Archive for the ‘Ombre grigie’ Category

Dall’alba al tramonto, per un artista “minore”

venerdì, maggio 11th, 2012

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Un bambino “contemporaneo”

mercoledì, febbraio 29th, 2012

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marchetti-anker.

Il bambino qui ritratto è di nazionalità svizzera e probabilmente sarà nato nel 1869 o nel 1870, anno più o anno meno, e potrebbe avere un’età che si aggira tra i sei ed i sette anni. Un’età comunque “scolare”, secondo gli ordinamenti svizzeri dell’epoca.

La data di questo ritratto riporta il 1875 ma nulla ci spinge a credere ad una “sincronicità” tra questa data e l’età del bambino, o la sua data di nascita. Il pittore avrebbe potuto dipingere la figura molti anni dopo, avvalendosi di schizzi e disegni.

Tuttavia, pur ammettendo una non sincronicità, lo spirito “contemporaneo” del dipinto rimane. Sappiamo che un  certo tipo di vita quotidiana, di una certa epoca, viene qui rappresentata, decennio meno, decennio più. La contemporaneità consiste nel chi dipinge questo quadro.

Ciò che sappiamo è che siamo in inverno, o forse nella sua parte finale. Il bambino è coperto alla meglio e lo stile è una miniaturizzazione dell’abito di un adulto. Sembra solo un passaggio di scala ma giacca, gilè, pantaloni, sembrano la riduzione lillipuziana di un adulto.

Sciarpa e berretto invece sono fatti appositamente per lui, sono lavori coordinati, lana lavorata ai ferri da una madre, una nonna.

La piccola sciarpa ha gli stessi colori della berretta, rappresentano il “dono” per una necessità e che riporta il bambino alla sua scala reale, esistenziale, alla sua infanzia, ma che, per tutto il resto, sembra quasi contraddetta e rinsaccata a forza, e velocemente, in età adulta: abiti riadattati alla meglio, pantaloni con la vita alta fatti per uomini e non per bambini.

La lacerazione della giacca nella manica destra rivela un depauperamento evidente; la fodera si stacca dal tessuto, il gilè ormai ha un solo bottone a protezione della pancia.

Questo bambino cresce, non importa ciò che indossa oggi; domani gli verranno acconciati altri abiti, riciclati al meglio.

Sembra piuttosto sano ma ha lacrimosi occhi gonfi, una otturazione nasale evidente che lo spinge a respirare con la bocca che qui sembra espirare faticosamente l’aria. Ciò indica un naturale patimento del freddo, con scarsi mezzi protettivi come abbiamo visto. Non sappiamo se resisterà ad un prossimo inverno; potremmo essere di fronte ad un bambino già morto o che morirà. Per ora non sappiamo.

Tuttavia il quadro non lascia intendere una immagine di povertà, o di bisogno impellente. Questo bambino, reduce da una convalescenza o prossimo ad una qualche malattia, ha la postura – pur indossando dei quasi stracci – dignitosa che un qualche génos ha trasferito.

Essendo modello assume modelli. Non è un bambino povero. Tantomeno un povero bambino, con quella lontana, seppur flebile, memoria “guascona” attinta chissà dove che pur debilitato esibisce in questo quadro.

Quadro contemporaneo che rappresenta un bambino contemporaneo al pittore. Questo contemporaneo ci racconta una piccola storia.  Il braccio destro del bambino stringe una lavagnetta ed un libro, o un quaderno. Probabilmente nelle tasche lacerate del suo giacchino ha matite e strumenti per il disegno. In questo braccio c’è il “futuro”. Questo bambino non é un bambino povero ma è uno scolaro. Gettato nel mondo dell’apprendimento, vestito alla meglio e con il futuro davanti, sotto il braccio.

Solo attraverso questi due oggetti inequivocabili possiamo ricostruire il tutto e rendere omaggio ad una pittura che oltre ad allietare i nostri sensi svolge al contempo una funzione pedagogica ed educativa attraverso l’arte del descrivere.

(*) Il pittore si chiama Albert Anker.

Dal sacro a Pappagone

lunedì, dicembre 12th, 2011

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antonio marchetti maestro orchestra.

Nel Museo dell’Opera del Duomo in Firenze, meno frequentato dalla massa turistica, si trova una Pietà di Michelangelo, conosciuta come Pietà Bandini. Vuoi per la tarda età, vuoi per crisi depressive o per il blocco di marmo impuro, Michelangelo non era molto soddisfatto di quest’opera che lasciò incompiuta.

Mentre guardo con attenzione e svago questa possente scultura un signora al mio fianco osserva anche lei, rapita e, prima di allontanarsi, si segna con la croce.

Già, quasi dimenticavo che si tratta di un’immagine sacra, un oggetto di culto. La mia vicina vede con occhi diversi, “sente” in modo diverso dal mio? Giorni sono, in televisione, di sfuggita, in un talk-show “culturale” un critico d’arte, che mi ricorda sempre il personaggio famoso Pappagone, interpretato dal grande Peppino De Filippo, mette a confronto i colori di quadri famosi con quelli delle magliette delle squadre di calcio. Pappagone può fare con le immagini quello che vuole. Anche le tifoserie possono avvicinarsi all’arte, categoria forse mancante nel globale e sempre più degradato “Museo immaginario”, e sentirsi orgogliose che il bianco e nero della Juve rimanda ad un quadro di Manet. Tra la signora che si fa il segno della croce e il gioco di Pappagone la distanza è abissale, più di quanto avrei potuto immaginare appena qualche anno fa.  Per quanto mi riguarda, ormai, sono tolto di mezzo: troppo antico per seguire Pappagone e troppo affetto dal “contemporaneo” per seguire la signora.

Cinema poco pericoloso

mercoledì, ottobre 26th, 2011

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antonio marchetti. prede.

A Dangerous Method non è tra i film migliori di David Cronemberg, almeno per coloro che, come me, ammirano il regista dagli esordi. Oltre al biglietto  del cinema avevo in tasca, e non ho potuto fare a meno di tirarlo fuori durante la visione, ancora quello di Prendimi l’anima di Roberto Faenza. Sabina Spielrein (il Perturbante), interpretata da Keira Knightlev, si dimenava troppo nelle crisi nervose e nelle sue boccacce e deformazioni del volto dimostrava di aver studiato il Dott. Jean-Martin Charcot troppo in fretta. Si chiede troppo allo spettatore, proponendogli di immaginare come potrebbe essere una crisi se l’attrice fosse stata più credibile! O una crisi nervosa viene ben espressa oppure si possono mandare le diapositive sulle indemoniate come documenti di archivio.

Freud-Viggo Mortensen è troppo rattrappito sul perenne sigaro mentre migliora da Demel a Vienna, con la fetta di  Sacher e il piattino di panna (chissà dov’erano in quel momento Adolf Loos e Ludwig Wittgenstein!). Molto bella la scena dove Freud & Jung (assieme a Ferenczi), quand’erano ancora una ditta ma ancora per poco, s’imbarcano per l’America (a portare la peste). Freud e Ferenczi in seconda classe e Jung in prima su organizanizzazione della moglie (ricca e poco felice). La faccia di Freud-Viggo Mortensen quando Jung si congeda (e si “divide” dal “maestro”) per andare in “prima” è straordinaria; sintesi perfetta, vera sineddoche.

La scena finale melanconica ai bordi del lago è stupenda. Ma ci risiamo con i maestri del cinema. Dobbiamo ricominciare a “ritagliare” e non lasciarci più incantare dalla continuità scorrevole e avvincente come in un La promessa dell’assassino? Speriamo di no. Lavorare per i maestri stanca.

Senza titolo, senza titoli

venerdì, settembre 16th, 2011

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antonio marchetti. una città.

Mi chiedo se è ancora il Novecento il luogo ove attingere risposte al nostro primo decennio del nuovo millennio.

Coloro che si sforzano di superarlo, quel secolo, proponendo il “nuovo”, e sono a loro grato, hanno però la durata di pochi mesi, me ne dispiace; un’erbetta nello scisto di una vecchia roccia metamorfica. Si tratta di un problema di generazioni? Le nuove annunciano la voluta frattura di quell’antica roccia? Si tratta di un problema di età? Si tratta forse di una semplice risistemazione dei pezzi della scacchiera? Il nuovo e il vecchio condividono la stessa superficie? Tradizione e passato (e storia) sono un fardello troppo pesante che è preferibile scapolarlo? L’originalità può essere considerata come “nuovo”? L’originalità non potrebbe ricorrere a ciò che è stato fatto con l’alibi che ciò che si presenta come “giovane” sia per sua natura smemorato? E poi, siamo ancora sicuri che la “memoria” sia utile? Memoria e tradizione non potrebbero essere feroci tribunali del passo nuovo? Non potrebbe darsi che sapere oggi sia avversario di fare? E che un fare senza sapere, consapevole, intrattenga rapporti con la stupidità del male? E che il semplice sapere sia impotente nell’agire? Mi chiedo se coloro che non parlano e si voltano da altra parte siano ancora i sottoposti alla camera di tortura dell’intelligenza del Novecento, oppure sono razza nuova, sconosciuta, da decifrare. Perchè questa razza nuova, sconnessa e stabile insieme, mette a gambe per aria quel poco di logica che era rimasta. C’è un’ intersezione nel presente tra uomini desueti, con le gambe divaricate tra due secoli, uomini e donne ancor spendibili e forti, e le forze dell’azzeramento, del sonno senza sogni (e senza incubi), del “questo”, “ora”, appena un momento fa? Le intersezioni quali ferite producono, se le produce? La simulazione oggi come viene usata? Un bel mal di capo…

La democrazia e il maialino di Nonna Papera

mercoledì, maggio 4th, 2011

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marchetti verdetto

Qualche anno fa lessi su Topolino una bella storia con Paperino protagonista.

Quasi tutte le domeniche Paperino va a trovare Nonna Papera, per gustare le sue buonissime torte. Nel recinto vicino la casa c’è un maialino che Paperino immancabilmente insulta e disprezza: “guardati come sei brutto, sporco, sempre a rotolarti nel fango, non fai nulla, mangi a sbafo,vergognati!”. Ma un giorno Paperino viene raggiunto da una drammatica telefonata di Nonna Papera che lo informa circa il rapimento del maialino e della richiesta di un riscatto. Paperino si mobilita immediatamente, si mette nelle tracce dei criminali, li trova, li fa arrestare e libera il maialino tutto felice che abbraccia riempiendolo di baci e carezze. Il maialino viene riportato dalla nonna tutta contenta e rimesso nel suo recinto. La domenica successiva Paperino come al solito si reca dalla nonna fermandosi prima davanti al recinto e, rivolgendosi al maialino, ricomincia con gli insulti: “guardati come sei brutto, sporco, sempre a rotolarti nel fango, non fai nulla, mangi a sbafo,vergognati!”

La democrazia è come quel maialino; la critichiamo e la disprezziamo, la sottoponiamo ad atroci e cinici giudizi ma se qualcuno ce la sequestra o la uccide siamo disposti a tutto per riaverla e per farla rivivere, brutta o insoddisfacente che sia.

Damien Hirst e la “Vanitas”

lunedì, gennaio 10th, 2011

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marchetti ligozzi.

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Tra le più belle vanitas sceglierei quella di Jacopo Ligozzi della collezione Lord Aberconway.

Questo Memento mori è rappresentato in maniera sublime e raccapricciante.

C’è, naturalmente, l’immancabile specchio. L’ultima vanitas, che ha fatto tanto scalpore, probabilmente è quella di Damien Hirst. L’opera ha trovato in Palazzo Vecchio a Firenze una collocazione più convincente e legata alla tradizione dell’arte, si presume. Ma anche più rischiosa.

Si tratta, come molti sanno, di un teschio rivestito da 8.601 diamanti per 1.106 carati.

Un Memento mori costosissimo, aggiornato alla contemporanea caducità della vita e al mercato artistico che la riscatta. Eppure, come per Cattelan, anche per Hirst non si parla di tradizione, ma di novità, o di tutte quelle noiose varianti trasgressive sempre in affanno che alimentano il sistema. Quest’opera, spesso, non viene annoverata nel genere delle vanitas, probabilmente per “spezzare” una continuità dell’arte, immaginando terremoti molto virtuali ed economicamente redditizi; al momento. Ma questo è altro discorso.

Damien vi contribuisce, forse fingendo inconsapevolezza: “Per molto tempo ho letto solo libri scientifici, volevo fatti. Non mi interessava la letteratura”, ha dichiarato in una recente intervista di Cloe Piccoli. Questo vale anche per la letteratura dell’arte, si presume.

Lo dimostra il titolo di quest’ opera: For the Love of God, che risulta alquanto banale rispetto all’impatto che l’opera dovrebbe provocare. Un  titolo molto global, buono per tutte le stagioni e geopolitiche connesse.

In queste incursioni Hirst sarà costretto prima o poi a studiare un pochino, ed interessarsi di letteratura (dell’arte), o affidarsi a consulenti più colti.

Hirst dà un valore autentico alla sua opera, vuole “fatti”. In Ligozzi la ricchezza è puntigliosamente dipinta ed un esperto potrebbe farne conto. Nel suo passaggio storico Hirst è costretto ad esibire ed usare “fatti”, il valore vero dei diamanti. Con un valore aggiunto: l’opera.

Forse Giancarlo Politi (enigmatico, ondivago ed intelligente direttore di Flash Art) scegliendo quale icona di augurio, per le feste e per l”anno nuovo, il teschio diamantato di Hirst, vuole indicare l’effimero dell’arte come nella vita. Chissà se è vero. Ci credo poco.. Siamo in un doppio gioco. Quello dell’arte.

Quella profondità nella storia europea, che aveva prodotto quel genere pittorico, oggi si dispone nella superficialità pubblicitaria. Un genere “mascherato” dall’ignoranza, con l’artista che ne sancisce la “casualità”. Non è un caso che Damien dichiari il suo “amore” per Warhol. Lo sapevamo.

Quello che non si accetta è il rattrappimento o il silenzio autocastratorio dei nostri saperi e delle nostre complessità critiche di fronte ad un’opera e ad un genere  che nel Seicento europeo era molto frequentato.

Che si collochi, almeno, il nuovo nella continuità-discontinuità, con qualche pensiero intelligente!

Ma, purtroppo, i “curatori” si sono sostituiti ai critici di qualche anno fa. All’intelligenza di un potere oggi abbiamo il servilismo stupido ad un potere, fondamentalmente analfabeta sull’arte.

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Hirst-Politi.

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Un commento di Rosita Lappi.


Il teschio di Hirst. Concordo sulla smemoratezza che aleggia sull’arte contemporanea, che si priva, per quello che sembra una snobistica estemporaneità concettuale, del sedimento storico e antropologico e quindi dello spessore concettuale delle opere. Quante si reggerebbero senza la superficiale e glamourosa girandola mondana del sistema dell’arte, a cui preme solo esporre il potere e fare girare dei soldi?

Qualcosa si, molto altro no.

Mi sarei fermata qui, persuasa che il tentativo di suggerire una vanitas oggi non ha più forza dichiarativa nè rituale, banalizzata dal frullatore mondano.

Ma ieri sera ho visto sul sito di La Repubblica un’altra opera diamantifera di Hirst, lavorata sul cranio di un neonato, con puntuale valutazione in soldoni. Dopo lo sgomento iniziale ho visto altro, qualcosa di ancestrale e primitivo rivestito di un abito luccicante e abbagliante, che quasi ne mascherava il senso. Ho pensato ai teschi Maya con gemme incastonate, ma prima ancora ai teschi primitivi su cui i sopravvissuti intervenivano con procedure di impronta per ricreare un volto, impastandoli di terra, dipingendoli, rivestendoli di nuova pelle come i crani sovramodellati di Gerico.

Il percorso è inverso, non un memento mori, con la morte che fa capolino nella vita, come nell’iconografia delle vanitas, ma la vita che ritorna a rivestire la morte, memento vitae, continua a vivere. Quell’idea dell’Uomo che “rumina la morte”, nella definiziaone di Paul Valery, fa pensare al bisogno di ruminare la vita, riimpastare e rivivificare la immota morte per fare della materia una sostanza viva, col ricreare un volto che colmi il vuoto della sua decomposizione e scomparsa.

Per Georges Didi Ubernann questo rilavorare il cranio implica una onnipotenza creatrice che rinnova il legame della morte con la vita, anche con funzione oracolare. Maschere funebri e reliquie devozionali, in diverse culture i crani parlavano, vaticinavano, diventavano il centro di funzioni religiose e rituali, scrigni di energia e potenza. Il rapporto tra forme artistiche e uso cultuale era preciso e dinamico. Oggi?

Oggi si è perso questo legame con il sortilegio dell’arte, tutto è reificato senza magia, senza spessore.

Cosa si può pensare del terribile autoritratto di Marc Quinn, fatto con pelle e sangue dell’artista tenuto refrigerato, e dunque potenzialmente vivente oltre la vita biologica del suo creatore, se viene disgiunto dalla angoscia ancestrale della morte come perdita irreparabile? Angoscia di perdita che millenni fa i primitivi hanno tentato di esorcizzare con la scoperta dell’arte.

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Paolo Uccello e la profanazione

venerdì, novembre 19th, 2010

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marchetti paolo uccello.

Sarà anche vero che gli Americani sembrano più superficiali di noi Europei. Se magari amano il melodramma italiano, lo amano nelle forme artistiche, non certo in quelle esistenziali in cui siamo campioni, fingendo di crederci. Quando, non sempre, le nostre “pesantezze” sono filtrate da loro – parliamo di intellettuali americani –  e ci vengono intelligentemente restituite, abbiamo l’impressione di respirare la nostra aria come fosse nuova. Quella distanza  aiuta a guardar-ci con occhi altrui ed è terapeuticamente utile. Anche quando i nostri migliori studiosi italiani soggiornano, o vivono, in quelle latitudini, offrono un’immagine di noi stessi più avvincente. È lo sguardo spaesato, forse melanconicamente attratto dall’origine, ma la ricerca ci guadagna. Leslie Fiedler, nato a Newark nel New Jersey, la stessa città natale di uno dei miei scrittori preferiti, Philip Roth, ha rappresentato, in un particolare momento della mia autoformazione, questo modo diverso, sciolto, ironico, discorsivo, colto e leggero insieme, che è lo stile americano, che svela cose a noi sfuggenti, presi come siamo da fobie di autoreferenzialità e autorispecchiamento, soprattutto quando siamo pescati dalla sindrome della rimozione e dell’autorimozione. L’ideologia molto frequentemente è stata la nostra trappola. E il nostro alibi. Freaks fu  un libro memorabile, storie di mostri e mutanti, storie dei nostri incubi e delle nostre paure, storia del diverso “dentro” la diversità. Ed è stato grazie a Fiedler che era nato, rinato, in me l’interesse per Paolo Uccello e per una sua opera in particolare: La profanazione dell’ostia. Nel 1987 si svolse a Firenze il convegno “Ebraismo e antiebraismo: immagine e pregiudizio” per iniziativa dell’Istituto Gramsci e nel suo intervento Fiedler, nel descrivere il proprio “pendolarismo” italiano, rievocava la sua meraviglia nello scoprire nel Palazzo Ducale di Urbino un dipinto di Paolo Uccello di argomento antisemita. «Eppure – dichiara Fiedler non senza ironia – a scuola mi avevano insegnato che Urbino, ancor prima di Firenze, era stata la culla della cultura rinascimentale… Nessuno comunque mi aveva avvertito che nel palazzo del Duca di Urbino si trova esposta con grande risalto un’opera di Paolo Uccello, una specie di minacciosa comic-strip, il cui primo pannello rappresenta un ebreo grossolanamente caricaturizzato mentre pugnala un’ostia consacrata che sprizza sangue sotto il suo coltello, mentre l’ultimo mostra l’arresto e l’esecuzione del perfido nemico di cristo fra la legittima soddisfazione di una folla di spettatori Gentili, alcuni dei quali chiaramente cortegiani.» (Ebraismo e antiebraismo: immagine e pregiudizio. Firenze, 1989.). Lo scrittore americano, nella sua memoria visiva, confonde la sequenza delle scene ma rimane quella definizione incisiva di comic-strip che, immersi come si era nella “seriosità” della storiografia dell’arte, tanto mi colpì. In effetti proprio di un fumetto si tratta. La pop-art era ormai sapientemente trapassata nell’osservazione di Fiedler ma dobbiamo tuttavia aspettare qualche anno affinché la Shoah venga narrata in un fumetto dal geniale Art Spiegelman con il suo Maus. Lo stupore di Fiedler attiene comunque all’idea di un Rinascimento luminoso, la luce che sconfigge le tenebre. Tra l’altro, due opere dell’Uccello, La Caccia notturna e la Profanazione di Urbino, sono di ambientazione notturna, pur  nel pieno della solarità rinascimentale. Una bella contraddizione per Fiedler, ma anche per noi. Nei miei anni di Liceo mi innamorai di Paolo Uccello, attraverso il manuale di Argan, per lo stile con cui aveva rappresentato il Drago, nella versione di Parigi, antesignano delle saghe di Tolkien, con le ali dipinte come gli aereoplanini dei cartoons, tenuto al guinzaglio dalla fanciulla – niente affatto prigioniera – come un animale domestico, mentre San Giorgio cava un occhio al nostro poveretto! Paolo Uccello mi faceva sognare, ma le regole disciplinari dello studio della storia dell’arte imponevano l’applicazione di schemi imparati a memoria e ripetuti alla perfezione. Via via che mi imbattevo nelle scene dell’Ostia trovavo considerazioni quali: “deliziosi quadretti”, “amene scenette”, “un vivace cromatismo in atmosfera fiabesca”, “opera affascinante d’ispirazione medievale”, mentre io mi ero trovato davanti, seppur tardivamente, e guardandola con occhi nuovi, grazie all’incontro casuale della breve notazione di Fiedler, una delle rappresentazioni più inquietanti del meccanismo vittimario e persecutorio della storia dell’Occidente, limpida e cristallina come un teorema. La critica e la storiografia d’arte di fronte alla Predella di Uccello ha sempre preferito volgere lo sguardo altrove, modulando nello specifico linguaggio tecnico-descrittivo tutta una serie di teorie sulla concezione dello spazio prospettico, facendo in tal modo corrispondere ad una sempre più accentuata oggettivazione razionale, condita con saporito perbenismo critico, una presa di distanza – se non vera e propria rimozione – dalla storia reale rappresentata nell’opera pittorica. In fondo il termine “fiabesco” si addice più alla “maschera” stilistica, che distanzia l’osservatore dall’orrore che in quelle scene si va consumando, mentre più sorprendentemente ci risulta l’aver preso l’opera a modello del Surrealismo, se non addirittura quale suo anticipatore. E ancora, stupisce che René Girard, uno studioso che su tali questioni ci ha quasi speso una vita, non abbia mai citato quest’opera dell’Uccello che è davanti ai nostri occhi praticamente da sempre, come la lettera del famoso racconto di Edgard Allan Poe. In questo perdurare del politicamente corretto, più di tante giornate della memoria che stigmatizzano l’urgenza di contenere una diffusa smemoratezza, e ancor più di tante retoriche solenni, pur animate da buone intenzioni sul ricordo della Shoah, vale una volta per tutte questa piccola tavola pittorica, capolavoro di Paolo Uccello a ricordarci la nostra Storia.

Comunione e Liberazione; con beneficio d’inventario

lunedì, ottobre 11th, 2010

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antonio marchetti carri neri

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Lo abbiamo scritto, qui, in diverse occasioni. Se c’è un luogo ove cultura e lingua deperiscono e rattrappiscono, questo luogo è la scuola.

Qui si parla una lingua che nel mondo esterno non esiste.

Tra le tante tipologie di disturbo che un “professore” (parola oggi improbabile) avverte, c’è una specie di  “double bind” dentro la  sconnessione.

Essere estranei al mondo quando si sta a scuola ed essere estranei alla scuola quando si sta al mondo.

Nel linguaggio ministeriale che annuncia i nuovi cicli scolastici si annida una patologia della lingua che ripete questa sconnesione, doppia, reciproca.

Sino ad oggi gli unici che accettano, secondo la mia esperienza, in maniera passiva e vocata, l’accoglienza acritica della malattia linguistica-ciulturale, sono coloro che aderiscono a Comunione e Liberazione.

CL aderisce in modo plastico al depauperamento della cultura e della lingua. Aderisce ai governi più discutibili e osceni. In fondo, sdoganata la morale (con la scoperta del moralismo negativo contemporaneo), azzerate le resistenze etiche, cavalcando i naufragi, oggi CL naviga nel mare aperto del possibile e del numero, della quantità.

Forse, alla fine, questa organizzazione, questa lobby, si troverà davanti, nella sua evoluzione, ad una verità inevitabile, ad una realtà semplice: solo business.

CL sarà questo: “è solo una questione di affari”.

Dal naufragio che alimentano possono essere estratti corpi-icone metastoriche a piacimento, in una cancellazione di differenze. Corpi-figure che fluttuano come pesci nel monitor-acquario del tuttouguale post ideologico.

CL, inoltre, lavora sul disagio, cresce sul disagio, “capitalizza” il disagio.

Il drappello sguinzagliato nelle scuole “statali” di insegnanti di religione, che vivono pienamente il “double bind” tra stato laico e sdoganamento vescovile (a cui spetta una valutazione “ad personam”) dimostra con chiarezza  l’anomalia di questa categoria di “lavoratori””. Se invisi alla Chiesa non perderebbero mai i loro diritti “laici” e di “graduatoria”  professionale, ma potrebbero insegnare materie scolastiche affini al loro percorso di laurea. È una specie protetta. Naturalmente ci sono eccezioni.

In un quinquennio delle medie superiori i nostri ragazzi che si avvalgono di religione, in generale, non sanno molto di antico e nuovo testamento, pochissimo di altre religioni. Questi docenti  laici di religione sono figure ambigue, giocano sul dilettantismo psicologico senza avere nessuna competenza, confessori laici nelle ampie praterie bisognose del contemporaneo: nuovi maoisti dopo il comunismo più devastante.

Costoro non insegnano religione, nella maggior parte dei casi. Sono i demagoghi contemporanei, lasciatemelo dire, ricalcano gli stessi passi fatali, con la stessa autoconvinzione cieca che la storia ci ha consegnato.

Stiamo parliando di una massa; i capi, la sanno più lunga.

Mentre si discute della scuola pubblica forse non ci si accorge che essa già comincia a non esistere più; un nuovo Stato è entrato nello Stato e lo svuota dall’interno. Vampiri robotizzati e indottrinati che pur muovendosi in  apparente ordine sparso si gettano sulla stessa preda. Sembrano invisibili, non accettano una netta riconoscibilità esterna e sembrano quasi offendersi quando li si definisce per quello che sono. Sono fluttuanti. Ricordano i film di Romero, ma  c’è poco da ridere.

CL si è buttata da anni anche nell’arte contemporanea. Ne riparleremo.

Per ora gli artisti ciellini cinguettano, ma marciano compatti, come se vivessero nel comunismo realizzato, diretti da direttori d’orchestra-curatori che hanno tentacoli nelle banche e nelle fondazioni. Hanno il loro business, che naturalmente si farà sentire.

Il segreto è nel loro essere massa d’urto: l’individualità è regolata dalla pluralità, la pluralità garantisce e protegge  l’individualità, anche se psicolabile: soprattutto se psicolabile e gestibile.

Singolarmente sono deboli, mimetici; nella pluralità micidiali.

Ricordano per certi versi la Decima MAS. Flottiglia.

Nuovi mondi… vedremo…

Ritorno a Saviano

martedì, agosto 31st, 2010

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antonio marchetti frattali.

Leggo sempre con attenzione gli articoli di Roberto Saviano. Alla fine appare sempre il © di Santachiara, agente ed editor del nostro scrittore, ma anche di altri non meno importanti.

Come in altri articoli e piccoli saggi di grandi autori, il ruolo dell’editor (ed in molti casi si tratta di puro writing) omogenizza la lingua rendendola pulita, piana, chiara, corretta, in un certo senso globale. Gli articoli dei vari grandi autori iniziano ad assomigliarsi.

Ciò si rende più evidente quando i cosiddetti “grandi della Terra” intervengono sui media in forma scritta. I loro interventi sono perfetti, secchi, sintetici. Ma si assomigliano quasi tutti  nello stile. È lo stile globale del writing editor.

Lo stile anglo-americano sembra vincente, piegando la complessa lingua italiana – purtroppo lingua minoritaria nel mondo –  rendendola a priori più facile nella sua traduzione.

L’editor è una figura importante perchè garantisce la circolazione del testo, la fama dell’autore ed il suo fatturato, oltre al proprio. Lo stile dell’autore diventa difficile da individuare.

Forse, se avesse un suo stile originale e poco globale, avrebbe difficoltà di mercato.

Se mi chiedete quali sono i contenuti degli articoli di Saviano risponderei che sono di grande interesse e li condivido quasi sempre.

Ma se mi chiedete quale sia il suo stile letterario e l’originalità della sua scrittura non saprei che dire.

Si potrebbe affermare che ci sia, in Saviano come in altri autori impegnati, la scelta nel farsi comprendere da tutti e dunque assumere uno stile “elegante” e formalmente orizzontale, facilmente comprensibile. La semplicità è un valore letterario, una conquista, una risorsa. Lo scrittore “scende”, posizionandosi ad una altezza media, giustamente. Ma se le semplicità si assomigliano, e se a perderci è la lingua, dalla posizione media si scivola inevitabilmente alla posizione bassa.

Sarebbe opportuno, qualche volta, invitare il lettore a salire, ad adeguarsi all’autore e non il contrario. Si perde in fatturato ma ci si guadagna in letteratura, oltre a far crescere il lettore spingendolo in alto.

Si fa sempre in tempo a ricadere nella medietà.

Ma forse parliamo di letteratura laddove non ce n’è e non vuole esserci?

Vado alla Trilogia del Nord di Céline, che mi aspetta in giardino in questo ultimo scorcio d’estate…