, 20 edizioni dal 1946 al 1961)