Archivi per la categoria ‘Nuda vita’

Giorgio Diritti. “L’uomo che verrà”. Ma il grande regista già c’è.

giovedì, 4 febbraio 2010

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antonio marchetti country

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Sapevo di andare a vedere un grande film. Dopo quel capolavoro de “Il vento fa il suo giro” – un film ove mi parve precipitassero in forma contemporanea la teoria mimetica e persecutoria di René Girard – non potevo dubitare di Giorgio Diritti e di questo suo secondo film, “L’uomo che verrà”. Anche qui lingua intrusa, comunitaria; è la lingua di terra, la lingua materna, il dialetto. Le didascalie segnano la nostra distanza (dalla terra e dalla comunità ancorché dalla lingua). La storia la viviamo attraverso gli occhi di Martina, una bimba di 8 anni che non parla, parlano gli altri, gli adulti. Che l’infanzia abbia in sé risorse impensate e sottovalutate ce lo dimostra la vita attiva e la concretezza di Martina, con la sua capacità di andare oltre il dolore, attivando potenzialità salvifiche, per sè e per l’altro, che la spingono a farsi carico di una totale catastrofe e della  scomparsa di un mondo (del mondo). La vita di comunità di quel 1944 che ci viene raccontata rende quasi incommensurabile lo spazio che da essa ci divide mentre la narrazione di un evento indicibile (affidato a chi non può parlare) come la strage di Marzabotto riapre ferite mai emarginate chiamandone altre più vicine, presenti e future.

L’umano appare volgendo le spalle ormai alle ideologie ed alle narrazioni di fondazione sottraendosi ai doppi: risentimento-redenzione, colpevole-innocente, carnefice-vittima, condanna-perdono. Nella rappresentazione del “qual’è”, l’evento appare ancor più feroce, proprio nel ritirarsi di una soggettività critica. Ma se guardiamo il film con gli occhi di Martina, se siamo cioè in grado di tornare alla nostra infanzia, una soggettività dunque perduta, la storia ci apparirà forse miniaturizzata e ingrandita al contempo ma piu “reale” e terribile.

Abbiamo un grande regista italiano; suonerà retorico ma che importa, ci piace dirlo.

Che cos’è un padre?

giovedì, 28 gennaio 2010

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antonio marchetti patrimonio

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Che cos’è un padre?

È colui che viene dopo.

In che senso?

Nel senso che non può competere con la fase nutritiva e  protettiva della madre e di conseguenza il padre “dovrebbe” intervenire quando si ha un progressivo distacco del figlio da tale rapporto di dipendenza simbiotica.

Quando si ha il distacco dalla madre?

A volte mai, spesso ad età molto adulta. Nei casi di separazione dei genitori il rapporto con la madre si è materializzato in forme poco naturali e spontanee, direi distorte.

Perchè?

Perchè sulla donna campeggia l’aura sacrale della maternità che spesso viene giocata fuori tempo massimo. È un ruolo che a volte la donna assume andando contro se stessa e le proprie libertà, ne è come risucchiata. Oggi questa contraddizione raggiunge livelli massimi. Chiederei invece: cos’è una madre?

Le ripeto allora  la domanda, cos’è un padre?

Un padre è anche colui che accudisce i figli, ma in forme diverse.

Diverse in che senso?

Nel senso temporale e funzionale. Il segno paterno spesso si rivela nei tempi lunghi mentre nella cura filiale vengono soddisfatti da parte paterna dei bisogni che non potranno mai competere con il femminile.

Quali bisogni ad esempio?

Quelli della “differenza” per esempio o dell’autonomia. Può sembrare un paradosso che un pensiero della “differenza” (un “agire” della differenza), il cui spazio teorico è stato per decenni occupato dal genere femminile, possa  oggi abitare la mente e il comportamento degli uomini, dei padri. Purtroppo tali caratteristiche di genere vengono come annebbiate nel rapporto di coppia, consumate dal sempreuguale o nella rincorsa affannosa di una “tenuta”. Dico purtroppo perchè, altro paradosso, è nella rottura del rapporto dei due che il terzo, il figlio, si staglia e avanza con forza.

Il rapporto filiale sembra chiarirsi, nelle reciproche identità, quando due genitori si separano? Cosa accade a questo punto?

Accade che le verità di ciò che siamo vengono smascherate davanti ai figli. Non conta la cultura o il grado di sofisticata civiltà che esprimiamo nella vita activa. Conta invece quanto siamo resistenti al retaggio regressivo e istintuale che irrompe nell’emergenza che la nostra intellettualità, in tempo di pace, distribuiva in eleganti propositi verbali.

Come agiscono allora le differenze nella formazione dei figli in questo caso?

Formazione, bella parola. L’ho sempre preferita alla parola educatore. Formatore era una parola che usava Pasolini. Parola che ricorda le mani e l’argilla. Parole che vestono la nostalgia ed il perduto. Ogni genitore, oggi, deve fare i conti con il perduto, con quel qualcosa che perdiamo ogni giorno ormai. Mi riferisco a genitori pensanti e maturi, evidentemente non ad una maggioranza.

Il femminile oggi oscilla tra appropriazione e rancore che a volte si trasformano in vendetta e manipolazione. Ripeto, è quello che eravamo prima del rapporto di coppia a riapparire; se qualcosa prima non era ben registrato e chiarito l’attrazione del caos aumenta.

Il figlio diventa in questo punto critico il piano geometrico ove proiettare le proprie identità. L’identità femminile agìta sulla “formazione” dei figli,  in questa fase storica italiana, è frantumata in tante porzioni di specchio che si allontanano dall’unità. Oggi una grave responsabilità spetta alle madri.

Quale?

Quella di saper scomparire. Di praticare il distacco, cosa che riesce più naturale all’uomo, è evidente. Il figlio viene fuori dal corpo, l’uomo ne è originariamente spettatore, distaccato. Ma se l’uomo in qualche modo ha recuperato il distacco accostandosi in forme affettive e “corporali” la donna sembra vivere una frantumazione identitaria che al momento della relazione con il figlio potrebbe andare a pescare in scenari pre-culturali e tribali che si vanno molto spesso  ad aggiungere al rancore verso il maschio poco dominante o deludente.

Questa sua analisi potrebbe risultare pericolosa addossando alla donna un carico pesante e quasi un destino. Una riedizione di Otto Weininger con il venticello del politicamente corretto.

È vero, c’è questo rischio. Non dimentichiamo che la “cura” per il femminile si estende spesso per più generazioni. La donna si fa carico, da figlia, dei genitori anziani. Gli uomini sono sfuggenti o aiutano nelle forme che gli sono proprie. Ma il femminile cura nel corpo del malato, del genitore anziano. La relazione con il corpo, luogo da cui si proviene e in cui precipitiamo nel dissolvimento, è una sensibilità esclusivamente femminile.

Perchè il corpo sembra essere competenza della donna, anche nelle forme di disfacimento?

Non vedo differenza tra l’esibizione erotica del corpo femminile, nella sua vendita mediatica, e l’accudire una madre malata senza più dignità di persona. Da un certo punto di vista la vita “corporea” della donna spinge verso comportamenti diversi dall’uomo, visto che questo universo è a lui estraneo. Ma quando l’uomo tenta di accorciare il distacco pare essere rigettato nel dominio antropologico del femminile materno.

Ripeto, viviamo un periodo di grave regressione culturale ove il femminile, che prima in qualche modo aiutava l’uomo a crescere, è precipitato in una preoccupante distonia. E l’uomo dovrà crescere da solo. Per i giovani uomini, poi, vuol dire crescere senza la madre.

Può chiarire meglio questo ultimo passaggio?

Lei sentirà spesso donne e madri che si lamentano di compagni e figli che non collaborano o non aiutano nella vita domestica. Le donne che si lamentano dei loro uomini educano i loro figli maschi con modalità che riproducono le caratteristiche degli maschi futuri. Il maschio è così perchè sono anche le madri a volerlo. Se veramente nel femminile poteva risiedere un giorno il cambiamento mai come oggi ne siamo tanto lontani.

Il distacco ben temperato.

sabato, 9 gennaio 2010

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Certo è dura la scuola per i nostri (perchè mai “nostri”?) giovani.

Fanno fatica per quelle cose che per noi dell’altro ieri era quasi relax.

Pensieri della possibilità occupano i cervelli dei (vostri?) ragazzi.

La ricerca della possibilità rinuncia, o non la capisce, all’essere ora, nel presente, a dire in forme non omertose e non vili ciò che hanno da dirci, a noi, a me, a quelli di ieri l’altro.

La loro ricerca delle “possibilità” segue i sentieri dell’illimitato contemporaneo ove possibile e impossibile convivono, rendendo vana la ricerca stessa.

Questo “non sapere”, purtroppo e molto spesso, viene come “tradotto” ( e dunque tradito) dagli adulti (siamo sempre noi di appena un momento fa storico). Già, i padri e le madri. Vogliono prendere in mano il volante di quella splendida fuoriserie chiamata “possibilità”, per i figli, ma sostituendosi ai disegni di quel regno animale necessario e cruento che li chiama.

Poi, se i figli non si allontaneranno e non seguiranno più le leggi naturali del distacco, saranno i loro padri e le loro madri a punirli, rovesciando loro l’orrore di una vecchiaia (in un universo sociale ove la morte è differita ad oltranza), spandendo l’olezzo chimico della morte che circola nella casa, quella ove si torna sempre.

Le possibilità dunque possono restringersi e rattrappirsi, ancora, nell’unica e ultima casa che si chiama famiglia.

Il femminile in questo caso offre coinvolgimenti vertiginosi, confliggendo continuamente con le sponde del possibile e del non possibile.

I giovani contemporanei dovranno prima o poi costruire un contratto nei rapporti tra generazioni…  se vogliono scegliere la via del distacco.

Antonio Marchetti a Cansano (AQ)

lunedì, 21 dicembre 2009

 

Il paradigma dell’emigrazione ispira questa installazione di Antonio Marchetti espressamente realizzata per Cansano. Un paradigma del moderno e della contemporaneità raccolto in una pittura tridimensionale fatta di abiti, stracci e oggetti “narrativi” sulla quale si sovrappone una videoproiezione archeologica- antropologica; mentre il sonoro comprime lo spazio pressurizzandolo, in ossessivo e ripetitivo leit-motiv acustico che martella la mente e le memorie. Non si pensa solo alle emigrazioni di almeno due terzi del secolo XIX, gli italiani del ceto medio alfabetizzato, degli esuli, dei patrioti e  degli aristocratici che in America o in Inghilterra fondarono riviste e imprese. Qui ci si riferisce soprattutto ai quattro milioni di emigranti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, spesso analfabeti, sino a quelli intervistati da Mario Soldati nelle banchine dei porti negli anni Cinquanta a cui chiedeva: cosa vi siete portati da leggere?

La storia si svolge per specularità rovesciate. Noi da diversi anni conosciamo l’immigrazione, siamo l’America per centinaia di migliaia di persone. Lampedusa, o le rive fatali, i centri di prima accoglienza sono la Ellis Island nostrana. I nostri comportamenti sono il riflesso nello specchio scuro di una memoria che rimesta nel corpo della nostra identità. Senza esprimere giudizi o valutazioni “morali”, più semplicemente, l’intenzione  di Antonio Marchetti è quella dell’arte: invitarvi nelle proprie stanze offrendovi una narrazione contemporanea.

In fondo anch’io – scriveva Ennio Flaiano di se stesso – sono un emigrante, un emigrante intellettuale.

 

variosondamestesso  ® riproduzione riservata

 

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Io ho ferito il cavaliere.

domenica, 13 dicembre 2009

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Sono stato io a colpirlo in faccia. Non sono cose che si programmano, avverti che sei uscito da te stesso, che hai abbandonato te stesso che consideri spazzatura, puro rifiuto inutile. Ho colpito lui ma in realtà ho colpito mio padre, mio fratello, e anche mia madre, tutte persone che mi hanno ridotto la merda che sono. Di ritorno dall’igiene mentale e dalle solite chiacchiere o di ritorno dal lavoro a settecento euro verso quel tugurio di stanza giù al Naviglio Pavese dopo le ex Cartiere Binda, dove lavorava quel bastardo fascista di mio padre, ho cambiato piano per andare a sentire il cavaliere. Il capo tuonava nella piazza, con il dito sempre puntato (come faceva sempre quella bestia di mio padre) e si è avvicinato muovendo una massa di gente ed energia come Padre Pio e così, tranquillo, gli  ho sbattuto in faccia quella stronzata che mi ritrovano in mano per fargli veramente male. La sua faccia col sangue che ho intravisto quando lui è stato insaccato in macchina era quella che volevo vedesse tutto il mondo. Solo dopo il gesto ho capito che lo sbotto di sangue che gli avevo procurato significava qualcosa di grande, come dicono a Dubai: un gioiello e una icona, due delle tre parole magiche. Ho pensato, mentre mi saltavano addosso, che quell’immagine sarebbe stata uno stimolo ad alcune budella immortali dell’Italia che si piega ad un dito puntato. Quel sangue, il sangue di quell’animale-uomo, finalmente uomo e non più cavaliere, avrebbe acciuffato l’immaginario storico degli italiani. “Immaginario”, la terza parola magica del mondo virtuale di Dubai-Truman Show. Spero mi metteranno in un luogo tranquillo, appena un po’ meglio del tugurio dove vivo.

Al centro dicono che sono intelligente e colto, e che potrei fare tante cose se solo lo volessi.

L’ho fatto.

Nostra Signora dei Turchi.

giovedì, 17 settembre 2009

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I denti con intercapedini e plinti acciaiosi si trasformeranno in utili ancoraggi per una faccia che tende al retrattile ed alla catastrofe.

Il pene d’acciaio, incuneato nel mutabile e capriccioso cavernicolo verticale, infiammerà muscolatura  tessuti e derma che imploderanno, raccogliendosi a brandelli scomparenti e liofilizzati su un cilindro priapico-metallico smussato.

L’uso nei decenni di rialzature di calzari fatte realizzare in centri di ricerca specializzati ma parcellizzati –  per sopperire ad una autopsicomenomazione – comprometterà la spina dorsale che tenderà ad una compensazione curva, una cifosi devastante che va a pescare subdolamente nell’anamnesi ancestrale del paziente la cui retrostoria presenterà aporie e tempi vuoti; cifosi probabilmente acutizzata anche dall’attuale progressiva lesione autoprodotta delle vie cerebrellari.

Il rachitismo negli arti inferiori, già visibile in età adulta, troverà aggiuntiva tragica evoluzione in gambette non più in grado di sostenere un peso corporeo, fuori baricentro, che aumenta di settimana in settimana.

L’immagine di insieme è di un vecchio deforme, una deformità accompagnata da un dispositivo tecnologico di sostituzione che renderà la deformità particolarmente mostruosa nel suo perverso confine con l’uomo macchina, l’uomo robot, l’uomo bionico.

Allora, forse, quando il mostro apparirà esibendo la sua morte anche tecnologica (almeno così accade per ora), gli inattuali di ieri saranno i contemporanei di domani.

Italiana

martedì, 28 luglio 2009

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Pare che le cose vadano avanti in qualche modo.

Dove si vada non saprei dire con razionalità.

In questo incessante procedere italiano non vorrei proiettare una condizione soggettiva, una percezione soggettiva, su una realtà che magari va alla grande. Coloro che definiscono il nostro precipitare non conoscono la perenne catastrofe, l’ansia continua, l’incessante fallimento che sempre ci accompagna nel nostro procedere. Poco conoscono la nostra sconnessa e quasi impossibile narrazione storica.

Siamo minori; ci piacciono i dettagli o cose che nessuno osserva ( ma prima di noi le osservavano?).

Dio non è nei dettagli. Nei dettagli sta l’uomo.

Qualche uomo. Che si fa carico dei non ancora uomini.

Allora, dove andiamo? Dove andremo lo possiamo leggere dal come stiamo.

Ma come stiamo non lo dice quasi nessuno.

Noemi e l’imperatore.

lunedì, 25 maggio 2009

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Ammettiamolo. Se i tratti arcaici fondativi dell’italiano televisivo si coagulano nell’imperatore pop bisogna accettare la latrina. La signorina Noemi Letizia (cognome ambiguo) si lascia suggerire le risposte e si consulta con i suoi ingegneri e avvocati. La sua identità si costruisce su questa scelta. E le altre? Sono numerose. Di loro sappiamo solo quando le incontriamo nella quotidianità della nostra vita activa. È la parte che conta poco e a cui si chiede di accomodarsi nella villa imperiale. Noemi parlerà nella neo lingua post Eduardo, De Berardinis, Totò e Carmelo Bene. Per lei, per la Noemi dell’imperatore, bisogna lavorare sul nuovo teatro partenopeo. Su questa nuova lingua dei Letizia  il teatro napoletano può raggiungerci. C’è già? Mi pare da quelle parti ci sia una collezione di trofei piuttosto che spirito di ricerca.Siamo a Weimar? Ma allora il tedesco aveva, volendolo, il meglio della cultura. Qui viviamo una Weimar secessionista, semianalfabeta e drogata. Signorina Noemi, viva sino in fondo la sua identità e si immoli come nei film italiani di Maciste (mondo dal quale per strani effetti temporali lei proviene, insieme al suo papi-imperatore).

6 aprile 2009. Abruzzo

martedì, 7 aprile 2009

img_0298.jpg Ci ritorneremo, sempre. Sempre e comunque.

Il progetto della mia mostra abortita in Abruzzo e non so perché

giovedì, 2 aprile 2009

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Nell’estate del 2007, a Montepagano, in occasione di una edizione di “Trasalimenti”, avevo esposto in buona compagnia di artisti una serie di operine di piccolo e medio formato raccolte sotto il titolo “City”. 

I lavoretti erano sistemati nelle soffitte del palazzo Mezzopreti di quella bella e antica città abruzzese che getta dall’alto il suo  sguardo alla vicina marina adriatica, mentre nel piano nobile del palazzo si dispiegavano le opere di Fabio Mauri. L’idea di stare sopra la testa di Mauri non mi dispiaceva. Essere artista “minore” ma sistemato sopra la testa di qualcuno che pur ammiriamo e rispettiamo mi pareva una buona posizione.

In quelle colorate rappresentazioni urbane, una pittura in forma di “maquette” come se si volesse dipingere la pluridimensionalità di un mondo con l’onnipotenza tipica dell’infanzia, circolavano però lavori che riguardavano la solitudine di un morente nella corsia di un ospedale, le rovine o l’angoscia notturna di una periferia; al gioco cromatico di una città felice serpeggiavano imminenti catastrofi, collettive o individuali, domestiche.

Lo stile, evidentemente, voleva occultare queste differenze rendendo il tutto “felicemente” fruibile. Lo stile con cui si dicono le cose è molto importante, per un artista la “forma” poi è l’essenziale. Un artista non può che formalizzare, sempre; iI contenuto è sempre nella forma.

In questa mia prova per “Trasalimenti 2009″, più impegnativa dopo le aeree soffitte di Montepagano, ho aggiunto, a completamento di una idea più generale, la campagna, il “paese” o, se volete, lo “strapaese” in qualche memoria storica e pittorica che molti potranno rintracciare; “Country”, appunto. C’è molta italianità in questo, di conseguenza molta cultura europea.

In un certo senso ” Country & City” conclude idealmente la narrazione cominciata a Montepagano in quell’estate di due anni fa. La scelta di un titolo in lingua inglese, una lingua “globale”, vorrebbe mettere in gioco il paradosso tra una velocità virtuale e la lentezza dei luoghi, o almeno una loro intrinseca  “resistenza”, esibendo un’ origine. Essere contemporanei significa sempre tornare a pescare in qualcosa di arcaico; con il rischio di essere inattuali.

Ma in verità, come ben sappiamo, pur definendo un percorso nell’illusione di averlo “compreso” e organizzato, lasciamo dei resti, delle inconclusioni, dei sentieri interrotti, dei progetti che meritavano forse un miglior destino, una lateralità pur importante del nostro viaggio ma che ha avuto poca fortuna, o  forse non è stato compreso. Noi stessi non siamo stati in grado di far comprendere. 

Sono quei lavori che contengono la progettualità di una crisi, sono le fratture tra le stagioni (esistenziali oltre che artistiche), le rotture tra le vertebre di un asse che pensavamo ci tenesse in piedi. 

Un progetto di crisi si delinea quando raccogliamo senza un sistema preordinato, in una specie di sospensione che oscilla tra noia ed inerzia ma ove si annuncia un lontano nuovo mattino. È un tempo vuoto. Eppure si è “costruito” qualcosa.

Le diciannove scatole reintitolate “facies” (non chiedetemi che fine abbia fatto la ventesima) nascono da questo stato di vuoto di un annoiato collezionista di cose inutili, recuperate dal fondo del’inessenziale e della marginalità, anche dalla spazzatura. Il progetto si è delineato spontaneamente in tracciati di volti, archetipi di volti, maschere, dominati dal demone della simmetria e dello specchio, che hanno aiutato l’idea compositiva, il farsi di una “regola”, per così dire. 

La serie “scultorea” Angelus Novus non è che la derivazione tridimensionale di queste scatole nate da un naufragio, per quanto colorato, mentre è evidente, per molti accorti osservatori, l’omaggio a Paul Klee e a Walter Benjamin.

Poi c’è un vecchio lavoro su parete dal titolo “Sistema nervoso” che per questa mia mostra desidero riproporre. Questa “istallazione” flessibile (che varia a seconda dello spazio e delle sue dimensioni) la definirei  “pittura”. Si tratta di logori stracci neri tenuti in “tensione nervosa” da pugni chiusi, calchi della mia mano e di quella di mio figlio (una involontaria metafora edipica?). La sovrapposizione di stracci, con le lacerazioni pendenti e le sfilacciature, vogliono essere nient’altro che scolature di colore e una modalità della  pittura.

La sproporzione tra lo sperpero di energia ed i risultati, quando proposi per la prima volta questo lavoro più di un decennio fa in un luogo molto particolare, mi spinge ora a mostrarlo ad un pubblico, spero, più vasto, e più libero da condizionamenti claustrofobici di “sistema”, che spesso tarpano l’autenticità del  gesto artistico.

Infine propongo un lavoro sospeso dalla terra, aereo, che abita metri cubi piuttosto che metri quadri lineari, il cui supporto è l’aria, il vuoto. Questi misuratori di aria e di correnti, ma d’interno, si fondano sullo stesso linguaggio e sugli stessi principi delle scatole “facies” e degli “angelus novus”, solo che vogliono sollevare lo sguardo dello spettatore verso un asse ottico verticale, verso l’alto, dove in genere non guardiamo mai, radicati come siamo alla linea terrestre ed alle superficii verticali ad essa perpendicolari.

 

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La Chiesa e la “vita activa”.

lunedì, 9 febbraio 2009

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Lembrione umano e l’esistenza inerte del comatoso segnano i due estremi in cui la Chiesa rivendica la sua autorità: la pre-vita (sospesa in vitro) e la pre-morte (sospesa dalle tecniche di alimentazione artificiale).

Due forme di immortalità grazie alla tecnica. Con la  tecnica la Chiesa ha tuttavia un rapporto confuso e ondivago.

Questa Chiesa non intende tutelare la “vita activa” – sfuggita ormai al dominio del potere ecclesiastico grazie all’emancipazione dell’uomo ed alla sua libertà – bensì la “non- vita”, l’assenza delle relazioni col mondo e con altri uomini, l’assenza della scelta e della coscienza individuale.

La coscienza, ci ricorda questa Chiesa, può appartenere agli esseri umani ma la vita appartiene a Dio.

L’agire è ormai spazio dominato dall’uomo ma la vita, come monade biologica , è spazio appartenente al divino. A Dio. 

Eppure Dio, dopo le fatiche della creazione, il settimo giorno si riposò, si ritirò dalle cose create per rimirarle, per vederle agire, per vederle vivere, insomma per vedere cosa aveva combinato. 

In questo week end di distacco, forse troppo breve, il Creatore lasciava le cose create alla loro responsabilità; sospendendosi, facendo un passo indietro, ritirandosi dal creato e ritirandosi da se stesso, forse voleva verificare se ciò che aveva fatto fosse veramente cosa buona e giusta.

Voleva forse che gli esseri si emancipassero da Lui stesso, che crescessero non come figli bisognosi petulanti e piagnoni ma come esseri in grado di badare a se stessi, che crescessero non come opportunisti e ipocriti che in nome della vita astratta calpestassero i valori della vita vera, reale, quella delle relazioni tra gli uomini. 

Forse non voleva che i princìpi  e le leggi che regolano la vita sociale venissero calpestati in Suo nome o per obbedire ai suoi lacché peccaminosi e irrispettosi del figlio suo, che si è pur sacrificato per loro inutilmente. 

È in quel week end troppo breve, in quel distacco  incompreso, in quel riposino sproporzionato e sparagnino rispetto alla titanica impresa della Creazione che dobbiamo riporre i nostri dubbi laici.

  

Quello sono io

mercoledì, 15 ottobre 2008

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La possibilità che potessi essere io quell’ammasso informe disteso sulla panchina o davanti al portone o accovacciato come una installazione tardo pop è qualcosa che ho sempre tenuto in conto da quando ho cominciato a pensare e guadagnare un pochino, diciamo intorno ai vent’anni. Sono io quel clochard, il mio destino potrebbe materializzarsi improvvisamente in quel barbone sonnacchioso che si arrotola intorno ai suoi stracci e che mi chiede l’elemosina. Se offro qualcosa non lo faccio tanto per lui ma, forse egoisticamente seguendo un investimento preventivo, per me stesso, per quello che potrei essere da un giorno all’altro, magari in età avanzata, solo, un po’ fuori di testa, un’ischemia e due ictus alle spalle, con addosso un cappotto di quattro taglie più grande (bello, ho un cappotto!) ed uno zainetto sforacchiato con dentro quei tre o quattro libri sbrindellati e salvati all’ultimo momento prima che il capovolgimento si abbattesse su di me.
In alcune perquisizioni quei libri mi hanno salvato, in altre ho preso più botte.
Ho conosciuto barboni sporchi e repellenti ma distinti e signorili parlare in perfetto stil novo, altri raccontarmi in dieci secondi la loro vita da far invidia a qualunque professionista minimalista ed io li scrutavo chiedendomi quale potesse essere la mia tipologia di appartenenza. Insomma per aiutare me stesso do qualcosa. Una volta a Roma un vecchio mi chiese di dargli qualcosina per potersi mangiare delle penne al burro. Qui è la precisione a colpirmi, la concretezza, oltre al fatto di condividere pienamente il suo menù, le penne al burro sono meravigliose. Bisogna sempre aiutare, dare qualcosa per aiutare se stessi in un giorno futuro, vedi mai la sorte, in cui saremo noi a chiedere. Se gli mettono fuoco sarò io a bruciare, se gli sputano sputeranno me e mi prenderò intera tutta la vergogna e la mortificazione e seguirò lui in tutte le zone basse e fognarie della società. Sarà dura, dovrò stare lontano dalle chiese, dai luoghi sacri e dai monumenti, mi si proibirà di chiedere elemosina, non potrò dormire nelle panchine perché hanno progettato panchine anti-barbone (pessimo design), sarò guardato con sospetto anche se in tutta la mia vita il peggio che si potrà dire è: in fondo in fondo è stato brav’uomo. Vagherò per le città come un fantasma pur essendo in grado di fare sottili analisi urbanistiche, sarò allontanato dalle chiese pur conoscendole sin nelle più nascoste e piccole pitture o decorazione o sculturetta o angioletto ma non servirà a niente perché il mio sarà un linguaggio muto e strascicato senza denti ormai e con il morso allo stomaco della fame. Gli uomini li vedo dal basso, sto sdraiato giorni interi a farmi viaggi che dimentico presto, sono confuso, poi vengo segnalato, mi portano via e non sanno che farsene di me. Una volta chiesi ad un vigile con la pistola sul fianco: ti prego, sparami.
Ma un interdetto etico preserva la vita, dall’embrione al rincoglionimento. La vita activa no. Ma, dico io, la mia vita è qui, o là, in città, sono un non residente va bene ma ho una storia non vi interessa conoscerla? no, ma se rispettate la vita io la vivo così, non mi è rimasta che questa, se sono zingaro? sì, sono anche questo, viviamo in comunità, ci piace così, ladri e stupratori? certamente ce ne sono tra noi ma io non sono così, mi chiamano buonuomo, qualcuno Professore perché ho letto la metamorfosi di Kafka in lingua ceca, se sono clandestino? ma sono anni che sono clandestino alla vita, al mondo, al consorzio umano, lo sono da quando avevo una partita iva una casa con giardinetto e la domenica gare di golf, lo ero già, ero clandestino, dovevate incriminarmi allora, ero già pericoloso a quei tempi, già covava qualcosa, ma non andate al cinema? la pre-crimine non vi dice niente? Minority Report, Spielberg… Philip Dick? già non si capisce niente quando vi parlo perché sono ubriaco e sdentato, ho venduto la dentiera.
Mi trattate come spazzatura ma non avete il coraggio di farmi fuori. I campi, già i campi, ottima idea, metteteci in qualche campo, come? chi li progetta? ci sono tante firme famose di architetti che ci si butterebbero a capofitto, qualche nome? Albert Speer? no i nomi non li faccio ho già abbastanza guai con voi, volete dei santini? ne ho centinaia, no? sono belli i santini, non ci credete più? li ho anche di Padre Pio, strumentalizzo la religione? ma è solo per mangiare diobono, per mangiare credo anche alle stimmate.

Come si comincia?

mercoledì, 24 ottobre 2007

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Un giorno lontano, dalla stanza dell’italianissimo zio, presi un libro, un bel tomo di quelle collane ben rilegate e dai titoli importanti che servivano più che altro a fare arredamento e che lui probabilmente non aveva mai letto.
Li vedevo sempre quei libri quando andavo a prelevare di nascosto qualche 45 giri, ed ora decisi, un pò svogliatamente, di prenderne uno. Mi distesi sul letto della nonna e iniziai questa lettura. Via via che le pagine scorrevano mi accorsi della cosa incredibile che mi era capitata tra le mani.
Dovete sapere che sin da bambino sono stato un fanatico ammiratore di Vincent Van Gogh e rimasi fulminato dalle pagine dell’Enciclopedia dei Ragazzi dedicate all’arte ed in particolare dalle riproduzioni della Vigna rossa, del Campo di grano con corvi e dalla “Stanza”.
Passavo ore a copiare e a tracciare sul foglio quei vertiginosi trattini e le assurde spirali dei cieli stellati fino a farmi cadere gli occhi. Ed ora cosa stavo leggendo? Nientemeno che la vita romanzata del pittore rosso, del fou rouge, dell’eroe del Borinage, del più povero di Montmartre, del malato di Saint-Rémy, del suicidio più grandioso della storia: Brama di vivere di Irving Stone.
Non storcete il naso e non mi toccate per favore Irving Stone, uno specialista di queste storie, o Kirk Douglas che interpretava Vincent nel film di Minnelli.
Nella linea in cui mi trovavo questi idoli non si discutono, farlo oggi sarebbe sin troppo facile e un pò ipocrita e poi non ha molta importanza da dove si comincia a leggere perché poi gli itinerari diventano imprevedibili.
Rimasi folgorato da questa casualità e dal fatto che quel libro era sempre stato là, a portata di mano. Conclusi che c’era il tocco del destino e che il libro mi aveva cercato.
Da lì, visto che Gauguin era ben rappresentato, divorai La luna e sei soldi di Somerset Maugham (più tardi vidi anche il film) poi la storia di quel nano puttaniere raccontata in Moulin Rouge, Toulouse-Lautrec.
Sono ancora in grado di commuovermi quando recentemente ho rivisto l’episodio di Sogni di Kurosawa dedicato a Vincent.
Ma la cosa veramente incredibile di questo episodio, che delimita inevitabilmente il mio trancio di vita, sta nel fatto che io passai dal pomeriggio all’oscurità in uno stato di trance dentro quel libro come se avessi dimenticato il tempo e le poppe di Manola. I nuovi campi, arricchiti dalla pineta nella nuova casa ove eravamo andati ad abitare, continuavano a chiamarmi con gli schiamazzi dei compagni, qualcuno venne a cercarmi suonando al citofono ma feci finta di niente.
Quando accesi la luce a conclusione del lungo tramonto mi accorsi che stavo leggendo quasi al buio ed un’altra atmosfera circondava il libro, quella luce elettrica che cambia il nostro leggere e segna il definitivo abbandono dei campi e dei giochi di strada. La linea d’ombra era varcata.

Morti

giovedì, 4 ottobre 2007

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Morti immobili in un letto, con il vestito migliore, puliti e lavati, con le scarpe lucide, ben pettinati e profumati al limite della soglia ancora umana.
Tutti immersi nella stessa penombra della veglia funebre, circondati dai fiori, dalle corone e dal cordoglio sussurrato, trattenuti prima che la loro anima abbandoni i loro corpi, come se si conoscesse il tempo della definitiva separazione.
I toni si smorzano, gli oggetti riposano, la coperta dei morti si distende sulla casa.
Essi sono guardati ma non possono restiturci lo sguardo.
Un’insopportabile e crudele passività spezza la consueta reciprocità degli sguardi e getta i loro corpi nel campo dell’esposizione indifesa.
Possiamo scrutare i loro difetti o la loro involontaria espressione che in quel momento non è delle migliori, e quasi non crediamo a quella immobilità e non-pensosità.
Ho sempre creduto, durante le lunghe veglie funebri, che essi ci scrutano molto e più di quanto facessero in vita, ma in un tempo breve, ed essi, ora, sono più benevoli.
La nonna non mi rimprovera per una risata inopportuna e Guido non ha nulla da contestarmi. Essi sono sicuramente più buoni e non è vero che siano immobili.
Se fisso attentamente i loro volti vedo che un sopracciglio si muove, che la bocca contratta si distende in un ironico sorriso e che la mano che ho baciato ha un fremito, non è allo stesso posto in cui ora l’ho lasciata.
Tra le labbra nere un filo rosso anima ancora una possibilità di parola, pacata, fatta di altra sostanza sonora e con altre finalità acustiche.
Dall’angolo della stanza in cui mi sono appostato vedo la forza stupefacente che questi morti emanano ora, cosa riescono a combinare tra la gente che è venuta a far loro visita.
Cugini si conoscono per la prima volta, parenti che credevamo bruttissimi sono diventati bellissimi, quelli poveri sono venuti con l’ultimo modello Alfa, quelli alti ora sono piccoletti, quelli antipatici non smettono di accarezzarmi, una ragazza-parente sconosciuta ha un culo bellissimo, quei fratelli che non si parlavano più per via di un’eredità si sono appartati in cucina e stanno soavemente conversando, appianando, accordando, quasi si abbracciano; si intrecciano lunghi racconti distribuiti tra varie stanze, saghe familiari e anàmnesi a me sconosciute vengono tracciate al capezzale del morto, una sfrenata voglia di chiamare il morto per nome ed intimargli di alzarsi si impadronisce di me.
Si comincia a mangiare qualcosa, si tira fuori il vino e qualche liquore, si accenna ad un sorriso, si fa qualche battuta, si ride di cuore e poi ci si vergogna e ci si rinsacca nel lutto ma non è come prima, un’elettrica vitalità serpeggia tra i vivi.

Tema: La noia

mercoledì, 1 agosto 2007

banco

Starsene sdraiati sui gradoni roventi dell’anfiteatro della pineta, nuovo e inutilizzato con le erbacce già ben pasciute tra le fessure del cemento, starsene con il libro in mano delle vacanze: Opiè, il ragazzo serparo. Lui sì che aveva le idee chiare e il destino segnato: diventare serparo, la figura più importante del paese, ripercorrere la tradizione dei padri e dei nonni, imparare a catturare i serpenti per il Santo trascinato per le strade una volta l’anno, nero e imponente avvolto dai rettili nella processione più pagana e dionisiaca mai vista.
Starsene gettati sul quel cemento ardente con la sola compagnia degli insetti e con il libro aperto sulla stessa pagina che non va avanti.
Una noia spessa e pesante, che cala dall’alto, un nulla che ti cancella i pensieri e poi te li ripresenta in una circolarità inconcludente che ti riporta sempre sullo stesso centro vuoto. Tutti gli scenari della vita che verrà si presentano davanti agli occhi e poi si vanno ad imbucare nellla cosmica pigrizia della noia che li nullifica tutti. Il surplace era uno stato di sospensione dentro una vita attiva, dentro il gioco, un’accumulatore per una successiva sfrenatezza, qui invece tutto è passivo e inerte e ti sembra di sfiorare la morte, di provocarla, quasi di desiderarla.
Fai l’orecchio al libro, la stessa pagina 22, un bianco camposanto di caratteri tipografici sbiaditi dal sole disseminato di zanzare e mosche spiaccicate, visto che alla morte tua cominci a preferire quella degli altri, tombe di formiche che hai schiacciato con il dito scrutandone l’agonia – soffre la formica? – una macchia più grande che ha fatto sparire intere frasi prodotta dalla morte di una zecca cieca e sorda che ha sbagliato bersaglio ed è caduta sul libro, richiuso e poi aperto per verificarne la fine. Così si è negoziato con la noia. Torni nella tua palazzina, Ornella, Ambra, Vanna, non ti degneranno di uno sguardo, Rosita non la vedrai più. Quest’anno non andrai neppure dagli zii e l’odore delle donne ti è precluso, è morta zia Adelaide e la casa per almeno un anno si è richiusa su se stessa, forse stanno anche digiunando. Comincio a desiderare la riapertura della scuola e quando la Signora D’Amico, scartando lentamente l’ennesima caramella alla menta che gusterà giosamente insieme alla mia interrogazione, mi chiederà come ho passato l’estate e se ho letto il libro delle vacanze io le risponderò dicendo tutta la verità che non le ho mai detto.
« No Professoressa, il libro Paravia non l’ho letto, non lo so come va a finire la storia.
Però vorrei mostrarle pagina 22. Sembra una carta geografica o una carta militare, ma su questa pagina c’è tutta la mia estate. Vede queste macchioline piccole marroncino? Sono tutte le formiche che ho ucciso.
E queste striature che attraversano la pagina che sembrano fatte da un pennino? Sono mosche, si sono trascinate per qualche centimetro depositando le loro viscere sanguinolente. Lei è stupìta, lo vedo, dalla macchia grande che coinvolge anche la pagina 21 e che ricorda le macchie di Rorschac. È una zecca, che ho schiacciato usando il libro come trappola.
Ho fatto delle ricerche in proposito. La zecca è priva di occhi e sente la sua preda solo attraverso l’olfatto. Il segnale che lo spinge all’attacco è l’acido butirrico che io emanavo abbondantemente quest’estate dai miei follicoli sebacei. Questo essere sordo e cieco sente il calore dei mammiferi ed io quel giorno ero accaldatissimo. Quando la zecca si è lasciata cadere da una foglia che era sopra la mia testa si è trovata a gustare non il mio bel sangue caldo ma, per errore cartesiano, la pagina del libro, precisamente la pagina 22. Immediatamente ho chiuso il libro seppellendoci la zecca.
Cara Professoressa la mia estate è stata l’estate della noia, vede come ho speso il mio tempo? Vede che carneficina ho fatto? Non ho studiato e non ho imparato niente. Ma lei, comprensiva e buona, da sottoterra o da sopra la terra non so dove ora si trova, mi concederà qualche mia considerazione personale. Tutta questa noia mi è stata utile per capire la mia irrilevanza in questo mondo, il male che ho fatto a queste povere creature, ma da questo fondo funebre ho mosso qualche passettino. Lei vede meglio di me come oggi si rifugge dalla noia, guai ai ragazzi che si annoiano, bisogna riempire tutto il tempo con attività nevrotiche che madri ansiose programmano al centesimo. Guai a lasciarli soli con se stessi nell’esperienza della noia.
È grazie alla noia invece che io mi sono un po’ ascoltato e conosciuto».

(dal catalogo “Trasalimenti”)