Archive for the ‘Ritratti’ Category

Giuseppucci alla Galleria Percorsi a Rimini

lunedì, maggio 9th, 2011

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Maurizio Giuseppucci mi ha chiesto di scrivergli qualcosa per la sua mostra riminese, ora stampata nelle belle carte di presentazione pensate da Leonardo Sonnoli per la galleria di Rosita Lappi in via Serpieri. Anni fa un altro artista, amico anche lui, mi chiese più di vent’anni fa un testo sul suo lavoro, Giovanni Lombardini. A parte  costoro non ho mai presentato nulla, non sono un critico, e se scrivo di artisti molto spesso si tratta di morti. Dunque Giuseppucci e Lombardini sono gli unici “morti viventi” su cui ho scritto. Molto divertente, e piacevole, scrivere sui colleghi, amici. Il diletto sta nel dire delle verità disincantate, che alla fine valgono per tutti noi, per me.

Ma questo presuppone una idea di comunità dell’ arte che non c’è, e dubito ci sarà.

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Ecco il testo:

La bassa risoluzione di un archivio.


Il sintomo di una perdita – o di uno stato confusionale – che le “parole” di spiegazione-traduzione dell’arte contemporanea rivelano, sta nel pericoloso ritorno ad un linguaggio esoterico e autoreferenziale di cui non ne sentivamo più il bisogno, che rischia di allontanare il pubblico dal privato creativo. Oggi abbiamo bisogno di una lingua “nuda”. Il lavoro artistico di Maurizio Giuseppucci, fortunatamente, spinge alla sintesi, all’immanenza, alla logica del grande gioco dell’arte.

Internazionale, globale, costantemente connesso col mondo, cibernauta, ma  autenticamente “italiano”, artista del trauma, del naufragio e dello shock. Se poi il trauma ed il naufragio paiono alle nostre spalle le sue opere provvedono ad accorciare le distanze. Lo shock è dentro il suo linguaggio, levigato e “superficiale”, elegante e di confortevole “design”, visivamente appagante ed estetizzante, sintetico e prosciugato dalla circolazione sanguigna, shock anemico, congelato. I vampiri della Storia (e dell’Arte) sono già passati. Ma non bisogna abbandonarsi troppo all’inganno: il depistaggio è la “forma”, e viceversa. Successivamente, accettato il suo seducente invito ad entrare – che potrebbe condurre all’inferno della Storia – il pensiero ti assale e le memorie vengono in superficie, drenate in modalità incontrollate; da qui lo shock, anzi l’elettroshock che Maurizio Giuseppucci ci somministra con leggere scariche elettroconpulsivanti (attraverso la distanza formale dei pixel e di una voluta “bassa” risoluzione digitale) che agiscono nella profondità delle nostre storie rimosse, e mai ricomposte. Le sue opere richiedono una tua particolare partecipazione; sei preso al laccio, attraverso uno shock dolce;  poi sei lasciato  a dibattere con te stesso. L’opera scompare e restiamo soli, a pensare. Come soli lo siamo sempre, dietro le maschere socializzanti, autoconsolatorie, consumistiche.

Artista “italiano”. Nel suo video omaggio-congedo alla macchina da scrivere “lettera 32″ dell’Olivetti, la concettualità asettica è in verità una partecipazione appassionata alla filosofia aziendale di Adriano Olivetti, una storia italiana straordinaria che Giuseppucci innalza come vessillo contro la corruzione  contemporanea. Poi, finito di scrivere le sue cifre, si ritrae, chiude la custodia e si propone per qualche “frame” con un profilo tagliato a metà. Quanto basta. Un ritrarsi con passione.

Nell’opera “Il piatto piange”, ove immagine e funzione coincidono, rivediamo fotogrammi (frame) del film di De Sica, “Umberto D”. La distanza storica corre parallela al distacco stilistico: le immagini sono fotografate dallo schermo del computer, come se ad una bassa risoluzione potesse corrispondere un’accentuazione del sentimento patetico-archivistico. In “Dittatura Dettatura” viene riscritta una pagina di un dettato scolastico in epoca fascista e le immagini sono riprese da un cinegiornale sulla gioventù fascista. Inevitabile la declinazione, nonostante i rapporti di scala storici, ove la vocale di slittamento si fa carico del punctum: dettatura-dittatura politico-mediatica di questa stagione contemporanea.  Una questione che non riguarda solo la Storia. Per Maurizio è una questione di stile, e di tavolozza. Il rosso sarà quello leninista e maoista, l’oro quello dei memoriali, il nero il lutto della democrazia, il frammento l’improbabile museo, mentre l’ingannevole trasparenza delle sue barre in plexiglas sono la delicata piombatura-sepoltura irreversibile che l’artista imprime al suo lavoro. Piccole tombe, con ineffabili lapidi.

© Antonio Marchetti


“Teorema” di Pasolini secondo Maccari

lunedì, gennaio 31st, 2011

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Mino Maccari: “Il Teorema di Pasolini”. Penna a sfera blu e acquerello, cm 15,9 x 11. Fondo Flaiano, Lugano. (dal volume Satira è vita, Bologna, Pendragon, 2002, p.104).

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Flaiano sulla rivista il Grandevetro

lunedì, giugno 21st, 2010

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Flaiano, buon compleanno! Lei oggi compie 100 anni, in tutta Italia ci sono attività alla sua memoria.  La sua città Natale, Pescara, le dedica mostre e convegni.

Meno male che mia moglie Rosetta nel 1983 si trasferì in Svizzera. Lo fece per meglio curare nostra figlia Lelè, e costruire un mio fondo; dico meno male perchè se le mie cose fossero state donate a Pescara chissà che fine avrebbero fatto. Faceva bene Rosetta a non fidarsi. Devo tutto alle donne; studiosi e conservatori che si sono occupati di me sono quasi tutte donne.

Pescara non le piace più?

Ci sono nato, ho tanti ricordi, il mare, la pineta, le grandi amicizie aspettando la guerra. No, oggi non mi piace, ma già cominciava a non piacermi negli anni Sessanta, come scrivevo al mio amico abruzzese Giuseppe Rosato. Ha visto il monumento che mi  hanno eretto vicino la mia casa? Terrificante. Sembra che facciano di tutto per risvegliare il mio sarcasmo. Ma in fondo mi fanno del bene, alimentano la mia distanza da quei luoghi; nella loro ferocia sono autenticamente flaianei; sono aforismi senza più bisogno di un autore.

E del Premio Flaiano che ne pensa?

Il Premio ha carattere internazionale e chi lo riceve si sente sempre onorato ma in generale il mio nome ed il mio lavoro sono poco conosciuti.

Eppure ogni giorno Google Alert mi manda numerose segnalazioni,  Lei è citatissimo.

Ma se ci fa caso sono sempre aforismi e battute in bocca ad imbecilli, in genere politici ignoranti. Provi a cercare il secondo volume delle “Opere” della Bompiani, sparito. Hanno poi stampato l’edizione economica ma solo del primo. La raccolta delle lettere “Soltanto le parole” è introvabile. Capisco i problemi che ci sono sotto ma io mi sento danneggiato. Ricorda il mio viaggio per l’Oscar con Federico? Bene, io sono sempre quello della seconda classe. Spero molto nell’iniziativa di Adelphi che vuole pubblicarmi in modo sistematico.

Non c’è un vago vittimismo in quello che dice?

Io ho cento anni e sono morto, e i morti oggi servono ad alimentare il turismo culturale; ogni città vuole il suo morto celebre tutto per sé e non c’è spazio per nessun altro, mancano le connessioni. Io a Rimini non esisto e a Pescara è lo stesso per Federico. Noi siamo come il prosciutto, il vino o la ventricina, è l’origine controllata che conta, per far  soldi e costruire l’effimero dei politici corrotti.

C’è qualcosa di cui si sente orgoglioso di aver fatto?

Ce ne sono diverse di cose. L’aver avuto fiuto circa Carmelo Bene, i miei viaggi a New York e in Canada e tutto l’amore che ho dato, per quel che potevo, a mia figlia Lelè. E poi vedo con piacere che va di moda il liberalismo, che in Italia non c’è mai veramente stato e che forse non ci sarà mai.

Rimorsi?

Quel che ho ricevuto da Rosetta è superiore a quello che ho dato; appartenevo ad una generazione per certi versi esecrabile. Se gli intellettuali sono spariti ci sarà pure una ragione. Su Pasolini ho rivisto alcune mie posizioni e da morto, intendo la mia morte naturalmente, l’ho rivalutato, anche se lui mi attribuiva il complesso di inferiorità di chi non è “molto nutrito di studi classici davanti ai classici”. Ma devo ammettere che con lui ci sono andato giù pesante in diverse occasioni. Su Arbasino non cambio nulla. Fellini è un uomo frivolo, e a ciò si deve il suo successo. Asor Rosa poteva dedicarmi qualche riga in più. Il mio Proust, come l’ho scritto io, ancora non vede la luce in sala cinematografica.

I ricordi più belli?

Quelli più semplici e onesti, come la mia maestra al collegio di Fermo, la signorina Giuseppina Leti. Nel 1970, già dopo il mio primo infarto, mi scrisse una lettera che mi commosse, si ricordava persino dei miei disegni. Dalla sua grafìa perfetta dedussi che stava ancora bene in salute, e glielo scrissi,; in realtà era ormai cieca e la lettera l’aveva dettata. E poi gli spaghetti con le vongole, le paparazze, come me le faceva mia sorella.

E della sua Roma che ne è?

Ai miei tempi dicevo che stava diventando una città libanese dove tutti cercavano di vivere come a New York. Per quella di oggi ho esaurito tutti gli aforismi.

Vede, noi morti non abbiamo la possibilità di essere informati circa la cronaca e la vostra contemporaneità. Sappiamo le cose per segmenti, diciamo ogni venti o trent’anni. Per certi versi questo è un bene, abbiamo delle sintesi storiche mentre se fossimo continuamente immersi nell’immanenza quotidiana, come lo siete voi vivi, non avremmo la possibilità di esprimere valutazioni distaccate e obiettive. Ero fermo giorni fa sul crollo dei partiti storici italiani ed oggi mi ritrovo dei neo-fascisti da farsa. Sarò presuntuoso ma le cose che scrivevo negli anni Sessanta non erano poi tanto male.

Flaiano lei si sta sfocando! Mi ricorda un film di Woody Allen.

Già, noi abbiamo il tempo breve nella comunicazione con i vivi. Poi dalla sfocatura passeremo alla definitiva scomparsa. Lo sa, io sono malinconico e piuttosto pessimista.

Me ne sto andando, lo sento, sono quasi invisibile. Spero che lo sketch basti al Grandevetro, rivista che non mi dispiace.

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© Antonio Marchetti

Franco Pozzi o dell’invisibile

domenica, giugno 13th, 2010

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il mio articolo su franco pozzi

Il piccolo, come il minore, tende all’illimitato, si espande nello spazio sia fisico che mentale. La miniatura tende all’infinito mentre il grande è delimitato, finito, concluso.

Posseggo una piccola opera di Franco Pozzi che è invisibile; o meglio, non visibile dentro i parametri abituali. Anche volendo non potrei fotografarla (eppure essa si intitola “disegno fotogenico”).

Si tratta di un “disegno” tracciato su un sottile strato di polvere depositato sul retro di una lastra di vetro sistemata in una bacheca.

In particolari condizioni di luce appaiono, per poi subito scomparire, segni floreali. Mi ci sono impazzito a rigirarmi questa vetrinetta tra le mani, cercando pazientemente l’inclinazione luminosa giusta.

Chissà se c’è una memoria duchampiana, “allevata” insieme alla polvere, e cristallizzata da Man Ray e poi giunta, tramite Pozzi, nella mia stanza… Credo di sì.

Più si è invisibili  più bisogna essere sapienti e per scomparire, forse, bisogna essere anche un po’ saggi.


Sandro Bondi. Zero tituli

lunedì, maggio 24th, 2010

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antonio marchetti ghigliottina

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Abbiamo un Ministro della Cultura poco colto, di magra intelligenza, tendenzialmente depresso e fragile con impennate aggressive ; forse ciclotimico.

Ha la capacità istintiva di riprodurre mimeticamente il potere in una forma di ecolalìa  meccanica che, dobbiamo riconoscere, oggi riesce meglio alle donne “politiche” che ruotano intorno all’Imperatore Porno-Pop ( il femminile aderisce al potere in forme apparentemente più profonde ma ripete stereotipi millenari, più semplici).

Forse, in questa rivelazione sulla via di Damasco di un piccolo uomo (sulla via del Banale, che qualcuno, privo di mappa satellitare, scambia ancora per il Male), si rimesta una fragilità identitaria offerta ad un modello-capo che gli ha “succhiato” il cervello ( o una cospicua porzione di quello precedente); stiamo parlando di tipologie, non del nostro-vostro Ministro della Cultura (italiana, decisamente europea pare).

Bondi non va a Cannes per rappresentare il cinema italiano non perchè protesta (la sua, se fosse protesta, sarebbe come quella di  un bambino, capriccioso e ignorante) contro i “panni sporchi” (gli unici ancora “tricolori”) esibiti dal “nostro” cinema nel mondo.

Quei panni sporchi (ancora l’andreottismo?), come voi tutti sapete, ha reso il cinema italiano limpido e tragico, melanconico e demenziale, commovente e cinico; un cinema che tutto il mondo (il mondo che ama il cinema) non si è mai permesso di derubricare ( il Ministro ci riesce, cazzarola! Sembra il Ministro di un altro Paese).

Insomma non lo fa per protesta- ubbidienza; questa è solo una maschera, un alibi, una paura.

Bondi non va perchè è un “complessato” (quanti complessati abbiamo visto nel cinema  italiano!).

Ed è un ignorante.

Non sa nulla di cinema ( il cinema non si conosce in un mese e non ci si può affidare ai consulenti, se sei  ignorante ignorante rimani; il cinema non si studia, bisogna averlo visto, ci vuole una vita, o almeno una vita parallela).

Questo pavido (aggressivo e ossessivo in televisione ma già inscritto tra De Amicis e Salgari), questo ometto (in senso letterario, tipo Flaubert e il suo farmacista Homais) fattosi Ministro è anche (solo, principalmente, lateralmente?) Poeta.  (Vate?)

In lui c’è la poesia che ignora il linguaggio. La sua poesia è liceale, pre-mondo, in anni molto difficili per lui e come per tutti, soprattutto sul piano delle identità sessuali. La sua poesia non può essere correlata ad altri periodi storici ove l’adorazione  del Grande Modello c’è stata (Futurismo, dannunzianesimo…).  La sua poesia è poesia di inquietudine sessuale, malamente dirottata in una forma di compensazione idealizzata e fantasmatica particolarmente pericolosa. Poesia infantile, o pre-adolescenziale.

Un poeta minore ma che ha l’arroganza e la sfacciataggine incosciente (infantile) di ESSERCI; lui, anonimo ometto di ieri e Ministro della Cultura oggi.

Cara Jaquelin Risset, come sarebbe andata a finire lo sapevi da anni!

La poesia dell’uomo del nulla copre con una sua carta da parati affreschi che considera “pericolosi”.

Questo Ministro rappresenta bene la contemporanea forza e labilità di una maschera italiana, la più stupida che abbiamo avuto (ma le maschere si aggiornano).

Molti tuttavia mangiano bene in questo nulla inquietante.

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Una poesia di Bondi ove inconsapevolmente si sfiora un haiku (unico alibi della stupidità occidentale):

Ignara bellezza.
Rubata sensualità.
Fiore reclinato.
Peccato d’amore.

La poesia è dedicata all’attuale Ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla.

Non ci sarà storia, lo so, ma i nostri anni sono questi!

Sandro Visca e Luigi Poiaghi

lunedì, marzo 15th, 2010

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marchetti visca poiaghi

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La foto di sinistra mostra l’artista Sandro Visca al lavoro, nel suo studio a Pescara, con la sua macchina da cucire. Visca è pescarese di adozione, ci vive dalla fine degli anni Sessanta, è nato a L’aquila, ma quando si trasferì a Pescara aveva già alle spalle esperienze milanesi, un bagaglio artistico ed esistenziale cospicuo che, quando si è mobili e in viaggio, si cerca di alleggerire.

Sandro Visca non è artista afflitto da ansia di prestazione o psicopatologie legate all’ambizione di una carriera. Quando approda a Pescara è giovane uomo disposto a ridisegnare nuove mappe, per sé e per gli altri.

Visca è artista della lentezza.

La decisa tranquillità del suo passo, così come lo ricordo nei lontani anni tra la fine dei Sessanta e gli albori dei Settanta del secolo scorso, e che tanto mi colpì, aveva la capacità di conquistare spazio, la sua falcata era almeno doppia di quella normale, apparentemente lenta ma capace di guadagnare metri in modo impressionante. Visca era  lento ma arrivava prima.

Forse Andrea Pazienza – suo allievo al Liceo Artistico e che dedicava al maestro splendidi disegni raccolti da Fandango qualche anno fa in un volume dal titolo “Visca” – avrebbe sicuramente trovato una corrispondenza tra Sandro Visca e Gran Passo, il personaggio di Tolkien nel Signore degli Anelli, prima che si svelasse come Aragorn.

Ma questa lentezza che guadagna spazio, che si fa spazio, diviene aforisma del suo stesso lavoro e della sua posizione professionale nel panorama artistico contemporaneo. A ciò si accompagna un particolare  “distacco”, una elegante “distanza” da eccessivi presenzialismi ed una sorta di – per quel che ricordo – fermezza morale, e direi quasi una certa “rudezza etica”, alquanto inattuali in quegli anni.

A Pescara dunque Visca vi approda intorno al 1968 e come l’artista stesso mi ricorda in una sua lettera di qualche tempo fa: mi sembrò la città ideale per svolgere il mio lavoro in piena libertà e lontano dalle tentazioni dell’affermazione.

Ma ben presto la lentezza del “gran passo”, il distacco, il rigore morale, la distanza ideologica, l’eleganza e la raffinata e curatissima “confezione” delle sue opere (ricordo i suoi bellissimi arazzi e gli sgargianti “cuciti”), vengono avvertiti come monete fuori corso tra la comunità pescarese e tra gli artisti stessi – afflitti da gravi forme di provincial-protagonismo – che pur esprimono una sotterranea ammirazione.

È seduto su una macchina per cucire, mette insieme i frammenti. Uomo antico, che ricompone l’infranto.

La foto di destra (scattata da Girolamo Geri) mostra l’artista Luigi Poiaghi intento a  ricamare nella sua casa studio nella campagna tra Rimini e San Marino. Meno tecnologico di Visca, Poiaghi ricama parole bianche, nella forma di haiku su supporti appena imbottiti anch’essi bianchi:

cercare

nulla

con

la lente

e non

trovare

niente

La sua “lentezza” è barriera di “resistenza” alla chiacchiera compulsiva dell’arte ed alle lusinghe del mercato che lui ha ben conosciuti nei suoi anni milanesi. Il tempo di esecuzione permette un vagare dei pensieri, un ozio della mente, mentre l’ago sembra trafiggere e risvegliare con leggerezza il corpo stesso dell’artista. Un “naufragio” operoso.  Alcune sue opere, sfiorate dal leggero rilievo del ricamo,  possono essere percepite solo in particolari condizioni di luce, così da sfuggire anch’esse al glamour del visivo contemporaneo.

© Antonio Marchetti

(Leggi l’articolo: http://www.variosondamestesso.com/2007/02/20/filo-darte-ricordando-alighiero-boetti/)

Flash Art. Lettere al Direttore

lunedì, febbraio 1st, 2010

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Mi abbono a Flash Art ogni tanto, lo acquisto spesso in edicola. Saltare dei numeri è salutare perchè la percezione fa un respiro meno corto di quello ansiogeno del nuovo e del gossip. Saltare degli anni poi, per una rivista di prestigio come Flash Art, significherebbe entrare nel gioco affascinante delle analisi di breve o lungo periodo, a seconda dell’età e dell’intelligenza. Ma questo possiamo farlo andandoci a rileggere vecchie annate. Una storia dell’arte contemporanea degli ultimi trent’anni sarebbe impensabile senza la consultazione di questa rivista. Sarebbe non semplicemente una storia dell’arte, ma una storia sull’arte.

Delle “Lettere al direttore” in  Flash Art ne archivio diverse. Il Direttore è un viaggiatore internazionale che non ama il proprio paese, non ne ama i vizi genetici in generale mentre per quelli specifici dell’arte contemporanea l’assenza d’amore si trasforma spesso in sferzanti invettive.

Il Direttore non ama le scuole d’arte i licei e le accademie.

Ci sono molte verità, crude e ciniche (spesso è una maschera) nelle “Lettere al direttore”.

C’è sempre una vittima mentre il Direttore è il carnefice. Ad infilare la testa nella ghigliottina sono gli stessi lettori mentre il Direttore sceglie quelle lettere che rendono facile il mestiere del boia. C’è una reciprocità, nel tempo piuttosto ripetitiva, in queste lettere. Inoltre aleggia aria poco nuova, venticello anni Settanta del secolo scorso ove si praticava la crudeltà dell’arte.

Nell’universo del Direttore si salvano gli “amici”, gli ex amici in osservazione, i manipolabili, coloro che hanno fatto scelte museali compatibili con la rete di amici e sempre funzionali alla rivista (spesso agli amici vengono riservate critiche molto vellutate anche quando le loro sciocchezze paiono oggettivamente enormi), e via dicendo. Che tutto ciò sia poco italiano stentiamo a crederlo.

La maschera internazionale cade di fronte agli stessi vizi che denuncia.

O forse è globale ormai anche questo.

Fabio Mauri e il buon naufragio.

lunedì, maggio 25th, 2009

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Ho appreso della morte di Fabio Mauri.L’ho sentito l’ultima volta per telefono un anno fa e ci siamo visti l’ultima volta due estati fa a Montepagano che gli aveva dedicato una mostra.Fabio Mauri appartiene alla generazione di persone, di artisti, che rispondono alle lettere. Una buona costruzione di sè accompagnata dal gesto gentile e civile di altra epoca.Nel lontano 1992, a Ravenna, con Marco Biraghi organizzai un convegno dal titolo Naufragi. Fabio Mauri vi partecipò con un intervento toccante lasciandoci un testo per la pubblicazione degli atti che rivelava una sua particolare sensibilità per la scrittura. Parlò di un suo momento difficile dal punto di vista sanitario trasformandolo in metafora meditativa sul linguaggio (e sull’esistenza).Conserverò amorevolmente le sue lettere e terrò a memoria le telefonate.In gioventù aveva frequentato la spiaggia di Rimini e la collezione Cardi Baggi conserva alcune fotografie di Mauri ragazzo, al mare, con la sorella ed altri amici riminesi. Avrei voluto mandargliene copia ma, come sapete, tra una cosa e l’altra ci si dimentica, ci si ripromette ma poi siamo ingoiati dall’inutilità della routine che ci allontana dalla coltivazione dell’essenziale.La storia personale di Fabio Mauri è molto interessante, poco italiana, e vi invitiamo a scoprirla insieme ai suoi originali lavori contaminati da una sana lentezza.Antonio Marchetti

Al Pacino

mercoledì, dicembre 19th, 2007

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Davanti la piccola stazione c’era il nostro piccolo Al, con le due valigie appoggiate ai rispettivi piedi, un cappellaccio di cotone in testa, occhiali superoscuranti di tartaruga, pantaloni larghi di lino che sembravano accorciati da un cattivo lavaggio, sandali di cuoio quasi francescani ed una camicia anch’essa notevolmente larga con le maniche rimboccate sulle braccia sorprendentemente muscolose.
Al Pacino non ti saluta, sorride e basta; un sorriso largo che ti dice: sono qua, sono arrivato, il viaggio è andato com’è andato.
Vedendolo solo lui intuitivamente risponde, indicando dietro di sé, con il pollice della mano come il gesto dell’autostop, assicurando che Dalia era dietro di sé, al bar.
Lei appare trafelata e ipertonica, con una grande sacca informale sulla spalla ed una sporta di plastica piena di bottigliette di acqua minerale e di chinotto.
Erano irriconoscibili. Ma, mi chiedevo, irriconoscibili da cosa? Da se stessi?
Questi divi americani sanno essere insieme niente e tutto, a seconda dei contesti. Si allungano e si accorciano, come fossero fatti di chewingum, tra un film e l’altro.
Grassi e gonfi di pastasciutta come De Niro in Toro scatenato e poi mostruosamente muscolosi in Cape Fear; con la pancetta piccolo borghese di un insignificante Kevin Spacey di American Beauty e, dopo qualche giorno di palestra, già prestante e seducente; sei una timida e anonima Michelle Pfeifer in Batman il ritorno e poi sei trasformata in una elastica Catwoman con un culetto stupendo.
Se li incontri al supermarket o per strada non li riconosceresti mai. Solo i fanatici e i maniaci possiedono il superfiuto, la supervista ed il superudito per smascherarli.
Nell’Italia degli sceneggiati televisivi di Cronin, ad Alberto Lupo, che il secolo scorso interpretava il Dottor Manson, la gente chiedeva consigli medici, visite e ricette.
Per molti non era concepibile che il buon Alberto Lupo non fosse medico.
Già allora si preparava qualcosa di inquietante.
Per logica conseguenza, quando un fanatico che ti adora ti riconosce per strada, tu hai un po’ paura, ci potrebbe scappare un sequestro di persona, come in Misery di Stephen King o in Re per una notte di Scorsese o magari potrebbe volare qualche pallottola.
John Lennon docet.
Dalia ed Al erano volutamente invisibili o erano davvero così?
Domande insignificanti di fronte all’implacabile pragmatismo americano: aprire il bagagliaio, infilarci le morbide valigie di Al e il saccone di Dalia, entrare in macchina, sistemare le bevande, allacciare le cinture e partire.
«Ho detto ad Al» mi disse Dalia appena messo in moto «Che tu fumi; puoi fumare qualche sigaretta anche in macchina ma dovrai tenere il finestrino aperto, tanto lui sonnecchia, ha imparato a dormire a tempo, nelle pause del set, lo ha imparato da un giapponese che gli ho fatto conoscere. In realtà non dorme perché in qualche modo vede e ascolta, ma è come se dormisse, è lo stesso effetto corroborante del sonno vero ma senza la sua profondità; dorme nella superficie

Nelle pause di questo sonno superficiale Al sorseggiava il suo chinotto mentre attraversavamo gli altopiani tosco-romagnoli.
«Anche a me piace il chinotto» dissi tanto per parlare «Lo beveva mia nonna e all’epoca, da ragazzo, non mi piaceva. Ora ho cominciato a berlo dando ragione a quella gran donna della nonna. Il chinotto per alcuni anni sembrava sparito ma poi è riapparso quello della San Pellegrino».
«Per Al» rispose Dalia «È la stessa cosa. Lui ha sempre bevuto acqua San Pellegrino, credo perché gli piacesse il nome evocandogli una sana povertà, poi scoprì il chinotto a cui ci si attacca come al latte materno. E’ stato entusiasta della tua idea di portarci al sasso di S. Francesco.»
E con il nome del sant’uomo in bocca Dalia crollò di sonno, sconfitta dai fusi orari. Sonno profondo e non di superficie.
Dietro di noi una Mercedes nera ci seguiva ormai da un pezzo, con dentro due specie di bluesbrothers che all’arrivo divennero invisibili. Dalia mi garantì che c’erano sempre, soprattutto quando non si vedevano, era il loro mestiere e venivano pagati un’enormità.

Sgarbi, Milano e il lavoro usurante

giovedì, novembre 15th, 2007

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Il futurista dannunziano assessore alla cultura di Milano, Vittorio Sgarbi, inizia inesorabilmente ad esibire i segni irreversibili dell’usura.
Il ciuffo che nevroticamente viene gettato all’indietro è un rado boschetto bianco ed il ritornello aggressivo ed insultante, giocato sulla “famosa” ripetizione ossessiva come in un rituale arcaico da malocchio, va indebolendosi e scivola in una commovente inefficacia, sfiorando infine la dimensione patetica e ridicola.
L’uomo che augurò la morte di Federico Zeri dovrà accettare l’irresistibile declino che il tempo distribuisce democraticamente.
Per il Narciso da modernariato che si è speso tanto, com’è l’assessore neomilanese, lo specchio incombe e lo sta lavorando. A tutta questa naturalità inaccettata vengono ad aggiungersi scelte culturali e mostre sbagliate, dilettantesche e regressive, che una Milano, già con il fiato corto di suo ed ormai provincializzata, sicuramente non merita.
Un Narciso sbagliato, e sgualcito, in un momento sbagliato ed in un luogo altrettanto sbagliato.
Se un ex ministro all’istruzione, oggi sindaco di Milano, sceglie un uomo così forse ci sarà, evidentemente, una logica implosiva o autodistruttiva, o solo incompetenza, o qualcos’altro che ora ci sfugge.
Ed infine, l’uomo, viene lavorato ai fianchi (o al fegato presumibilmente usurato) da interviste e assalti (questi sì happening-futuristici-creativi) che hanno il merito di far uscire il residuo di neuroni irascibili dell’uomo atrabiliare-istituzionale, creando un teatro tragicomico se non, artaudianamente, un vero teatro della crudeltà.
E in effetti, se c’è una cosa che a Milano non manca, per fortuna, sono i teatri e la cultura teatrale.
Ma non ci sono buoni testi, ed i dialoghi in questo caso, al massimo, andrebbero bene per un Grand Guignol di basso livello.