Archivi per la categoria ‘Ombre grigie’

Dal sacro a Pappagone

lunedì, 12 dicembre 2011

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antonio marchetti maestro orchestra.

Nel Museo dell’Opera del Duomo in Firenze, meno frequentato dalla massa turistica, si trova una Pietà di Michelangelo, conosciuta come Pietà Bandini. Vuoi per la tarda età, vuoi per crisi depressive o per il blocco di marmo impuro, Michelangelo non era molto soddisfatto di quest’opera che lasciò incompiuta.

Mentre guardo con attenzione e svago questa possente scultura un signora al mio fianco osserva anche lei, rapita e, prima di allontanarsi, si segna con la croce.

Già, quasi dimenticavo che si tratta di un’immagine sacra, un oggetto di culto. La mia vicina vede con occhi diversi, “sente” in modo diverso dal mio? Giorni sono, in televisione, di sfuggita, in un talk-show “culturale” un critico d’arte, che mi ricorda sempre il personaggio famoso Pappagone, interpretato dal grande Peppino De Filippo, mette a confronto i colori di quadri famosi con quelli delle magliette delle squadre di calcio. Pappagone può fare con le immagini quello che vuole. Anche le tifoserie possono avvicinarsi all’arte, categoria forse mancante nel globale e sempre più degradato “Museo immaginario”, e sentirsi orgogliose che il bianco e nero della Juve rimanda ad un quadro di Manet. Tra la signora che si fa il segno della croce e il gioco di Pappagone la distanza è abissale, più di quanto avrei potuto immaginare appena qualche anno fa.  Per quanto mi riguarda, ormai, sono tolto di mezzo: troppo antico per seguire Pappagone e troppo affetto dal “contemporaneo” per seguire la signora.

Cinema poco pericoloso

mercoledì, 26 ottobre 2011

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antonio marchetti. prede.

A Dangerous Method non è tra i film migliori di David Cronemberg, almeno per coloro che, come me, ammirano il regista dagli esordi. Oltre al biglietto  del cinema avevo in tasca, e non ho potuto fare a meno di tirarlo fuori durante la visione, ancora quello di Prendimi l’anima di Roberto Faenza. Sabina Spielrein (il Perturbante), interpretata da Keira Knightlev, si dimenava troppo nelle crisi nervose e nelle sue boccacce e deformazioni del volto dimostrava di aver studiato il Dott. Jean-Martin Charcot troppo in fretta. Si chiede troppo allo spettatore, proponendogli di immaginare come potrebbe essere una crisi se l’attrice fosse stata più credibile! O una crisi nervosa viene ben espressa oppure si possono mandare le diapositive sulle indemoniate come documenti di archivio.

Freud-Viggo Mortensen è troppo rattrappito sul perenne sigaro mentre migliora da Demel a Vienna, con la fetta di  Sacher e il piattino di panna (chissà dov’erano in quel momento Adolf Loos e Ludwig Wittgenstein!). Molto bella la scena dove Freud & Jung (assieme a Ferenczi), quand’erano ancora una ditta ma ancora per poco, s’imbarcano per l’America (a portare la peste). Freud e Ferenczi in seconda classe e Jung in prima su organizanizzazione della moglie (ricca e poco felice). La faccia di Freud-Viggo Mortensen quando Jung si congeda (e si “divide” dal “maestro”) per andare in “prima” è straordinaria; sintesi perfetta, vera sineddoche.

La scena finale melanconica ai bordi del lago è stupenda. Ma ci risiamo con i maestri del cinema. Dobbiamo ricominciare a “ritagliare” e non lasciarci più incantare dalla continuità scorrevole e avvincente come in un La promessa dell’assassino? Speriamo di no. Lavorare per i maestri stanca.

Senza titolo, senza titoli

venerdì, 16 settembre 2011

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antonio marchetti. una città.

Mi chiedo se è ancora il Novecento il luogo ove attingere risposte al nostro primo decennio del nuovo millennio.

Coloro che si sforzano di superarlo, quel secolo, proponendo il “nuovo”, e sono a loro grato, hanno però la durata di pochi mesi, me ne dispiace; un’erbetta nello scisto di una vecchia roccia metamorfica. Si tratta di un problema di generazioni? Le nuove annunciano la voluta frattura di quell’antica roccia? Si tratta di un problema di età? Si tratta forse di una semplice risistemazione dei pezzi della scacchiera? Il nuovo e il vecchio condividono la stessa superficie? Tradizione e passato (e storia) sono un fardello troppo pesante che è preferibile scapolarlo? L’originalità può essere considerata come “nuovo”? L’originalità non potrebbe ricorrere a ciò che è stato fatto con l’alibi che ciò che si presenta come “giovane” sia per sua natura smemorato? E poi, siamo ancora sicuri che la “memoria” sia utile? Memoria e tradizione non potrebbero essere feroci tribunali del passo nuovo? Non potrebbe darsi che sapere oggi sia avversario di fare? E che un fare senza sapere, consapevole, intrattenga rapporti con la stupidità del male? E che il semplice sapere sia impotente nell’agire? Mi chiedo se coloro che non parlano e si voltano da altra parte siano ancora i sottoposti alla camera di tortura dell’intelligenza del Novecento, oppure sono razza nuova, sconosciuta, da decifrare. Perchè questa razza nuova, sconnessa e stabile insieme, mette a gambe per aria quel poco di logica che era rimasta. C’è un’ intersezione nel presente tra uomini desueti, con le gambe divaricate tra due secoli, uomini e donne ancor spendibili e forti, e le forze dell’azzeramento, del sonno senza sogni (e senza incubi), del “questo”, “ora”, appena un momento fa? Le intersezioni quali ferite producono, se le produce? La simulazione oggi come viene usata? Un bel mal di capo…

La democrazia e il maialino di Nonna Papera

mercoledì, 4 maggio 2011

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marchetti verdetto

Qualche anno fa lessi su Topolino una bella storia con Paperino protagonista.

Quasi tutte le domeniche Paperino va a trovare Nonna Papera, per gustare le sue buonissime torte. Nel recinto vicino la casa c’è un maialino che Paperino immancabilmente insulta e disprezza: “guardati come sei brutto, sporco, sempre a rotolarti nel fango, non fai nulla, mangi a sbafo,vergognati!”. Ma un giorno Paperino viene raggiunto da una drammatica telefonata di Nonna Papera che lo informa circa il rapimento del maialino e della richiesta di un riscatto. Paperino si mobilita immediatamente, si mette nelle tracce dei criminali, li trova, li fa arrestare e libera il maialino tutto felice che abbraccia riempiendolo di baci e carezze. Il maialino viene riportato dalla nonna tutta contenta e rimesso nel suo recinto. La domenica successiva Paperino come al solito si reca dalla nonna fermandosi prima davanti al recinto e, rivolgendosi al maialino, ricomincia con gli insulti: “guardati come sei brutto, sporco, sempre a rotolarti nel fango, non fai nulla, mangi a sbafo,vergognati!”

La democrazia è come quel maialino; la critichiamo e la disprezziamo, la sottoponiamo ad atroci e cinici giudizi ma se qualcuno ce la sequestra o la uccide siamo disposti a tutto per riaverla e per farla rivivere, brutta o insoddisfacente che sia.

Damien Hirst e la “Vanitas”

lunedì, 10 gennaio 2011

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marchetti ligozzi.

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Tra le più belle vanitas sceglierei quella di Jacopo Ligozzi della collezione Lord Aberconway.

Questo Memento mori è rappresentato in maniera sublime e raccapricciante.

C’è, naturalmente, l’immancabile specchio. L’ultima vanitas, che ha fatto tanto scalpore, probabilmente è quella di Damien Hirst. L’opera ha trovato in Palazzo Vecchio a Firenze una collocazione più convincente e legata alla tradizione dell’arte, si presume. Ma anche più rischiosa.

Si tratta, come molti sanno, di un teschio rivestito da 8.601 diamanti per 1.106 carati.

Un Memento mori costosissimo, aggiornato alla contemporanea caducità della vita e al mercato artistico che la riscatta. Eppure, come per Cattelan, anche per Hirst non si parla di tradizione, ma di novità, o di tutte quelle noiose varianti trasgressive sempre in affanno che alimentano il sistema. Quest’opera, spesso, non viene annoverata nel genere delle vanitas, probabilmente per “spezzare” una continuità dell’arte, immaginando terremoti molto virtuali ed economicamente redditizi; al momento. Ma questo è altro discorso.

Damien vi contribuisce, forse fingendo inconsapevolezza: “Per molto tempo ho letto solo libri scientifici, volevo fatti. Non mi interessava la letteratura”, ha dichiarato in una recente intervista di Cloe Piccoli. Questo vale anche per la letteratura dell’arte, si presume.

Lo dimostra il titolo di quest’ opera: For the Love of God, che risulta alquanto banale rispetto all’impatto che l’opera dovrebbe provocare. Un  titolo molto global, buono per tutte le stagioni e geopolitiche connesse.

In queste incursioni Hirst sarà costretto prima o poi a studiare un pochino, ed interessarsi di letteratura (dell’arte), o affidarsi a consulenti più colti.

Hirst dà un valore autentico alla sua opera, vuole “fatti”. In Ligozzi la ricchezza è puntigliosamente dipinta ed un esperto potrebbe farne conto. Nel suo passaggio storico Hirst è costretto ad esibire ed usare “fatti”, il valore vero dei diamanti. Con un valore aggiunto: l’opera.

Forse Giancarlo Politi (enigmatico, ondivago ed intelligente direttore di Flash Art) scegliendo quale icona di augurio, per le feste e per l”anno nuovo, il teschio diamantato di Hirst, vuole indicare l’effimero dell’arte come nella vita. Chissà se è vero. Ci credo poco.. Siamo in un doppio gioco. Quello dell’arte.

Quella profondità nella storia europea, che aveva prodotto quel genere pittorico, oggi si dispone nella superficialità pubblicitaria. Un genere “mascherato” dall’ignoranza, con l’artista che ne sancisce la “casualità”. Non è un caso che Damien dichiari il suo “amore” per Warhol. Lo sapevamo.

Quello che non si accetta è il rattrappimento o il silenzio autocastratorio dei nostri saperi e delle nostre complessità critiche di fronte ad un’opera e ad un genere  che nel Seicento europeo era molto frequentato.

Che si collochi, almeno, il nuovo nella continuità-discontinuità, con qualche pensiero intelligente!

Ma, purtroppo, i “curatori” si sono sostituiti ai critici di qualche anno fa. All’intelligenza di un potere oggi abbiamo il servilismo stupido ad un potere, fondamentalmente analfabeta sull’arte.

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Hirst-Politi.

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Un commento di Rosita Lappi.


Il teschio di Hirst. Concordo sulla smemoratezza che aleggia sull’arte contemporanea, che si priva, per quello che sembra una snobistica estemporaneità concettuale, del sedimento storico e antropologico e quindi dello spessore concettuale delle opere. Quante si reggerebbero senza la superficiale e glamourosa girandola mondana del sistema dell’arte, a cui preme solo esporre il potere e fare girare dei soldi?

Qualcosa si, molto altro no.

Mi sarei fermata qui, persuasa che il tentativo di suggerire una vanitas oggi non ha più forza dichiarativa nè rituale, banalizzata dal frullatore mondano.

Ma ieri sera ho visto sul sito di La Repubblica un’altra opera diamantifera di Hirst, lavorata sul cranio di un neonato, con puntuale valutazione in soldoni. Dopo lo sgomento iniziale ho visto altro, qualcosa di ancestrale e primitivo rivestito di un abito luccicante e abbagliante, che quasi ne mascherava il senso. Ho pensato ai teschi Maya con gemme incastonate, ma prima ancora ai teschi primitivi su cui i sopravvissuti intervenivano con procedure di impronta per ricreare un volto, impastandoli di terra, dipingendoli, rivestendoli di nuova pelle come i crani sovramodellati di Gerico.

Il percorso è inverso, non un memento mori, con la morte che fa capolino nella vita, come nell’iconografia delle vanitas, ma la vita che ritorna a rivestire la morte, memento vitae, continua a vivere. Quell’idea dell’Uomo che “rumina la morte”, nella definiziaone di Paul Valery, fa pensare al bisogno di ruminare la vita, riimpastare e rivivificare la immota morte per fare della materia una sostanza viva, col ricreare un volto che colmi il vuoto della sua decomposizione e scomparsa.

Per Georges Didi Ubernann questo rilavorare il cranio implica una onnipotenza creatrice che rinnova il legame della morte con la vita, anche con funzione oracolare. Maschere funebri e reliquie devozionali, in diverse culture i crani parlavano, vaticinavano, diventavano il centro di funzioni religiose e rituali, scrigni di energia e potenza. Il rapporto tra forme artistiche e uso cultuale era preciso e dinamico. Oggi?

Oggi si è perso questo legame con il sortilegio dell’arte, tutto è reificato senza magia, senza spessore.

Cosa si può pensare del terribile autoritratto di Marc Quinn, fatto con pelle e sangue dell’artista tenuto refrigerato, e dunque potenzialmente vivente oltre la vita biologica del suo creatore, se viene disgiunto dalla angoscia ancestrale della morte come perdita irreparabile? Angoscia di perdita che millenni fa i primitivi hanno tentato di esorcizzare con la scoperta dell’arte.

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Paolo Uccello e la profanazione

venerdì, 19 novembre 2010

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marchetti paolo uccello.

Sarà anche vero che gli Americani sembrano più superficiali di noi Europei. Se magari amano il melodramma italiano, lo amano nelle forme artistiche, non certo in quelle esistenziali in cui siamo campioni, fingendo di crederci. Quando, non sempre, le nostre “pesantezze” sono filtrate da loro – parliamo di intellettuali americani –  e ci vengono intelligentemente restituite, abbiamo l’impressione di respirare la nostra aria come fosse nuova. Quella distanza  aiuta a guardar-ci con occhi altrui ed è terapeuticamente utile. Anche quando i nostri migliori studiosi italiani soggiornano, o vivono, in quelle latitudini, offrono un’immagine di noi stessi più avvincente. È lo sguardo spaesato, forse melanconicamente attratto dall’origine, ma la ricerca ci guadagna. Leslie Fiedler, nato a Newark nel New Jersey, la stessa città natale di uno dei miei scrittori preferiti, Philip Roth, ha rappresentato, in un particolare momento della mia autoformazione, questo modo diverso, sciolto, ironico, discorsivo, colto e leggero insieme, che è lo stile americano, che svela cose a noi sfuggenti, presi come siamo da fobie di autoreferenzialità e autorispecchiamento, soprattutto quando siamo pescati dalla sindrome della rimozione e dell’autorimozione. L’ideologia molto frequentemente è stata la nostra trappola. E il nostro alibi. Freaks fu  un libro memorabile, storie di mostri e mutanti, storie dei nostri incubi e delle nostre paure, storia del diverso “dentro” la diversità. Ed è stato grazie a Fiedler che era nato, rinato, in me l’interesse per Paolo Uccello e per una sua opera in particolare: La profanazione dell’ostia. Nel 1987 si svolse a Firenze il convegno “Ebraismo e antiebraismo: immagine e pregiudizio” per iniziativa dell’Istituto Gramsci e nel suo intervento Fiedler, nel descrivere il proprio “pendolarismo” italiano, rievocava la sua meraviglia nello scoprire nel Palazzo Ducale di Urbino un dipinto di Paolo Uccello di argomento antisemita. «Eppure – dichiara Fiedler non senza ironia – a scuola mi avevano insegnato che Urbino, ancor prima di Firenze, era stata la culla della cultura rinascimentale… Nessuno comunque mi aveva avvertito che nel palazzo del Duca di Urbino si trova esposta con grande risalto un’opera di Paolo Uccello, una specie di minacciosa comic-strip, il cui primo pannello rappresenta un ebreo grossolanamente caricaturizzato mentre pugnala un’ostia consacrata che sprizza sangue sotto il suo coltello, mentre l’ultimo mostra l’arresto e l’esecuzione del perfido nemico di cristo fra la legittima soddisfazione di una folla di spettatori Gentili, alcuni dei quali chiaramente cortegiani.» (Ebraismo e antiebraismo: immagine e pregiudizio. Firenze, 1989.). Lo scrittore americano, nella sua memoria visiva, confonde la sequenza delle scene ma rimane quella definizione incisiva di comic-strip che, immersi come si era nella “seriosità” della storiografia dell’arte, tanto mi colpì. In effetti proprio di un fumetto si tratta. La pop-art era ormai sapientemente trapassata nell’osservazione di Fiedler ma dobbiamo tuttavia aspettare qualche anno affinché la Shoah venga narrata in un fumetto dal geniale Art Spiegelman con il suo Maus. Lo stupore di Fiedler attiene comunque all’idea di un Rinascimento luminoso, la luce che sconfigge le tenebre. Tra l’altro, due opere dell’Uccello, La Caccia notturna e la Profanazione di Urbino, sono di ambientazione notturna, pur  nel pieno della solarità rinascimentale. Una bella contraddizione per Fiedler, ma anche per noi. Nei miei anni di Liceo mi innamorai di Paolo Uccello, attraverso il manuale di Argan, per lo stile con cui aveva rappresentato il Drago, nella versione di Parigi, antesignano delle saghe di Tolkien, con le ali dipinte come gli aereoplanini dei cartoons, tenuto al guinzaglio dalla fanciulla – niente affatto prigioniera – come un animale domestico, mentre San Giorgio cava un occhio al nostro poveretto! Paolo Uccello mi faceva sognare, ma le regole disciplinari dello studio della storia dell’arte imponevano l’applicazione di schemi imparati a memoria e ripetuti alla perfezione. Via via che mi imbattevo nelle scene dell’Ostia trovavo considerazioni quali: “deliziosi quadretti”, “amene scenette”, “un vivace cromatismo in atmosfera fiabesca”, “opera affascinante d’ispirazione medievale”, mentre io mi ero trovato davanti, seppur tardivamente, e guardandola con occhi nuovi, grazie all’incontro casuale della breve notazione di Fiedler, una delle rappresentazioni più inquietanti del meccanismo vittimario e persecutorio della storia dell’Occidente, limpida e cristallina come un teorema. La critica e la storiografia d’arte di fronte alla Predella di Uccello ha sempre preferito volgere lo sguardo altrove, modulando nello specifico linguaggio tecnico-descrittivo tutta una serie di teorie sulla concezione dello spazio prospettico, facendo in tal modo corrispondere ad una sempre più accentuata oggettivazione razionale, condita con saporito perbenismo critico, una presa di distanza – se non vera e propria rimozione – dalla storia reale rappresentata nell’opera pittorica. In fondo il termine “fiabesco” si addice più alla “maschera” stilistica, che distanzia l’osservatore dall’orrore che in quelle scene si va consumando, mentre più sorprendentemente ci risulta l’aver preso l’opera a modello del Surrealismo, se non addirittura quale suo anticipatore. E ancora, stupisce che René Girard, uno studioso che su tali questioni ci ha quasi speso una vita, non abbia mai citato quest’opera dell’Uccello che è davanti ai nostri occhi praticamente da sempre, come la lettera del famoso racconto di Edgard Allan Poe. In questo perdurare del politicamente corretto, più di tante giornate della memoria che stigmatizzano l’urgenza di contenere una diffusa smemoratezza, e ancor più di tante retoriche solenni, pur animate da buone intenzioni sul ricordo della Shoah, vale una volta per tutte questa piccola tavola pittorica, capolavoro di Paolo Uccello a ricordarci la nostra Storia.

Comunione e Liberazione; con beneficio d’inventario

lunedì, 11 ottobre 2010

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antonio marchetti carri neri

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Lo abbiamo scritto, qui, in diverse occasioni. Se c’è un luogo ove cultura e lingua deperiscono e rattrappiscono, questo luogo è la scuola.

Qui si parla una lingua che nel mondo esterno non esiste.

Tra le tante tipologie di disturbo che un “professore” (parola oggi improbabile) avverte, c’è una specie di  “double bind” dentro la  sconnessione.

Essere estranei al mondo quando si sta a scuola ed essere estranei alla scuola quando si sta al mondo.

Nel linguaggio ministeriale che annuncia i nuovi cicli scolastici si annida una patologia della lingua che ripete questa sconnesione, doppia, reciproca.

Sino ad oggi gli unici che accettano, secondo la mia esperienza, in maniera passiva e vocata, l’accoglienza acritica della malattia linguistica-ciulturale, sono coloro che aderiscono a Comunione e Liberazione.

CL aderisce in modo plastico al depauperamento della cultura e della lingua. Aderisce ai governi più discutibili e osceni. In fondo, sdoganata la morale (con la scoperta del moralismo negativo contemporaneo), azzerate le resistenze etiche, cavalcando i naufragi, oggi CL naviga nel mare aperto del possibile e del numero, della quantità.

Forse, alla fine, questa organizzazione, questa lobby, si troverà davanti, nella sua evoluzione, ad una verità inevitabile, ad una realtà semplice: solo business.

CL sarà questo: “è solo una questione di affari”.

Dal naufragio che alimentano possono essere estratti corpi-icone metastoriche a piacimento, in una cancellazione di differenze. Corpi-figure che fluttuano come pesci nel monitor-acquario del tuttouguale post ideologico.

CL, inoltre, lavora sul disagio, cresce sul disagio, “capitalizza” il disagio.

Il drappello sguinzagliato nelle scuole “statali” di insegnanti di religione, che vivono pienamente il “double bind” tra stato laico e sdoganamento vescovile (a cui spetta una valutazione “ad personam”) dimostra con chiarezza  l’anomalia di questa categoria di “lavoratori”". Se invisi alla Chiesa non perderebbero mai i loro diritti “laici” e di “graduatoria”  professionale, ma potrebbero insegnare materie scolastiche affini al loro percorso di laurea. È una specie protetta. Naturalmente ci sono eccezioni.

In un quinquennio delle medie superiori i nostri ragazzi che si avvalgono di religione, in generale, non sanno molto di antico e nuovo testamento, pochissimo di altre religioni. Questi docenti  laici di religione sono figure ambigue, giocano sul dilettantismo psicologico senza avere nessuna competenza, confessori laici nelle ampie praterie bisognose del contemporaneo: nuovi maoisti dopo il comunismo più devastante.

Costoro non insegnano religione, nella maggior parte dei casi. Sono i demagoghi contemporanei, lasciatemelo dire, ricalcano gli stessi passi fatali, con la stessa autoconvinzione cieca che la storia ci ha consegnato.

Stiamo parliando di una massa; i capi, la sanno più lunga.

Mentre si discute della scuola pubblica forse non ci si accorge che essa già comincia a non esistere più; un nuovo Stato è entrato nello Stato e lo svuota dall’interno. Vampiri robotizzati e indottrinati che pur muovendosi in  apparente ordine sparso si gettano sulla stessa preda. Sembrano invisibili, non accettano una netta riconoscibilità esterna e sembrano quasi offendersi quando li si definisce per quello che sono. Sono fluttuanti. Ricordano i film di Romero, ma  c’è poco da ridere.

CL si è buttata da anni anche nell’arte contemporanea. Ne riparleremo.

Per ora gli artisti ciellini cinguettano, ma marciano compatti, come se vivessero nel comunismo realizzato, diretti da direttori d’orchestra-curatori che hanno tentacoli nelle banche e nelle fondazioni. Hanno il loro business, che naturalmente si farà sentire.

Il segreto è nel loro essere massa d’urto: l’individualità è regolata dalla pluralità, la pluralità garantisce e protegge  l’individualità, anche se psicolabile: soprattutto se psicolabile e gestibile.

Singolarmente sono deboli, mimetici; nella pluralità micidiali.

Ricordano per certi versi la Decima MAS. Flottiglia.

Nuovi mondi… vedremo…

Ritorno a Saviano

martedì, 31 agosto 2010

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antonio marchetti frattali.

Leggo sempre con attenzione gli articoli di Roberto Saviano. Alla fine appare sempre il © di Santachiara, agente ed editor del nostro scrittore, ma anche di altri non meno importanti.

Come in altri articoli e piccoli saggi di grandi autori, il ruolo dell’editor (ed in molti casi si tratta di puro writing) omogenizza la lingua rendendola pulita, piana, chiara, corretta, in un certo senso globale. Gli articoli dei vari grandi autori iniziano ad assomigliarsi.

Ciò si rende più evidente quando i cosiddetti “grandi della Terra” intervengono sui media in forma scritta. I loro interventi sono perfetti, secchi, sintetici. Ma si assomigliano quasi tutti  nello stile. È lo stile globale del writing editor.

Lo stile anglo-americano sembra vincente, piegando la complessa lingua italiana – purtroppo lingua minoritaria nel mondo –  rendendola a priori più facile nella sua traduzione.

L’editor è una figura importante perchè garantisce la circolazione del testo, la fama dell’autore ed il suo fatturato, oltre al proprio. Lo stile dell’autore diventa difficile da individuare.

Forse, se avesse un suo stile originale e poco globale, avrebbe difficoltà di mercato.

Se mi chiedete quali sono i contenuti degli articoli di Saviano risponderei che sono di grande interesse e li condivido quasi sempre.

Ma se mi chiedete quale sia il suo stile letterario e l’originalità della sua scrittura non saprei che dire.

Si potrebbe affermare che ci sia, in Saviano come in altri autori impegnati, la scelta nel farsi comprendere da tutti e dunque assumere uno stile “elegante” e formalmente orizzontale, facilmente comprensibile. La semplicità è un valore letterario, una conquista, una risorsa. Lo scrittore “scende”, posizionandosi ad una altezza media, giustamente. Ma se le semplicità si assomigliano, e se a perderci è la lingua, dalla posizione media si scivola inevitabilmente alla posizione bassa.

Sarebbe opportuno, qualche volta, invitare il lettore a salire, ad adeguarsi all’autore e non il contrario. Si perde in fatturato ma ci si guadagna in letteratura, oltre a far crescere il lettore spingendolo in alto.

Si fa sempre in tempo a ricadere nella medietà.

Ma forse parliamo di letteratura laddove non ce n’è e non vuole esserci?

Vado alla Trilogia del Nord di Céline, che mi aspetta in giardino in questo ultimo scorcio d’estate…

Hai una nuova richiesta di amicizia…

giovedì, 15 luglio 2010

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antonio marchetti piccolo santuario

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La lingua è costretta a rattrappirsi sul web e nei social network, o implodere in una ripetizione ridondante di consonanti e vocali finali che segnano il grado zero emozionale: Facebook docet.

Qui siamo quel che siamo, qualcuno migliora, ma molti peggiorano. Peggiorano, purtroppo, persone intelligenti e colte, under 50. Chi vive lontano dalle città, in campagna, nelle periferie o in abitazioni dislocate in zone urbane grigie è connesso ma si muove molto di meno. Al contempo, chi viaggia, sente il bisogno di marcare la sua mobilità in una fissità pubblica, da narcisismo secondario. I giovani sono più a loro agio. Il carotaggio sulle generazioni rivela un quadro sconnesso, di difficile integrazione. Le immagini, che dovrebbero “narrare” un profilo personale,  vengono spesso giocate tra immanenza diaristica  e graffiatura esibizionistica, in una scollatura tra l’”esserci” o il “non esserci”, (mutazione dell’interrogazione amletica nel contemporaneo), nella rete come nella vita. Gli album fotografici diventeranno archivi funerari. La mitomania imperversa, viaggi virtuali e viaggi reali si mescolano. Con 50 “amici” su FB puoi comunicare, con 500 godi dell’impermanenza e dell’ineffabile. Con 2000?

Qualche anno fa qualche intellettuale post-DAMS aveva teorizzato che la limitatezza dei caratteri digitabili in un SMS avrebbe prodotto una sintesi ed un affinamento della lingua. Già, ma ci si dimenticava di aggiungere che alle spalle occorre un pochino di letteratura e di buona pratica di scrittura. La rete maschera e rivela. Tutti ormai cadiamo nella trappola della libertà o nella demoniaca profezia di quel frivolo di Warhol.

L’assunzione di una lingua globale,  piatta ed orizzontale, attinge ad un vocabolario condiviso che tende a smussare  gli spigoli, attacca le parole, le modifica, ne espelle altre, neolingua autocensurata molto spesso. Tuttavia sistema sofisticato, perennemente allusivo e sospeso, orfano di un senso, o di un centro, come ormai siamo tutti. Tutti vogliono apparire e scomparire nel banale. La situazione politica italiana alimenta questo codice quasi cifrato di irrealtà con cui ci autolapidiamo, pur informatissimi.

A volte basta inserire una sola parola per generare una moltitudine di significati, che poi rotolano in un abisso di “commenti”, portandosi appresso equivoci e demenzialità gratuite (dipende dalla ricchezza sociale dei contatti), in una immanenza che si schianta subito in un presente fluido e dominante, il Tempo…; voglio esserci come non sono, inserisco l’indice romano in alto anche se non capisco, condivido perchè sono un qualunquista e non mi costa nulla ( non sempre leggo i contenuti); origine e causa di frustrazioni: perchè non mi hai commentato? come mai non hai condiviso quel mio link fondamentale? mi sento solo, quando sono online non mi cerchi e non mi  ”parli” mai, sono risentito, geloso, invidio la tua sfolgorante bacheca e poi sono indeciso tra presenza e assenza. Qui annuncerò la mia morte,  la mia rinascita. Lavorare, spugnosamente, Zelig della rete, con cinismo leggero, disponibile alle tendenze dell’ultimo secondo per sottoporre merci ad indagini di mercato; e forse questo è il modo, paradossalmente ma non più di tanto, più “autentico” e sincero di mettersi in gioco nel capitalismo globale.

Le parole sono sottoposte al tornio del comprensibile e del “condivisibile”, al naturale, o si fanno esoteriche ed imprendibili, affacciandosi al mondo “nuovo” come in realtà, per chi le scrive, nuovo non sarà mai.

Possiamo raggiungere amici lontani ma con loro dobbiamo allestire diverse maschere salvifiche e di autoassoluzione.

Qualche tempo fa ho scritto una cosa carina e poetica sulla “bacheca” di una mia vecchia amica, che ricordava il titolo di una vecchia canzone, ed il marito, che la controllava su Facebook, l’ha costretta a chiudere l’account con una furente scena di gelosia. Siamo in Italia non in Iran. Eppure questa libertà sul web non passa completamente attraverso una vera libertà ed emancipazione individuale nella vita vera. Da qui una rappresentazione mitomane e falsa di sé attraverso la tecnologia. Siamo avanti, ma indietro nella sostanza.

In un vecchio film di Totò, l’attore osserva una festa estiva e mondana a Capri attraverso una finestra, una festa che fa il verso alla “Dolce vita”. Il comico dice al compagno di entrare: “Futilizziamoci! Futilizziamoci anche noi! Viviamo in un mondo futile!”

Come risolvere le nuances della presenza-assenza? Come essere invisibili ma esistere tra il prossimo? Come essere fantasmi?

René Daumal definiva il fantasma come un’assenza circondata di presenza. È la presenza a dare “corpo” ad una assenza. Una prospettiva davvero sublime. Difficile.

Domani mi cancello, dopodomani riapparirò.

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I tuoi contributi, caro Antonio, sono sempre attesi e graditi. Come sento mia quella sottile disperazione che ci fa arrancare in questi nostri mondi frammentati e in cerca di un contatto, affettivo diciamolo, e di aggregazione, facendoci illudere che una grande chat come FB ci faccia sentire meno soli. Ci aggreghiamo in un caravanserraglio di nomi, sigle, parole, per tenerci uniti ad un mondo di cose e persone che pensiamo affini, finendo per sperimentare invece una inarrestabile disgregazione. Un mondo di contatti che si dilatano all’infinito, come una vertigine che cattura fino all’addiction, e in cui, scopriamo con sgomento, temiamo di essere esclusi dalla subitanea disattenzione con cui l’amico si rivolge ad altri contatti con cui fa amicizia. Il nostro povero bisogno dell’altro finisce per mettere tutti sullo stesso piano, e patisce inedite forme di esclusione, assurde solo al pensarle.

Come sarebbe bello ritornare ad una “civiltà della conversazione”, vanno in questo senso tanti tentativi di contatto, la ricerca di una corrispondenza, di confronti vivaci e arricchenti. Non escludo che le mie recenti escursioni nella realtà del mondo esterno grazie all’arte, dopo tanto percorrere mondi interni autoreferenziali, siano motivate dal bisogno di significative corrispondenze non più solo legate al dare senso alla sofferenza, ma ispirate dall’esprit, dalla leggerezza, dal piacere.

Grazie del tuo pensiero, ciao, a presto,
Rosita Lappi

Parole da rottamare

lunedì, 31 maggio 2010

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antonio marchetti il mio pennello

Attimino

Monitorare

Amicale

Alterità

Amabile

Chicca

Checca

Chattare

Carino

Interessante

Criticità

Polifunzionale

È una caratteristica del sagittario…

Meticciato

Nella misura in cui

In un certo qual modo

Ciaoooooooo!

Extracomunitari

Creativo

Clandestino

Advisor

Portfolio

On line

Talk show

Fondazioni

Shottino

Messaggino

Poke

Pensare positivo

Territorio

Pacco

Ne vuole

File

DOC

Ecosostenibile

Impatto ambientale

Condividere

Installazione

L’altro

Profilo

I nostri elettori

La gente

Il popolo

Arredo urbano

Parrucchiere

Stilista

Costi e benefici

PIL

Intrigante

Come stai?

Stupendo!

Ottimizzare

Fare futuro

Centro

Cena in piedi

Vecchietti

Caffettino

Briefing

Sentiamoci

Sono sereno

Non mi dimetto

Spalmare

Vergognati

Regime

Il nostro ospite

Multimediale

Basito/a

Vip

Grandeeeeeeeeeee!

Noi donne

Buona serata

Intrigante

Come stai?

Obiettivo

Ricaduta didattica

Minimale

Sono indignato

Post

Allevi

Cavaliere

Velina

Tag

Casina

Braciolata

Loft

Evento

Pizzata

Milionata

Disagio giovanile

Meeting

Parliamone

Ciò che conta è il viaggio non la méta

Il mio ultimo cd

Ho scritto un libro

Un lavoro divertente

Ora pubblicità!

Posso darti un consiglio?

Tu che sai tutto

Ma veramente?

Sono a dieta

Alla prossima

Problematica

Purtroppo oggi si è spento alle ore…

Applausi!

Cerchiamo di capire

Vintage

Briefing

Sono commosso

Bei tempi!

Esporta file

Attrezzato

Godibile

Che tempi!

Nomade

Macrobiotico

Nostrano

Un piccolo libro

Remake

Rottamare

In questo momento

Scendiamo in piazza

Stiamocene a casa

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© Antonio Marchetti

Nascerà un artista ipersensibile con scarso talento

martedì, 18 maggio 2010

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Antonio Marchetti Double Bind

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Grazie a tutti per essere qui stasera, per questo incontro con il direttore di una delle riviste d’arte più lette e diffuse nel mondo; con il direttore del nuovo museo di arte contemporanea che si è inaugurato ieri, e infine con la grande scrittrice d’arte volata da Los Angeles appositamente per questa conversazione.

Vorrei lasciare subito la parola ai nostri ospiti ma, visto il mio ruolo di  coordinatore, propongo qualche paletto, agli invitati e a voi pubblico di giovani.

Dal direttore della rivista ci piacerebbe ascoltare la sua esperienza personale, i suoi esordi giovanili e le mutazioni dell’arte successive, in un intreccio tra privato e storia, se se la sente. Io credo di sì, altrimenti non sarebbe qui.

Per il museo chiederei al direttore di raccontarci, con la sincerità e la libertà che conosciamo, le relazioni tra mercato e scelte museali, oltre naturalmente alle acquisizioni ed agli archivi storici (archivi storici, ormai, che si scrivono nell’attimo, e che nello stesso attimo fanno morire i viventi dell’attimo prima).

Al terzo ospite proporrei quasi un orizzonte intermedio tra la rivista ed il museo, che potrebbe proporre avvicinamenti nuovi e facilmente comunicabili. A questi  forse il difficile compito di tradurci l’esoterico contemporaneo in un linguaggio “comprensibile” (esso sì “contemporaneo”, anche se inattuale) per questi giovani esordienti che sono venuti ad ascoltarci. Dopo questi paletti vorrei dire che le domande sono libere, magari io seleziono e le metto in un ordine che avrò nella testa sul momento, ma vorrei sottolineare il fatto della libertà delle domande.

Mi riferisco ad una libertà interiore, solo personale, che superi timidezze o paura di essere giudicati. Questo incontro, in effetti, apre un piccolo cerchio magico, come si diceva una volta, ove si gioca l’arte. Non abbiate dunque paura a fare domande stupide. Nell’arte molte domande stupide sono diventate capolavori. Buon ascolto allora, ci risentiamo più tardi per orchestrare le domande e l’eventuale dibattito, anche questo come si diceva una volta. Sul concetto temporale di “una volta” organizzeremo un seminario l’anno prossimo. Prego… a lei la parola direttore.

Il ragazzo selvaggio

mercoledì, 28 aprile 2010

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Antonio Marchetti logo

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La parola “meritocrazia” è in genere contrassegnata da un segno di negatività.

Eppure essa definisce uno spazio che riguarda il merito, la qualità, l’eccellenza, l’intelligenza, le capacità, l’individualità, a volte la genialità. La diversità.
In Italia, ad esempio, in genere si sponsorizzano le banalità, per motivi parentali, politici, per convenienze di vario genere; spesso veri idioti occupano spazi che potrebbero essere gestiti da persone di valore. Ma è pur vero che persone di valore non vogliono occupare spazi, ma abitarli, magari con leggerezza.

Nelle nostre scuole vengono spese le migliori energie non per i migliori ma, seguendo un ricatto sociologico-piagnone, i meno talentosi e che si traduce in un generale “volare basso”.

Arte e “creatività” non sono esenti da questo sistema, anzi, sono diventati paradigmi della cancellazione della qualità perchè in definitiva si pesca su concetti errati di aleatorietà ed impermanenza.

Anche qui, per accontentare tutti, si “vola basso”, guai a rappresentare le differenze se non siano prederminate dal successo, dal mercato e dal glamour.

Il gioco competitivo dell’”esserci”, piuttosto che dell’”essere”, spinge molti a tarpare l’altro, visto come minaccia alla propria (infantile) territorialità che, seppur piccola ed insignificante, viene vissuta ansiosamente come ragione di un narcisismo sociale di tipo primario.

È sempre l’insicurezza di una propria identità a determinare il “campo” di un possesso e di un potere, per quanto microscopico, e che non può esporre la propria fragilità.

Aggiungerei la folta schiera degli psicolabili che attraggono irresistibilmente da qualche decennio persone pur intelligenti e colte che scivolano volentieri nella scoperta di un nuovo Victor dell’arte, fedeli, ma fuori tempo, di Jean Itard (ma senza la sua pazienza “illuminista”).

Il sistema della formazione e quello dello star system, pur partendo da ambiti diversi, sembrano condividere il medesimo appetito: azzerare e desiderare il ricominciamento, annullare le concatenazioni e, soprattutto, svolgere il gioco più facile e fascinoso che consiste nello sferrare colpi d’ascia alla cultura occidentale, sognando di volta in volta un salvifico mattino. Morettianamente: facciamoci del male.

Dimenticando però, e qui avanzano i paladini del pensiero psicolabile (postdebole), che la cultura occidentale ha pensato anche l’impesato, e che nel suo procedere ha disseminato tutti i segni del suo autoannientamento, in forme artistiche sublimi. Lo ha detto nella forma e nella lingua che le era propria.

Siamo in ascolto di altre lingue, naturalmente.

Perchè ripeterci nel vintage e nella ricerca molto trendy del solito “altrove” quando abbiamo capolavori della nostra sconfitta?

8 marzo. È qui la festa?

lunedì, 8 marzo 2010

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antonio marchetti frigo

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Le “ministre” di questo governo sono invisibili. L’ambiente non conta nulla, in questi mesi di emergenza e scandali quotidiani quella “donna”, che gestisce quel ministero, non esiste. Per le pari opportunità, nell’Italia della cronaca contemporanea, c’è altra donna, invisibile, o balbettante. Per la gioventù, ridicolo già nel nome del ministero, il ministro appare come pezza di appoggio nei luoghi in cui non dovrebbe essere, con quegli occhioni ipertiroidei di chi la sa lunga ma non dice mai niente. Per il turismo abbiamo una donna talmente abbagliata dal suo premier che ripete come un clone idee non sue. È stato nominato un sottosegretario donna che ha avuto il merito di indicare un presunto amante della consorte del suo premier- padrone nella fase di separazione matrimoniale. Queste sono le donne nel governo del nostro paese. Forse sono state scelte proprio perchè devono star zitte, pur simboleggiando una qualche “pari opportunità”. Il problema è solo loro. Cosa festeggiano oggi le donne? Perchè, poi, chiamarla ancora festa? Non sarebbe piuttosto un lutto?

iPad, il libro, il terremoto

venerdì, 19 febbraio 2010

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antonio marchetti l'aquila

1.

iPad, tre vocali prima dell’iPod; qualche salto di scala  rispetto all’iPhone 3G ma non è la somma tra i due. È la “cosa”. Il video di presentazione su apple.com ne vede l’uso domestico, seduti in poltrona nel living room. La sua maneggiabilità non prevede in effetti un uso nomade o onde road. Si ritorna a casa, nei luoghi di lavoro, nel confort di un interior. Il mondo è nelle nostre mani, stando fermi. L’oggetto è  portatile come un quaderno moleskine ma bisogna pur fermarsi per scriverci sopra. Il tablet è un moleskine multimediale che ci consente anche la lentezza dello scrivere e del disegnare. Bisogna vedere chi lo usa. Oggetto intelligente per persone intelligenti. Vedremo. In Italia si leggono poco i giornali e libri e forse per la maggioranza l’iPad è troppo.

2.

Circola l’idea, per risollevare le sorti del libro e della lettura, di distribuire gratuitamente i libri a scuole, carceri e ospedali.

L’idea è alquanto stupida. Se c’è un modo per svalorizzare qualcosa è la gratuità. Ogni cosa ha il suo costo ed il libro ha il suo. Piuttosto sarebbe ora  di farla finita con la rincorsa degli sconti dei libri; meglio sarebbe offrire un prezzo già più basso in partenza. Non mi va che un libro che ho acquistato un mese fa ora è in vendita scontato al 25%, così come non mi va l’immediato passaggio in edizione economica; si faccia subito l’edizione economica insieme a quella meglio rilegata con la carta migliore (si fa per dire ormai è tutta chimica) e con un corpo tipografico almeno 12, non dico 14 – tanto ormai quasi tutto è in stampa digitale.

Ma nonostante il lamento del lettore che vede scadere la qualità “tipografica” e di “confezione” del libro rimaniamo convinti del fatto che i  libri non si danno gratis, i libri si comprano, ci deve essere un’azione, una scelta. La gratuità alimenta la sprezzatura, ne è complice.

Un giovane che acquista un libro inizia un percorso emancipatorio. Certo, se vive in una casa ove non ci sono libri  ma solo sterco televisivo sarà difficile. E infine, quali libri si intendono distribuire gratuitamente? Chi li sceglie? Chi ci guadagna? Quali case editrici? Quelle dell’imperatore pornopop?

3.

Il 14 aprile dell’anno passato ne avevamo scritto qualcosa: http://www.variosondamestesso.com/2009/04/14/abruzzo-terremoto-rimozione/

L’Aquila. I cittadini e le loro istituzioni territoriali sono stati via via derubricati.

Li abbiamo visti, in questi mesi, il Sindaco dell’Aquila e la Presidente della sua Provincia come spaesati, a volte smarriti. La macchina del “fare” li ha spiazzati, hanno un potere di coordinamento e di gestione esiguo. Il Presidente della Regione, come tutti i miracolati dell’imperatore pornopop, oltre non può e se proprio dovesse protestare con il governo prima telefona per concordarne i toni. C’è poi un magistrato, disincantato, con scarsi mezzi, che pazientemente indaga sulle illegalità di ieri e di oggi. Per il resto la città è doppiamente fantasma.

Lo stato d’eccezione messo in prova a L’Aquila vuole essere esteso quale modalità di governo.

La tettonica a zolle dell’esistenza.

giovedì, 11 febbraio 2010

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antonio marchetti pubblico.

Le microconflittualità, gli inciampi di relazione di ogni giorno, la piccola tettonica a zolle della nostra esistenza. Tutto questo non abbiamo tempo di elaborare, spesso non ne abbiamo neppure voglia, mentre molti, che vivono nel buio dell’ignoranza, non sanno neppure di cosa si parli. Un professore che dice alla madre che suo figlio/a non ha talento commette un crimine.

1. Il genitore è insicuro e consapevolmente incapace, delega alla scuola quasi tutto.

2. Il genitore non ama essere restituito allo specchio e odia l’insegnante,  quindi cercherà strade per metterlo in difficoltà, scaldando gli avvocati in attesa di un appiglio.

3. Il figlio/a senza talento si presenterà accompagnato/a dai genitori per protestare contro il talento  a lui/lei non riconosciuto, anche se tra qualche mese andrà a votare, maggiorenne,  godendo dei diritti dei cittadini.

Tra appena un anno il senza talento non potrà presentarsi dal datore di lavoro accompagnato dai genitori per qualche protesta. Per queste cose ci sono forme costituzionali che regolano le relazioni tra adulti.

4. Grave perdita di tempo sottratta a chi ha talento. Ma oggi il tempo dei senza talento occupa sempre più spazio mentre qualche genietto se la passa male.

5. Per molti formatori (si fa per dire) i senza talento fanno comodo. Non avendo talento loro stessi possono paludarsi e rendersi invisibili ed essere persino amati dai loro allievi con il talento del non-talento.

6. I genitori rassicurati da formatori non talentosi sono felici, e si avviano sulla strada del divorzio e delle depressioni. Anoressia e bulimìa oggi colpiscono più giovani madri che le loro “figlie” (qui il genere è quasi assoluto).

7. Conosci una madre e capirai tutto del figlio/a.

8. Conosci un figlio/a e non capirai nulla della madre.

9. Il genitore che parla troppo scambia il formatore del figlio/a con lo psicanalista.

10. Solo gli insegnanti di religione non hanno microconflitti né con gli allievi e tanto meno con i loro genitori. Eppure abitano luoghi oggi molto sensibili. Questo fa pensare (solo i talentosi).

Le risposte del Direttore di Flash Art

lunedì, 1 febbraio 2010

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cansano memorial

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Caro Marchetti,

lascio a te le riflessioni e i giudizi che ritieni più opportuni sull’arte, il mondo, Flash Art. Ci mancherebbe altro.

Una cosa però vorrei precisare: nella mia rubrica LETTERE AL DIRETTORE, non cestino mai alcuna lettera (come invece tu hai adombrato). Tu hai la prova che l’abbia fatto? Certo, talvolta evito di rispondere a richieste di giudizi sulle proprie opere, per non aprire un terreno paludoso ma soprattutto noioso e di nessun interesse. Per il resto pubblico tutto, anche gli insulti e punti di vista più feroci e indiscriminati. Al punto che sono anche incorso in qualche vicenda giudiziaria per aver pubblicato qualche lettera non proprio serafica.

Se tu hai la prova che io abbia cestinato o censurato qualche lettera, io sono qui, a confortarti con prove. A meno che (sai cosa è internet e quali problemi a volte pone) non l’abbia ricevuta. La sola cosa che con i miei collaboratori abbiamo fatto è stata quella di far rispettare la lunghezza; dunque da una lettera di tre cartelle abbiamo dovuto (ahimè!)sintetizzarla a 15-20 righe. E ti assicuro che non è un esercizio divertente. Ma per il resto non mi risulta di aver mai cestinato qualcosa. Anche perchè, dovresti saperlo, a tutto c’è una risposta. Talvolta viene bene, altre volte meno.

Buon lavoro.

Giancarlo Politi

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Apprezzo la solerzia e la volontà di chiarimento del Direttore, un uomo che viene da lontano, di grande esperienza, e che conosce molte cose che a noi sfuggono. Mi sarebbe piaciuto se avesse commentato anche la seconda parte del mio articolo.

Mi colpiscono termini come prove, vicenda giudiziaria, censura.

La risposta è una richiesta di esibizione di prove, come se si fosse in qualche modo introiettata, più o meno inconsciamente, un fumus persecutionis che annebbia la semplice dialettica o una geografia “liberal” sull’arte e sul suo sistema. Perchè dovremmo esibire prove in un articolo, come si diceva il secolo scorso, di “costume” (con accezione antropologica)?

Comportamento molto “italiano” da parte del Direttore.

Comprendo le sue precisazioni. Tuttavia si spostano i contenuti del nostro articolo su un piano non-culturale e autoreferenziale, addirittura  autodifensivo in assenza di un attacco.

“Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano”, scriveva Elias Canetti.

In questo caso il direttore di Flash Art ha “schivato” il problema.

Il libro di Canetti si intitola “Potere e sopravvivenza”.

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Non so a cosa alludi. Se a questo passaggio che accludo lo ritengo una tua (legittima anche se errata e provinciale) interpretazione. Da sempre e ovunque mi batto contro qualsiasi politica per una autonomia della cultura (e dell’arte, ovviamente), mentre in Italia da sempre viviamo una totale eteronomia e dipendenza politica. Chi mi conosce sa bene quanto osteggi, situazionisticamente, la politica, che dal dopoguerra ha tessuto una ragnatela ormai indissolubile attorno a noi. Poichè tutte le nomine in Italia sono politiche (ma proprio tutte, dalla Biennale alle bocciofile) non capisco perchè accanirsi contro la nomina politica di Bellini, che tra l’altro, dal punto di vista qualitativo ritengo la migliore della piazza. Ma nessuno si scandalizza della Quadriennale, Biennale e tutti i musei italiani. Macro, Maxxi, Mart, Gamec, Gam, Mambo, Man…. (e qui continua tu). Tutto qui. Il mio non è un giudizio, ma una constatazione amara di chi è costretto a subire sapendo che nulla può cambiare. La mia lotta personale? Come muoversi in bici a Milano pensando di eliminarne l’inquinamento…

Giancarlo Politi

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Caro Politi

ti ringrazio della tua risposta.

È vero, sono provinciale, mi sono spostato molto in Italia e ho vissuto in tanti luoghi.

Forse mi merito l’epiteto di multiprovinciale; se esiste questa definizione ti prego di concedermela.

Non era necessario tutto quello che hai scritto. Conosco quello che hai fatto. C’è una reattività sproporzionata, anche se concordo su molte cose con te.

Una cosa in comune? La bicicletta, davvero!

Ma a Milano la bicicletta tu la vivi come una lotta, io qui a Rimini semplicemente la uso.

Sai, noi provinciali riminesi, come quelli di Ravenna e Basilea.

Forse sei tu che vivi nella provincia dell’Europa.

Io non alludo a nulla oltre a quello che scrivo. Ma scrivo a volte in uno stile inattuale, che può creare equivoci, ma non rinuncerò mai alla libertà del dire. Spesso sono gli altri, prigionieri di un linguaggio claustrofobico ed autoreferenziale, che  non riescono a leggere un linguaggio diverso.

Spero che tu leggerai qualche volta: www.variosondamestesso.com.

Per il resto mi ha fatto tanto piacere comunicare con te.

Mi sento onorato, credimi, di  avere un polemos con te.

Caro Marchetti,

un chiarimento ad uso personale. Quando io adopero il termine “provinciale” alludo non tanto a una connotazione geografica ma culturale. Di colui cioè che vive la cultura un po’ idilliaca della provincia o periferia (che io invidio a chiunque ed è ciò che vorrei vivere). Di colui che non è costretto a misurarsi con l’arte quotidianamente. Di colui cioè che pensa che l’arte e gli artisti e il sistema dell’arte siano o dovrebbero essere una sorta di Eldorado o di Repubblica platonica. L’arte, gli artisti, il sistema dell’arte riflettono con estrema velocità e durezza e spesso tragicità, i mali, le aberrazioni, le crudeltà, le deviazioni della società. L’arte è lo specchio fedele, spesso anticipatorio, del malessere della  società e della vita. Pertanto immagina dove è arrivata e dove andrà sempre di più l’arte di oggi. E Flash Art deve e vuole essere lo specchio di questa realtà. Io chiedo l’autonomia dell’arte, ma l’arte, nelle sue formalizzazioni e contenuti, non può essere autonoma rispetto alla società. Altrimenti diventa solo passatempo o semplice decorazione.   GP


Gramsci e la Callas

venerdì, 20 novembre 2009

 antonio-marchetti-onna.jpg

 

La prima volta, poco meno che ragazzo, vidi la famosa fotografia di Gramsci, quella in cui sembra un santo o un martire cristiano. Poi conobbi il titolo della sua opera, “Lettere dal carcere”. Molto più tardi ci fu la poetica di Pier Paolo Pasolini con “Le ceneri di Gramsci”. Il tutto aveva il sapore di una sacralità martiriologica o cristologica,  sicuramente mistica, e se così non fosse sarebbe decisamente mitica e rituale.

Uno storico antropologo qui non potrebbe che verificare un divisione di genere non tradizionale, trattandosi di un eterosessuale (si presume) ed un omosessuale che si dichiara tale.

Con Pasolini c’è la combustione e poi la cenere di quel mito sacro.

Siamo nel campo dell’opera lirica; non a caso Pasolini ammirava così tanto la Callas.

Ma anche alle  ceneri possiamo appassionarci, con disincanto, senza necessariamente cadere nel narcisismo sacrificale o semplicemente nostalgico.

Caprera, Garibaldi

mercoledì, 5 agosto 2009

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Caro Presidente Giorgio Napolitano

 

La Sardegna più che un’isola pare un bonsai di continente, ci sono montagne dolomitiche in scala 1:3. Tale propensione alla grandezza in un mondo lillipuzziano  è confermata dalla monumentalità nuragica. A Caprera, nella casa-hacienda di Giuseppe Garibaldi – nostro eroe nazionale non si sa per quanto – c’è la miniatura d’Europa, e del mondo. Dalla costruzione svizzera al padiglione prefabbricato inglese, dalla tecnologica poltrona da campo ripiegabile sino al girarrosto a carica meccanica e alla macchina per il burro, qui, nella sua casa, si respira aria moderna. Ma proprio qui, la curiosità e l’originalità di quell’eroe patrio sembrano arrestarsi, lasciando noi fermi, come il suo mulino, e paradossalmente più indietro. La guida accende la luce della stalla e rischia di rimanerci fulminata con i vecchi interruttori ed i cavi elettrici a vista; non conosce l’inglese ed il mio collega turista non può capire nulla perchè la signora che ci fa da guida non conosce l’inglese; a molte nostre domande non sa rispondere. Le fotografie e i documenti messi a parete non sono leggibili perchè un vetusto e retorico cordone antigaribaldino ne impedisce la vista. Non si può fotografare nulla. Non c’è una piccola libreria dove acquistare qualche libro o riproduzione fotografica.

Qui una volta tanto ho avuto il desiderio del kitsch, acquistare una statuetta di Garibaldi da sistemare tra i miei libri.  Non ce ne sono. Padre Pio in Italia vince sempre. Centro metri fuori c’è un piccolo bar fermo agli anni Sessanta (del Novecento), confesso che mi piace sgarrupato com’è, che vende fazzoletti rossi con l’immagine dell’eroe dei due mondi in decalcomania. Ma non sto facendo una gita vintage, sto nel luogo che ha a che fare con qualcosa di fondativo, che meriterebbe di più. Dunque tra due anni si festeggerà il centocinquantesimo anniversario dell’Unità. A Caprera si farà qualche restyling, forse si ripristinerà all’ingresso della casa la guardia d’onore, per un po’, pompa magna per l’occorrenza, all’italiana, ma la memoria vera che si esprime nella custodia e al decoro di un luogo fondativo nel giorno dopo giorno credo che non l’avremo mai.

 

Con cordialità e stima

il suo connazionale

Antonio Marchetti

Il Partito Democratico, qualche piccolo libro e i lettori di scambio.

giovedì, 2 luglio 2009

 antonio-marchettisingle-luminosi.jpgNon so più a chi parla il Partito Democratico. Non a me, almeno per ora. Nel frattempo mi sono riletto Corrado Alvaro, “L’Italia rinunzia?”, un libricino della Sellerio che lo scrittore scrisse nel 1944 e pubblicato un anno dopo. Ho accompagnato questa rilettura con un altro piccolo libro di Guido Crainz, “L’ombra della guerra”, piccola antologia critica dei nostri esordi. Io consiglierei la lettura di queste due piccole cose per seguire il Partito Democratico. I giovani, che badano allo “spessore”, troveranno questi libretti di leggerezza accettabile. Ma cosa c’entra il dopoguerra con la contemporaneità? L’assenza di lettura critica degli italiani di allora è la stessa di oggi, mentre noi, sparuta minoranza single che non va in televisione e che non ha voce pubblica ( a parte questo discutibile “journal”), dobbiamo riassistere agli errori periodici, alla retorica di un eterno ritorno e all’ignoranza. Una ignoranza che non si riscatta simbioticamente circondandosi da artisti e intellettuali vip che badano più al fatturato narcisistico ed economico che ad una appartenenza (labile e ondivaga, all’italiana). Ammettiamolo, la generazione degli oltre cinquantenni e sessantenni ha fallito da quelle parti, salvando se stessa naturalmente, si è ben autoalimentata. Dell’Imperatore non parlano mai, vivono nell’astrazione, nella rappresentazione tautologica, schiavi dello specchio. Mi appaiono perdenti. Perchè si propongono già da perdenti. Non hanno capito quasi nulla degli ultimi dieci anni.antonio-marchetti-camera-verde-1988.jpg

Riporto il testo di un articolo apparso sul Corriere della sera di oggi, a firma Claudio Magris, nel quale si denuncia il rischio di una possibile abrogazione dei lettori di scambio dalle università italiane.

 

In Italia esistono lettorati di scambio di lingua ebraica in 7 università, Torino, Venezia, Bologna, Pisa, Firenze, Roma e Napoli. Essi svolgono un ruolo fondamentale nella diffusione della lingua e della cultura ebraica così com’è parlata e vissuta in Israele oggi. La loro scomparsa sarebbe un colpo durissimo che allontanerebbe ancora di più gli studenti italiani da un mondo vivace e intellettualmente ricchissimo come quello israeliano.

 

Ci auguriamo che le università italiane vogliano rivedere questa loro decisione e che i lettori di scambio di lingua ebraica possano continuare a svolgere il loro ruolo con ancora più entusiasmo e incisività, perché la bella cultura israeliana, che ha prodotto scrittori premiati e apprezzati in tutto il mondo come Amos Oz, David Grossman e A.B. Yehoshua ( per citare solo i più famosi), possa essere sempre più conosciuta e studiata in Italia.

 

 

Minna Scorcu

Coordinatrice Ufficio Culturale

Ambasciata di Israele

Via Michele Mercati 14 – 00197 Roma

Tel. 06.36198513

Fax 06.36198555

E-mail cultura@roma.mfa.gov.il

 

 

ABOLITI PER MANCANZA DI FONDI NONOSTANTE LA NOSTRA ARRETRATEZZA LINGUISTICA

I lettori stranieri cancellati dall’università

Sarebbe triste lasciar morire, per mancanza di fondi, iniziative spesso, non sempre, creative e stimolanti

L’ Università italiana, già perico­lante come un edificio colpito dal terremoto, riceve un’ulteriore vigo­rosa spallata dalla legge 6.8.2008 n. 133, art. 24, che, abrogando una legge precedente in vigore da anni, abolisce i lettori di scambio, i quali esercitano una funzione essenziale per l’Universi­tà stessa. I lettori di scambio sono i let­tori di madrelingua straniera — tede­schi, francesi, inglesi, spagnoli e così via — che vengono in Italia per inse­gnare ai nostri studenti la loro lingua.

Analogamente i lettori italiani si recano in Germania, Francia, Inghilterra, Spagna o in altri Paesi a insegnare l’italiano. Non occorre una particolare genialità per capire come sia necessario o quantomeno estremamente utile, per apprendere ad esempio l’inglese, impararlo da un insegnante di madrelingua inglese. Non occorre nemmeno una particolare genialità per rendersi conto di quanto sia importante, sempre e ancora di più oggi nella realtà europea in cui viviamo, la buona conoscenza delle lingue. L’Italia, così creativa su tanti fronti della cultura, è invece sotto questo profilo alla retroguardia; nell’Unione Europea siamo, in genere, gli ultimi della classe quanto a conoscenza delle lingue; spesso anche persone colte e rappresentanti politici sono goffi e impappinati, quando incontrano colleghi di altri Paesi europei, come Alberto Sordi in quel vecchio film in cui, per diventare vigile urbano, deve superare un esame di francese, non sa dire in quella lingua «mia zia» e cerca di cavarsela dicendo «ma zie».

Quest’arretratezza linguistica non data da oggi, ma ha una negativa tradizione alle proprie spalle, di cui è colpevole pure una certa cultura – anche alta ma retorica, opposta alla sana concretezza anglosassone – che in passato ha privilegiato, negli studi letterari, l’indagine estetica – certo essenziale e gloriosa – sulla conoscenza pratica della lingua in cui sono scritti testi immortali. Carente era soprattutto, anche in molti profondi cultori di letteratura capaci di leggere i testi ossia dotati di una buona o anche ottima conoscenza passiva di una lingua, la padronanza della lingua parlata. L’importanza di quest’ultima per orientarsi nella realtà politica, economica, culturale e sociale di un Paese dovrebbe essere più che evidente. Lo status dei lettori di madrelingua straniera ha bisogno non certo di essere cancellato, bensì semmai rafforzato e soprattutto definito con chiarezza, perché in passato la sua indeterminatezza ha provocato disagi: l’incertezza dei loro compiti, l’insufficienza e i ritardi nella corresponsione dei loro emolumenti hanno provocato uno strascico di proteste più che giustificate, pretese talora confuse e immotivate e vistosi processi. Indebolire il già debole livello di competenza degli studenti italiani in un campo così importante è un atto d’incredibile miopia che non ha a che vedere con scelte politiche di destra o sinistra. Le Ambasciate dei Paesi con i quali vigeva l’accordo di scambio dei lettori di madrelingua — Francia, Austria, Canada, Germania, Polonia, Spagna, Belgio, Israele, Portogallo, Paesi governati da partiti di centrodestra come di centrosinistra — hanno protestato vivamente presso il nostro ministero, ribadendo l’importanza del lavoro culturale dei lettori ed esprimendo stupefatta preoccupazione.

D’altronde il nostro ministero non ha da temere, da parte loro, misure di ritorsione nei confronti dei nostri lettori che insegnano italiano nei loro Paesi, i quali non si sognano di prenderle perché sarebbero autolesive, come nella famosa barzelletta del marito che si evira per far dispetto alla moglie. L’abolizione dei lettori di madrelingua viene motivata con l’urgenza economica di risparmiare, viene messa in conto alla crisi. Risparmiare, e dunque tagliare spese, è certo necessario. Ma si possono scegliere i rami da tagliare, sempre a malincuore ma col senso della gerarchia d’importanza. Per restare nell’ambito della cultura, ad esempio, vi è in Italia una fioritura di Festival di vario genere, convegni, eventi che costano non poco.

Sarebbe triste lasciar morire, per mancanza di fondi, iniziative spesso— non sempre — creative e stimolanti, ma se si deve scegliere è meglio — o meno peggio — cancellare Eventi anche di grande richiamo piuttosto che indebolire istituzioni (come la scuola, gli ospedali) la cui prosaica ma fondamentale attività quotidiana non finisce a grandi titoli sulle pagine dei giornali, ma è ben più importante per la vita generale del Paese. Appartengo a quella corporazione, abbastanza numerosa, che ha occasione di frequentare, non malvolentieri, quei Festival e quegli Eventi, ma dobbiamo tutti sapere che la civiltà di un Paese consiste più nella qualità delle sue attività e funzioni concrete che in pur suggestivi fiori all’occhiello. La conoscenza delle lingue fa parte di que­sta normalità fondamentale. Indebolirla significa, in una classe di studenti europei, venir messi all’ultimo banco col cappello dalle orecchie d’asino; significa voltare le spalle all’Europa e favorire un’autarchia culturale oggi impensabile. Speriamo non si finisca, un giorno o l’altro, per sostituire, nelle nostre università, i lettori di madrelingua inglese o tedesca con lettori di madrelingua bergamasca o triestina.

Claudio Magris02 luglio 2009

L’imperatore e la latrina

martedì, 23 giugno 2009

antonio-marchetti-maestro-dorchestra.jpg.

Ricordate Gustav von Aschenbach (Dirk Bogarde) con il trucco che si scioglieva sulla faccia? Il film era “Morte a Venezia” di Luchino Visconti. 

Nella storia attuale di minorenni e puttane (escort) dell’Imperatore pop italiano non c’è la musica di Gustav Mahler ma quella di Mariano Apicella, le cui canzoni sono scritte dall’Imperatore in persona.

La pappa arancione del trucco cola dalla faccia della scultura pop, ormai vecchio e patologicamente irrecuperabile. 

Qui ci vuole Artaud alla matriciana: Eliogabalo muore nella piscia di una latrina, l’Imperatore pop, peggio di Mussolini, finirà nella latrina mediatica che lui stesso ha alimentato, nei giornalacci mondani che gli sono congeniali. E dopo? Cosa accadrà? Gli orfani che faranno? Qui non c’è un corpo esposto su cui sputare e infierire come a Piazzale Loreto. Non c’è stata una guerra miserabile ma solo una facile manipolazione di massa. I servi cosa faranno? E gli oppositori, pavidi e dubbiosi, cosa faranno? Sarà peggio, dopo?