Archivi per la categoria ‘Ritratti’

Anselm Kiefer e i metri quadri dell’arte.

venerdì, 27 maggio 2011

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Ne I tre usi del coltello David Mamet (*) scrive che «lo scopo dell’arte non è cambiare ma allietare. Non ritengo che il suo scopo sia illuminarci. Non ritengo che sia cambiarci. Non ritengo che sia istruirci. Lo scopo dell’arte è allietarci: alcuni uomini e donne (non più in gamba di voi o di me) la cui arte può allietarci sono stati esonerati dal compito di andare ad attingere l’acqua e a raccogliere la legna. Tutto qui». Un suo personaggio, un attore dentro un set cinematografico turbolento, dice tra sè: «sempre meglio che andare a lavorare». E Flaiano: «mi spezzo ma non m’impiego».

Forse qualcuno crede ancora che dilettevole sia sinonimo di banalità  e di scarsa intelligenza? Spero di no. Il diletto si estende sino alle regioni più complesse e oscure dell’uomo; purchè siano ben rappresentate e sappiano, appunto, dilettarci, allietarci.

A questo pensavo leggendo l’intervista di Anselm Kiefer rilasciata a Fabio Gambaro sul quotidiano la Repubblica del 23 maggio 2011. Kiefer è un artista che ammiro molto ma ormai il Novecento (perchè Kiefer è artista del secolo scorso) ci ha abituato alle madornali sconnessioni psichiche di artisti, intellettuali, architetti, per non parlare dei filosofi che ancora leggiamo incantati, ma che hanno preso vergognose cantonate storiche… eppure, eppure ci hanno fatto intravedere luoghi impensati e ancora ne siamo affascinati. E poi, di alternativa, cosa rimane? E così anche la grandezza di Kiefer paga il suo debito alle altrettanto grandiose sciocchezze. Kiefer dipinge i grandi formati per combattere il Mercato così nessuno può metterli nel salotto (sarebbe meglio “living room”, per quanto piccolino). Dipingere piccoli formati, secondo Kiefer, « è come stampare denaro, quindi rifiutarsi di farlo è un modo per resistere alla pressione del mercato. Inoltre – continua Kiefer – le opere che si vendono meglio sono di solito quelle più facili e consensuali.Tutto ciò non m’interessa. Il troppo consenso è sempre negativo».

Peccato, a me piace il piccolo formato, la mia modesta collezione è quasi tutta così nel mio piccolo “living room” riminese. Direi: Piccolo e Formato, o, Piccolo è Formato. Sarebbero le misure a stabilire l’alterità, dunque (Paul Klee! Ah!). Poi c’è la questione della lotta contro il Leviatano, la lotta dell’artista (potendoselo permettere) contro il mondo e il Mercato.

Io continuerò a dilettarmi delle opere di Kiefer che vedrò per il mondo, e mi spiace per lui se questo può farlo inorridire, non m’importa, l’arte è al di là dei pistolotti degli artisti. Avvicinandomi ad un suo particolare materico, ad un segno-sfegio, o ad un piccolo simbolo grafico costruisco il mio microscopio e le misure per un Piccolo & Formato.

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© Antonio Marchetti

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(*) David Mamet, I tre usi del coltello. Roma 2010. Bella la prefazione di Francesca Serafini.

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Io personalmente ho sempre dipinto senza pensare al committente, indipendentemente dal formato che affrontavo ma non per mancanza di rispetto, anzi proprio per l’esatto contrario. Ho sempre pensato di essere il più possibile me stesso sperando che quel “me stesso” piacesse, allietasse, incuriosisse qualcun altro… ecco credo che l’arte debba soprattutto incuriosire.
La questione del mercato poi è sempre spinosa. Penso che la maggior parte degli artisti cerca dei “vendere” il proprio lavoro perché è gratificante, perché ti da la possibilità di continuare a lavorare perché è stimolante ma non deve essere l’unico obiettivo, altrimenti avrei già smesso da tempo
Mi fanno sempre un po’ sorridere questi personaggi “arrivati” quando si mettano a dire quello che è giusto dettare linee di comportamento.

Stefano Mina

Giuseppucci alla Galleria Percorsi a Rimini

lunedì, 9 maggio 2011

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Maurizio Giuseppucci mi ha chiesto di scrivergli qualcosa per la sua mostra riminese, ora stampata nelle belle carte di presentazione pensate da Leonardo Sonnoli per la galleria di Rosita Lappi in via Serpieri. Anni fa un altro artista, amico anche lui, mi chiese più di vent’anni fa un testo sul suo lavoro, Giovanni Lombardini. A parte  costoro non ho mai presentato nulla, non sono un critico, e se scrivo di artisti molto spesso si tratta di morti. Dunque Giuseppucci e Lombardini sono gli unici “morti viventi” su cui ho scritto. Molto divertente, e piacevole, scrivere sui colleghi, amici. Il diletto sta nel dire delle verità disincantate, che alla fine valgono per tutti noi, per me.

Ma questo presuppone una idea di comunità dell’ arte che non c’è, e dubito ci sarà.

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Ecco il testo:

La bassa risoluzione di un archivio.


Il sintomo di una perdita – o di uno stato confusionale – che le “parole” di spiegazione-traduzione dell’arte contemporanea rivelano, sta nel pericoloso ritorno ad un linguaggio esoterico e autoreferenziale di cui non ne sentivamo più il bisogno, che rischia di allontanare il pubblico dal privato creativo. Oggi abbiamo bisogno di una lingua “nuda”. Il lavoro artistico di Maurizio Giuseppucci, fortunatamente, spinge alla sintesi, all’immanenza, alla logica del grande gioco dell’arte.

Internazionale, globale, costantemente connesso col mondo, cibernauta, ma  autenticamente “italiano”, artista del trauma, del naufragio e dello shock. Se poi il trauma ed il naufragio paiono alle nostre spalle le sue opere provvedono ad accorciare le distanze. Lo shock è dentro il suo linguaggio, levigato e “superficiale”, elegante e di confortevole “design”, visivamente appagante ed estetizzante, sintetico e prosciugato dalla circolazione sanguigna, shock anemico, congelato. I vampiri della Storia (e dell’Arte) sono già passati. Ma non bisogna abbandonarsi troppo all’inganno: il depistaggio è la “forma”, e viceversa. Successivamente, accettato il suo seducente invito ad entrare – che potrebbe condurre all’inferno della Storia – il pensiero ti assale e le memorie vengono in superficie, drenate in modalità incontrollate; da qui lo shock, anzi l’elettroshock che Maurizio Giuseppucci ci somministra con leggere scariche elettroconpulsivanti (attraverso la distanza formale dei pixel e di una voluta “bassa” risoluzione digitale) che agiscono nella profondità delle nostre storie rimosse, e mai ricomposte. Le sue opere richiedono una tua particolare partecipazione; sei preso al laccio, attraverso uno shock dolce;  poi sei lasciato  a dibattere con te stesso. L’opera scompare e restiamo soli, a pensare. Come soli lo siamo sempre, dietro le maschere socializzanti, autoconsolatorie, consumistiche.

Artista “italiano”. Nel suo video omaggio-congedo alla macchina da scrivere “lettera 32″ dell’Olivetti, la concettualità asettica è in verità una partecipazione appassionata alla filosofia aziendale di Adriano Olivetti, una storia italiana straordinaria che Giuseppucci innalza come vessillo contro la corruzione  contemporanea. Poi, finito di scrivere le sue cifre, si ritrae, chiude la custodia e si propone per qualche “frame” con un profilo tagliato a metà. Quanto basta. Un ritrarsi con passione.

Nell’opera “Il piatto piange”, ove immagine e funzione coincidono, rivediamo fotogrammi (frame) del film di De Sica, “Umberto D”. La distanza storica corre parallela al distacco stilistico: le immagini sono fotografate dallo schermo del computer, come se ad una bassa risoluzione potesse corrispondere un’accentuazione del sentimento patetico-archivistico. In “Dittatura Dettatura” viene riscritta una pagina di un dettato scolastico in epoca fascista e le immagini sono riprese da un cinegiornale sulla gioventù fascista. Inevitabile la declinazione, nonostante i rapporti di scala storici, ove la vocale di slittamento si fa carico del punctum: dettatura-dittatura politico-mediatica di questa stagione contemporanea.  Una questione che non riguarda solo la Storia. Per Maurizio è una questione di stile, e di tavolozza. Il rosso sarà quello leninista e maoista, l’oro quello dei memoriali, il nero il lutto della democrazia, il frammento l’improbabile museo, mentre l’ingannevole trasparenza delle sue barre in plexiglas sono la delicata piombatura-sepoltura irreversibile che l’artista imprime al suo lavoro. Piccole tombe, con ineffabili lapidi.

© Antonio Marchetti


“Teorema” di Pasolini secondo Maccari

lunedì, 31 gennaio 2011

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Mino Maccari: “Il Teorema di Pasolini”. Penna a sfera blu e acquerello, cm 15,9 x 11. Fondo Flaiano, Lugano. (dal volume Satira è vita, Bologna, Pendragon, 2002, p.104).

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Flaiano sulla rivista il Grandevetro

lunedì, 21 giugno 2010

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Flaiano, buon compleanno! Lei oggi compie 100 anni, in tutta Italia ci sono attività alla sua memoria.  La sua città Natale, Pescara, le dedica mostre e convegni.

Meno male che mia moglie Rosetta nel 1983 si trasferì in Svizzera. Lo fece per meglio curare nostra figlia Lelè, e costruire un mio fondo; dico meno male perchè se le mie cose fossero state donate a Pescara chissà che fine avrebbero fatto. Faceva bene Rosetta a non fidarsi. Devo tutto alle donne; studiosi e conservatori che si sono occupati di me sono quasi tutte donne.

Pescara non le piace più?

Ci sono nato, ho tanti ricordi, il mare, la pineta, le grandi amicizie aspettando la guerra. No, oggi non mi piace, ma già cominciava a non piacermi negli anni Sessanta, come scrivevo al mio amico abruzzese Giuseppe Rosato. Ha visto il monumento che mi  hanno eretto vicino la mia casa? Terrificante. Sembra che facciano di tutto per risvegliare il mio sarcasmo. Ma in fondo mi fanno del bene, alimentano la mia distanza da quei luoghi; nella loro ferocia sono autenticamente flaianei; sono aforismi senza più bisogno di un autore.

E del Premio Flaiano che ne pensa?

Il Premio ha carattere internazionale e chi lo riceve si sente sempre onorato ma in generale il mio nome ed il mio lavoro sono poco conosciuti.

Eppure ogni giorno Google Alert mi manda numerose segnalazioni,  Lei è citatissimo.

Ma se ci fa caso sono sempre aforismi e battute in bocca ad imbecilli, in genere politici ignoranti. Provi a cercare il secondo volume delle “Opere” della Bompiani, sparito. Hanno poi stampato l’edizione economica ma solo del primo. La raccolta delle lettere “Soltanto le parole” è introvabile. Capisco i problemi che ci sono sotto ma io mi sento danneggiato. Ricorda il mio viaggio per l’Oscar con Federico? Bene, io sono sempre quello della seconda classe. Spero molto nell’iniziativa di Adelphi che vuole pubblicarmi in modo sistematico.

Non c’è un vago vittimismo in quello che dice?

Io ho cento anni e sono morto, e i morti oggi servono ad alimentare il turismo culturale; ogni città vuole il suo morto celebre tutto per sé e non c’è spazio per nessun altro, mancano le connessioni. Io a Rimini non esisto e a Pescara è lo stesso per Federico. Noi siamo come il prosciutto, il vino o la ventricina, è l’origine controllata che conta, per far  soldi e costruire l’effimero dei politici corrotti.

C’è qualcosa di cui si sente orgoglioso di aver fatto?

Ce ne sono diverse di cose. L’aver avuto fiuto circa Carmelo Bene, i miei viaggi a New York e in Canada e tutto l’amore che ho dato, per quel che potevo, a mia figlia Lelè. E poi vedo con piacere che va di moda il liberalismo, che in Italia non c’è mai veramente stato e che forse non ci sarà mai.

Rimorsi?

Quel che ho ricevuto da Rosetta è superiore a quello che ho dato; appartenevo ad una generazione per certi versi esecrabile. Se gli intellettuali sono spariti ci sarà pure una ragione. Su Pasolini ho rivisto alcune mie posizioni e da morto, intendo la mia morte naturalmente, l’ho rivalutato, anche se lui mi attribuiva il complesso di inferiorità di chi non è “molto nutrito di studi classici davanti ai classici”. Ma devo ammettere che con lui ci sono andato giù pesante in diverse occasioni. Su Arbasino non cambio nulla. Fellini è un uomo frivolo, e a ciò si deve il suo successo. Asor Rosa poteva dedicarmi qualche riga in più. Il mio Proust, come l’ho scritto io, ancora non vede la luce in sala cinematografica.

I ricordi più belli?

Quelli più semplici e onesti, come la mia maestra al collegio di Fermo, la signorina Giuseppina Leti. Nel 1970, già dopo il mio primo infarto, mi scrisse una lettera che mi commosse, si ricordava persino dei miei disegni. Dalla sua grafìa perfetta dedussi che stava ancora bene in salute, e glielo scrissi,; in realtà era ormai cieca e la lettera l’aveva dettata. E poi gli spaghetti con le vongole, le paparazze, come me le faceva mia sorella.

E della sua Roma che ne è?

Ai miei tempi dicevo che stava diventando una città libanese dove tutti cercavano di vivere come a New York. Per quella di oggi ho esaurito tutti gli aforismi.

Vede, noi morti non abbiamo la possibilità di essere informati circa la cronaca e la vostra contemporaneità. Sappiamo le cose per segmenti, diciamo ogni venti o trent’anni. Per certi versi questo è un bene, abbiamo delle sintesi storiche mentre se fossimo continuamente immersi nell’immanenza quotidiana, come lo siete voi vivi, non avremmo la possibilità di esprimere valutazioni distaccate e obiettive. Ero fermo giorni fa sul crollo dei partiti storici italiani ed oggi mi ritrovo dei neo-fascisti da farsa. Sarò presuntuoso ma le cose che scrivevo negli anni Sessanta non erano poi tanto male.

Flaiano lei si sta sfocando! Mi ricorda un film di Woody Allen.

Già, noi abbiamo il tempo breve nella comunicazione con i vivi. Poi dalla sfocatura passeremo alla definitiva scomparsa. Lo sa, io sono malinconico e piuttosto pessimista.

Me ne sto andando, lo sento, sono quasi invisibile. Spero che lo sketch basti al Grandevetro, rivista che non mi dispiace.

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© Antonio Marchetti

Franco Pozzi o dell’invisibile

domenica, 13 giugno 2010

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il mio articolo su franco pozzi

Il piccolo, come il minore, tende all’illimitato, si espande nello spazio sia fisico che mentale. La miniatura tende all’infinito mentre il grande è delimitato, finito, concluso.

Posseggo una piccola opera di Franco Pozzi che è invisibile; o meglio, non visibile dentro i parametri abituali. Anche volendo non potrei fotografarla (eppure essa si intitola “disegno fotogenico”).

Si tratta di un “disegno” tracciato su un sottile strato di polvere depositato sul retro di una lastra di vetro sistemata in una bacheca.

In particolari condizioni di luce appaiono, per poi subito scomparire, segni floreali. Mi ci sono impazzito a rigirarmi questa vetrinetta tra le mani, cercando pazientemente l’inclinazione luminosa giusta.

Chissà se c’è una memoria duchampiana, “allevata” insieme alla polvere, e cristallizzata da Man Ray e poi giunta, tramite Pozzi, nella mia stanza… Credo di sì.

Più si è invisibili  più bisogna essere sapienti e per scomparire, forse, bisogna essere anche un po’ saggi.


Sandro Bondi. Zero tituli

lunedì, 24 maggio 2010

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antonio marchetti ghigliottina

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Abbiamo un Ministro della Cultura poco colto, di magra intelligenza, tendenzialmente depresso e fragile con impennate aggressive ; forse ciclotimico.

Ha la capacità istintiva di riprodurre mimeticamente il potere in una forma di ecolalìa  meccanica che, dobbiamo riconoscere, oggi riesce meglio alle donne “politiche” che ruotano intorno all’Imperatore Porno-Pop ( il femminile aderisce al potere in forme apparentemente più profonde ma ripete stereotipi millenari, più semplici).

Forse, in questa rivelazione sulla via di Damasco di un piccolo uomo (sulla via del Banale, che qualcuno, privo di mappa satellitare, scambia ancora per il Male), si rimesta una fragilità identitaria offerta ad un modello-capo che gli ha “succhiato” il cervello ( o una cospicua porzione di quello precedente); stiamo parlando di tipologie, non del nostro-vostro Ministro della Cultura (italiana, decisamente europea pare).

Bondi non va a Cannes per rappresentare il cinema italiano non perchè protesta (la sua, se fosse protesta, sarebbe come quella di  un bambino, capriccioso e ignorante) contro i “panni sporchi” (gli unici ancora “tricolori”) esibiti dal “nostro” cinema nel mondo.

Quei panni sporchi (ancora l’andreottismo?), come voi tutti sapete, ha reso il cinema italiano limpido e tragico, melanconico e demenziale, commovente e cinico; un cinema che tutto il mondo (il mondo che ama il cinema) non si è mai permesso di derubricare ( il Ministro ci riesce, cazzarola! Sembra il Ministro di un altro Paese).

Insomma non lo fa per protesta- ubbidienza; questa è solo una maschera, un alibi, una paura.

Bondi non va perchè è un “complessato” (quanti complessati abbiamo visto nel cinema  italiano!).

Ed è un ignorante.

Non sa nulla di cinema ( il cinema non si conosce in un mese e non ci si può affidare ai consulenti, se sei  ignorante ignorante rimani; il cinema non si studia, bisogna averlo visto, ci vuole una vita, o almeno una vita parallela).

Questo pavido (aggressivo e ossessivo in televisione ma già inscritto tra De Amicis e Salgari), questo ometto (in senso letterario, tipo Flaubert e il suo farmacista Homais) fattosi Ministro è anche (solo, principalmente, lateralmente?) Poeta.  (Vate?)

In lui c’è la poesia che ignora il linguaggio. La sua poesia è liceale, pre-mondo, in anni molto difficili per lui e come per tutti, soprattutto sul piano delle identità sessuali. La sua poesia non può essere correlata ad altri periodi storici ove l’adorazione  del Grande Modello c’è stata (Futurismo, dannunzianesimo…).  La sua poesia è poesia di inquietudine sessuale, malamente dirottata in una forma di compensazione idealizzata e fantasmatica particolarmente pericolosa. Poesia infantile, o pre-adolescenziale.

Un poeta minore ma che ha l’arroganza e la sfacciataggine incosciente (infantile) di ESSERCI; lui, anonimo ometto di ieri e Ministro della Cultura oggi.

Cara Jaquelin Risset, come sarebbe andata a finire lo sapevi da anni!

La poesia dell’uomo del nulla copre con una sua carta da parati affreschi che considera “pericolosi”.

Questo Ministro rappresenta bene la contemporanea forza e labilità di una maschera italiana, la più stupida che abbiamo avuto (ma le maschere si aggiornano).

Molti tuttavia mangiano bene in questo nulla inquietante.

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Una poesia di Bondi ove inconsapevolmente si sfiora un haiku (unico alibi della stupidità occidentale):

Ignara bellezza.
Rubata sensualità.
Fiore reclinato.
Peccato d’amore.

La poesia è dedicata all’attuale Ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla.

Non ci sarà storia, lo so, ma i nostri anni sono questi!

Sandro Visca e Luigi Poiaghi

lunedì, 15 marzo 2010

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La foto di sinistra mostra l’artista Sandro Visca al lavoro, nel suo studio a Pescara, con la sua macchina da cucire. Visca è pescarese di adozione, ci vive dalla fine degli anni Sessanta, è nato a L’aquila, ma quando si trasferì a Pescara aveva già alle spalle esperienze milanesi, un bagaglio artistico ed esistenziale cospicuo che, quando si è mobili e in viaggio, si cerca di alleggerire.

Sandro Visca non è artista afflitto da ansia di prestazione o psicopatologie legate all’ambizione di una carriera. Quando approda a Pescara è giovane uomo disposto a ridisegnare nuove mappe, per sé e per gli altri.

Visca è artista della lentezza.

La decisa tranquillità del suo passo, così come lo ricordo nei lontani anni tra la fine dei Sessanta e gli albori dei Settanta del secolo scorso, e che tanto mi colpì, aveva la capacità di conquistare spazio, la sua falcata era almeno doppia di quella normale, apparentemente lenta ma capace di guadagnare metri in modo impressionante. Visca era  lento ma arrivava prima.

Forse Andrea Pazienza – suo allievo al Liceo Artistico e che dedicava al maestro splendidi disegni raccolti da Fandango qualche anno fa in un volume dal titolo “Visca” – avrebbe sicuramente trovato una corrispondenza tra Sandro Visca e Gran Passo, il personaggio di Tolkien nel Signore degli Anelli, prima che si svelasse come Aragorn.

Ma questa lentezza che guadagna spazio, che si fa spazio, diviene aforisma del suo stesso lavoro e della sua posizione professionale nel panorama artistico contemporaneo. A ciò si accompagna un particolare  “distacco”, una elegante “distanza” da eccessivi presenzialismi ed una sorta di – per quel che ricordo – fermezza morale, e direi quasi una certa “rudezza etica”, alquanto inattuali in quegli anni.

A Pescara dunque Visca vi approda intorno al 1968 e come l’artista stesso mi ricorda in una sua lettera di qualche tempo fa: mi sembrò la città ideale per svolgere il mio lavoro in piena libertà e lontano dalle tentazioni dell’affermazione.

Ma ben presto la lentezza del “gran passo”, il distacco, il rigore morale, la distanza ideologica, l’eleganza e la raffinata e curatissima “confezione” delle sue opere (ricordo i suoi bellissimi arazzi e gli sgargianti “cuciti”), vengono avvertiti come monete fuori corso tra la comunità pescarese e tra gli artisti stessi – afflitti da gravi forme di provincial-protagonismo – che pur esprimono una sotterranea ammirazione.

È seduto su una macchina per cucire, mette insieme i frammenti. Uomo antico, che ricompone l’infranto.

La foto di destra (scattata da Girolamo Geri) mostra l’artista Luigi Poiaghi intento a  ricamare nella sua casa studio nella campagna tra Rimini e San Marino. Meno tecnologico di Visca, Poiaghi ricama parole bianche, nella forma di haiku su supporti appena imbottiti anch’essi bianchi:

cercare

nulla

con

la lente

e non

trovare

niente

La sua “lentezza” è barriera di “resistenza” alla chiacchiera compulsiva dell’arte ed alle lusinghe del mercato che lui ha ben conosciuti nei suoi anni milanesi. Il tempo di esecuzione permette un vagare dei pensieri, un ozio della mente, mentre l’ago sembra trafiggere e risvegliare con leggerezza il corpo stesso dell’artista. Un “naufragio” operoso.  Alcune sue opere, sfiorate dal leggero rilievo del ricamo,  possono essere percepite solo in particolari condizioni di luce, così da sfuggire anch’esse al glamour del visivo contemporaneo.

© Antonio Marchetti

(Leggi l’articolo: http://www.variosondamestesso.com/2007/02/20/filo-darte-ricordando-alighiero-boetti/)

Flash Art. Lettere al Direttore

lunedì, 1 febbraio 2010

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Mi abbono a Flash Art ogni tanto, lo acquisto spesso in edicola. Saltare dei numeri è salutare perchè la percezione fa un respiro meno corto di quello ansiogeno del nuovo e del gossip. Saltare degli anni poi, per una rivista di prestigio come Flash Art, significherebbe entrare nel gioco affascinante delle analisi di breve o lungo periodo, a seconda dell’età e dell’intelligenza. Ma questo possiamo farlo andandoci a rileggere vecchie annate. Una storia dell’arte contemporanea degli ultimi trent’anni sarebbe impensabile senza la consultazione di questa rivista. Sarebbe non semplicemente una storia dell’arte, ma una storia sull’arte.

Delle “Lettere al direttore” in  Flash Art ne archivio diverse. Il Direttore è un viaggiatore internazionale che non ama il proprio paese, non ne ama i vizi genetici in generale mentre per quelli specifici dell’arte contemporanea l’assenza d’amore si trasforma spesso in sferzanti invettive.

Il Direttore non ama le scuole d’arte i licei e le accademie.

Ci sono molte verità, crude e ciniche (spesso è una maschera) nelle “Lettere al direttore”.

C’è sempre una vittima mentre il Direttore è il carnefice. Ad infilare la testa nella ghigliottina sono gli stessi lettori mentre il Direttore sceglie quelle lettere che rendono facile il mestiere del boia. C’è una reciprocità, nel tempo piuttosto ripetitiva, in queste lettere. Inoltre aleggia aria poco nuova, venticello anni Settanta del secolo scorso ove si praticava la crudeltà dell’arte.

Nell’universo del Direttore si salvano gli “amici”, gli ex amici in osservazione, i manipolabili, coloro che hanno fatto scelte museali compatibili con la rete di amici e sempre funzionali alla rivista (spesso agli amici vengono riservate critiche molto vellutate anche quando le loro sciocchezze paiono oggettivamente enormi), e via dicendo. Che tutto ciò sia poco italiano stentiamo a crederlo.

La maschera internazionale cade di fronte agli stessi vizi che denuncia.

O forse è globale ormai anche questo.

Fabio Mauri e il buon naufragio.

lunedì, 25 maggio 2009

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Ho appreso della morte di Fabio Mauri.L’ho sentito l’ultima volta per telefono un anno fa e ci siamo visti l’ultima volta due estati fa a Montepagano che gli aveva dedicato una mostra.Fabio Mauri appartiene alla generazione di persone, di artisti, che rispondono alle lettere. Una buona costruzione di sè accompagnata dal gesto gentile e civile di altra epoca.Nel lontano 1992, a Ravenna, con Marco Biraghi organizzai un convegno dal titolo Naufragi. Fabio Mauri vi partecipò con un intervento toccante lasciandoci un testo per la pubblicazione degli atti che rivelava una sua particolare sensibilità per la scrittura. Parlò di un suo momento difficile dal punto di vista sanitario trasformandolo in metafora meditativa sul linguaggio (e sull’esistenza).Conserverò amorevolmente le sue lettere e terrò a memoria le telefonate.In gioventù aveva frequentato la spiaggia di Rimini e la collezione Cardi Baggi conserva alcune fotografie di Mauri ragazzo, al mare, con la sorella ed altri amici riminesi. Avrei voluto mandargliene copia ma, come sapete, tra una cosa e l’altra ci si dimentica, ci si ripromette ma poi siamo ingoiati dall’inutilità della routine che ci allontana dalla coltivazione dell’essenziale.La storia personale di Fabio Mauri è molto interessante, poco italiana, e vi invitiamo a scoprirla insieme ai suoi originali lavori contaminati da una sana lentezza.Antonio Marchetti

Al Pacino

mercoledì, 19 dicembre 2007

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Davanti la piccola stazione c’era il nostro piccolo Al, con le due valigie appoggiate ai rispettivi piedi, un cappellaccio di cotone in testa, occhiali superoscuranti di tartaruga, pantaloni larghi di lino che sembravano accorciati da un cattivo lavaggio, sandali di cuoio quasi francescani ed una camicia anch’essa notevolmente larga con le maniche rimboccate sulle braccia sorprendentemente muscolose.
Al Pacino non ti saluta, sorride e basta; un sorriso largo che ti dice: sono qua, sono arrivato, il viaggio è andato com’è andato.
Vedendolo solo lui intuitivamente risponde, indicando dietro di sé, con il pollice della mano come il gesto dell’autostop, assicurando che Dalia era dietro di sé, al bar.
Lei appare trafelata e ipertonica, con una grande sacca informale sulla spalla ed una sporta di plastica piena di bottigliette di acqua minerale e di chinotto.
Erano irriconoscibili. Ma, mi chiedevo, irriconoscibili da cosa? Da se stessi?
Questi divi americani sanno essere insieme niente e tutto, a seconda dei contesti. Si allungano e si accorciano, come fossero fatti di chewingum, tra un film e l’altro.
Grassi e gonfi di pastasciutta come De Niro in Toro scatenato e poi mostruosamente muscolosi in Cape Fear; con la pancetta piccolo borghese di un insignificante Kevin Spacey di American Beauty e, dopo qualche giorno di palestra, già prestante e seducente; sei una timida e anonima Michelle Pfeifer in Batman il ritorno e poi sei trasformata in una elastica Catwoman con un culetto stupendo.
Se li incontri al supermarket o per strada non li riconosceresti mai. Solo i fanatici e i maniaci possiedono il superfiuto, la supervista ed il superudito per smascherarli.
Nell’Italia degli sceneggiati televisivi di Cronin, ad Alberto Lupo, che il secolo scorso interpretava il Dottor Manson, la gente chiedeva consigli medici, visite e ricette.
Per molti non era concepibile che il buon Alberto Lupo non fosse medico.
Già allora si preparava qualcosa di inquietante.
Per logica conseguenza, quando un fanatico che ti adora ti riconosce per strada, tu hai un po’ paura, ci potrebbe scappare un sequestro di persona, come in Misery di Stephen King o in Re per una notte di Scorsese o magari potrebbe volare qualche pallottola.
John Lennon docet.
Dalia ed Al erano volutamente invisibili o erano davvero così?
Domande insignificanti di fronte all’implacabile pragmatismo americano: aprire il bagagliaio, infilarci le morbide valigie di Al e il saccone di Dalia, entrare in macchina, sistemare le bevande, allacciare le cinture e partire.
«Ho detto ad Al» mi disse Dalia appena messo in moto «Che tu fumi; puoi fumare qualche sigaretta anche in macchina ma dovrai tenere il finestrino aperto, tanto lui sonnecchia, ha imparato a dormire a tempo, nelle pause del set, lo ha imparato da un giapponese che gli ho fatto conoscere. In realtà non dorme perché in qualche modo vede e ascolta, ma è come se dormisse, è lo stesso effetto corroborante del sonno vero ma senza la sua profondità; dorme nella superficie

Nelle pause di questo sonno superficiale Al sorseggiava il suo chinotto mentre attraversavamo gli altopiani tosco-romagnoli.
«Anche a me piace il chinotto» dissi tanto per parlare «Lo beveva mia nonna e all’epoca, da ragazzo, non mi piaceva. Ora ho cominciato a berlo dando ragione a quella gran donna della nonna. Il chinotto per alcuni anni sembrava sparito ma poi è riapparso quello della San Pellegrino».
«Per Al» rispose Dalia «È la stessa cosa. Lui ha sempre bevuto acqua San Pellegrino, credo perché gli piacesse il nome evocandogli una sana povertà, poi scoprì il chinotto a cui ci si attacca come al latte materno. E’ stato entusiasta della tua idea di portarci al sasso di S. Francesco.»
E con il nome del sant’uomo in bocca Dalia crollò di sonno, sconfitta dai fusi orari. Sonno profondo e non di superficie.
Dietro di noi una Mercedes nera ci seguiva ormai da un pezzo, con dentro due specie di bluesbrothers che all’arrivo divennero invisibili. Dalia mi garantì che c’erano sempre, soprattutto quando non si vedevano, era il loro mestiere e venivano pagati un’enormità.

Sgarbi, Milano e il lavoro usurante

giovedì, 15 novembre 2007

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Il futurista dannunziano assessore alla cultura di Milano, Vittorio Sgarbi, inizia inesorabilmente ad esibire i segni irreversibili dell’usura.
Il ciuffo che nevroticamente viene gettato all’indietro è un rado boschetto bianco ed il ritornello aggressivo ed insultante, giocato sulla “famosa” ripetizione ossessiva come in un rituale arcaico da malocchio, va indebolendosi e scivola in una commovente inefficacia, sfiorando infine la dimensione patetica e ridicola.
L’uomo che augurò la morte di Federico Zeri dovrà accettare l’irresistibile declino che il tempo distribuisce democraticamente.
Per il Narciso da modernariato che si è speso tanto, com’è l’assessore neomilanese, lo specchio incombe e lo sta lavorando. A tutta questa naturalità inaccettata vengono ad aggiungersi scelte culturali e mostre sbagliate, dilettantesche e regressive, che una Milano, già con il fiato corto di suo ed ormai provincializzata, sicuramente non merita.
Un Narciso sbagliato, e sgualcito, in un momento sbagliato ed in un luogo altrettanto sbagliato.
Se un ex ministro all’istruzione, oggi sindaco di Milano, sceglie un uomo così forse ci sarà, evidentemente, una logica implosiva o autodistruttiva, o solo incompetenza, o qualcos’altro che ora ci sfugge.
Ed infine, l’uomo, viene lavorato ai fianchi (o al fegato presumibilmente usurato) da interviste e assalti (questi sì happening-futuristici-creativi) che hanno il merito di far uscire il residuo di neuroni irascibili dell’uomo atrabiliare-istituzionale, creando un teatro tragicomico se non, artaudianamente, un vero teatro della crudeltà.
E in effetti, se c’è una cosa che a Milano non manca, per fortuna, sono i teatri e la cultura teatrale.
Ma non ci sono buoni testi, ed i dialoghi in questo caso, al massimo, andrebbero bene per un Grand Guignol di basso livello.

Alighiero e Boetti

venerdì, 26 ottobre 2007

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Alighiero ha sempre rappresentato, per me, il sistema logico applicato al fare artistico, il senso di finito ed infinito, la cornice e l’illimitato, la crescita e lo zero, il vuoto e la proliferazione ossessiva, il concetto che si fa vertigine, il numero che si dissemina nei reticoli celebrali, il visibile ultravisibile, il gioco matematico, l’intelligenza dell’infanzia. Boetti ha rappresentato invece il lato sfuggente, continuamente in fuga, impermanente, instabile, opaco, il passo rapido di chi va via e non di chi viene, la volubilità insensata, il lavoro incompiuto, la seduzione oppressa dalla durata, la porta socchiusa, la soglia, la luce tagliente, radente.
Oppure Alighiero è stato la poesia, la sensibilità per le materie sia naturali che inerti, sia viventi che inorganiche, la poesia della matita, mentre Boetti era la distanza neutra dalle cose, cose “ononime”, delega del lavoro come accentuazione del distacco soggettivo, linguaggio ripetitivo, la penna a sfera blu.
Alighiero è il soggetto onnipresente e Boetti la sua cancellazione (narcisistica), Alighiero è Torino, mentre Boetti è Roma, o forse l’opposto, Alighiero è il mare dell’alto Tirreno e Boetti la terra o il deserto dell’Africa o del Medio Oriente, Alighiero è la carta Fabriano e Boetti la carta chimica delle Xerox, Alighiero è raccoglitore di oggetti per sé mentre Boetti li raccoglie per firmarli, Alighiero è per il tempo da perdere e Boetti per prenderlo, Alighiero è per Boetti mentre Boetti è contro Alighiero, o il contrario, Ali-ghiero è l’esotico mentre Boetti sta bene fermo nel suo studio, Alighiero sta immobile e Boetti viaggia o, accordandosi qualche volta, si scambiano i ruoli.

Antonio Marchetti ©

Flaiano a tavola

lunedì, 24 settembre 2007

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Ennio Flaiano era contro gli sprechi a tavola e certi suoi atteggiamenti erano accompagnati da un grande senso del pudore. Quand’era a pranzo con Federico Fellini, che aveva l’abitudine di non finire il piatto, si premurava di mangiare anche gli avanzi dell’amico, oppure di nascosto li nascondeva da qualche parte, per paura che il proprietario della trattoria potesse pensare che la cucina non fosse gradita. Ordinare e non finire poi non sta bene; è, come si dice, uno schiaffo alla miseria.
Il giornalista Sergio Rizzo ci ricorda un episodio:
Un giorno il presidente Luigi Einaudi invitò a pranzo un gruppo di giornalisti e intellettuali. Alla frutta, il maggiordomo recò un enorme vassoio dove c’era di tutto. E, tra quei frutti, delle pere molto grandi. Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò:Io prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerla con me?
Il maggiordomo si fece rosso e molti rimasero interdetti.
Finchè Ennio Flaiano alzò la mano: Io!

La repubblica delle pere indivise

Lo sceriffo

martedì, 14 agosto 2007

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Non lasciatevi influenzare dal cognome che porta: Gentilini. Gli uomini tradiscono spesso i propri onomastici. Lui è soprannominato lo sceriffo.
Eppure ricordo tanti films americani di sceriffi giusti, magari con storie complesse alle spalle, melanconici nevrotici e misteriosi che accompagnavano l’esercizio della giustizia con il buon senso e l’esperienza. Non ricordo nel grande cinema sceriffi urlanti e bisognosi di affermare la “tolleranza zero”, non ne avevano bisogno. La loro forza, certo, risiedeva nell’abile uso della pistola ma non se ne facevano vanto, anzi, la usavano il meno possibile rendendo questa loro bravura ancora più intimidatoria e potente. Il differimento della potenza risulta più terrificante della potenza stessa.
Un vero sceriffo non direbbe mai “se mi danno uno schiaffo io spacco la faccia”, non cadrebbe mai in una tale sproporzione che offenderebbe la sua autorevolezza e quel senso dell’equilibrio che la comunità ripone su di lui, guardiano della legge. Darebbe un segnale di insicurezza.
Ai veri sceriffi sono sconosciute le pulizie etniche e l’odio per gli omosessuali.
I grandi sceriffi hanno vaste amicizie virili, spesso coltivate in una relazione di sentimenti di omosessualità latente ove l’irruzione femminile, attraverso gelosie e risentimenti, ne dimostra l’esistenza. Nello scorrere il cinema americano, sino alla contemporaneità, attraverso gli sceriffi, troviamo pochi Gentilini.
Anche gli sceriffi venduti, alla fine, muoiono redenti.
Considerare l’ometto Gentilini uno sceriffo è un’offesa all’America, al suo cinema, e soprattutto rappresenta una sopravalutazione di questo piccolo uomo.
In genere, chi urla per affermare la propria virilità e unicità incontaminata è insicuro, debole, complessato; vede nemici che attentano alla propria identità perché non si è sicuri di averne una propria.
Gentilini è il folklore italiano alimentato dai media. I gay insorgono, la sinistra insorge, e va avanti il solito teatrino.
Gentilini, piuttosto, ricorda quei ladri (ex vaccari) delle mandrie altrui, con qualche depresso pistolero che lo accompagna, e che in qualche modo si fa nominare sceriffo in un momento di crisi della comunità.
Poi però arriva nel paese l’uomo vero, magari carico di nevrosi e crisi di identità (forse anche di tipo sessuale), tollerante e ambiguamente buono, che maneggia la pistola magicamente, anche se non la usa da tanti anni (infatti la tira fuori da un vecchio baule davanti alla moglie e i figli esterrefatti); è l’uomo giusto, il vero sceriffo. È’ più veloce, fa fuori il vaccaro che urla e sputa bestemmie e che con la sua “pistolina” non ci sa fare. Un rivolo di sangue scivola dalla bocca del vaccaro e questo per lo spettatore vuol dire che il giusto ha mirato, appunto, giusto, con una velocità impressionante.
Ma siamo sempre al cinema!

Deputato cattolico

martedì, 31 luglio 2007

suonatore

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«Ma lei, quella notte aveva assunto cocaina?»
«Io la coca non l’ho vista, magari se l’ho presa l’ho fatto senza vederla, la ragazza mi aveva bendato, sa, un gioco.»
«Ha fatto del sesso?»
«Se ho fatto del sesso non l’ho visto, non ricordo bene.»
«Ma le ragazze erano due o una sola?»
«Forse due, non ricordo, sa io queste cose non le faccio mai, è stata un’avventurina estiva, cosa vuole.»
«Con quali soldi ha pagato la coca, le ragazze e l’Hotel?»
«Cosa vuole dire, non capisco.»
«Lei è un parlamentare, ha pagato con lo stipendio che le passa il cittadino contribuente?»
«Mi scusi, ma lei è un tantino moralista.»
«E lei un tantino sporcaccino, o no?»
«Guardi lo fanno tutti, almeno io sono onesto e lo dico, dovrebbero premiarmi per questo.»
«In famiglia che dicono?»
«Passo loro diecimila euri al mese, vorrei vedere.»
«Pensa di dimettersi?»
«Dal partito sì, da parlamentare no, sa la pensione, con tutta la fatica che ho fatto per arrivare.»
«Per arrivare dove, in Hotel?»
«Lei non può capire cosa ho dovuto ingoiare io per uno scranno.»
«Coca?»
«Adesso però lei esagera.»
«Ultima domanda, ha fatto sesso orale?»
«Io non l’ho visto.»

Il gobbo di Bartolini e il mongoloide di De Dominicis

venerdì, 20 luglio 2007

il gobbo

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Si torna sempre volentieri al Museo Poldi Pezzoli, in via Manzoni a Milano, in quelle mattine di ozio aborrito dai milanesi non più lombardi, vissuto clandestinamente o appena mascherato dalla solita capatina da Armani, tanto per rinfrescarsi, uscendone con la bella sportina con un libro dentro che ci salva dall’identità pericolosa del turista, per giunta non-giapponese.
Quando Alberto Savinio visita questo museo, consigliatogli da un amico in quanto “museo degli orrori”, di stranezze e stramberie, si accorge subito che questa galleria privata è tra i più bei musei d’Europa.
Dopo sessantaquattro anni mi trovo anch’io qui, per l’ennesima volta, davanti alla scultura di Lorenzo Bartolini, la “Fiducia in Dio”, commissionatagli dalla madre del fondatore di questo museo, Rosa Trivulzio, vedova Poldi.
Di fronte a questa perfezione scultorea, che per Savinio arriva fino alla soglia della banalità ma non la supera, mi torna alla mente un’immagine opposta (ma lo scultore non sarebbe d’accordo sull’uso di questo termine): il gobbo e la sua ben nota storia.
Nel 1839 Lorenzo Bartolini viene nominato Maestro di scultura presso la fiorentina Accademia di Belle Arti in un clima di ostilità accademica che il suo comportamento, i suoi metodi di insegnamento, le sue posizioni politiche e religiose, oltre naturalmente al suo bel caratterino, trasformano molto presto in guerra aperta accompagnata da pericolose rappresaglie.
Come spesso accade, in tanti artisti di valore, l’avversione e l’odio aperto non fanno che alimentare il furore polemico mentre fama e creatività non possono che guadagnarci.
Tra veneri e apolli Bartolini pose nella Sala del nudo, quale modello per gli allievi, un gobbo. Questo gesto memorabile viene in genere menzionato come la “lezione del 1840” (Mario Tinti).
Bartolini dovette compiacersi molto del gesto, e delle furibonde reazioni del mondo accademico che ne seguirono, tanto che fece eseguire ad un suo allievo, il Giavazzi, un “logo”, un simbolo araldico in bassorilievo, e successivamente un sigillo, che l’artista utilizzava per le sue lettere.
Il gobbo barbuto, nudo, con il capo coperto da un elmo guerriero, strangola il serpente accademico con la testa d’asino, mentre l’altra mano brandisce uno specchio, simbolo della verità della natura.
Bartolini voleva il ricordo dell’impresa un po’ ovunque, anche nel suo giardino, e lo fece riprodurre in forma di stele con una dicitura e la sua grafia: Lezione del 1840: Tutta la natura è bella – Relativa al soggetto da trattarsi – E chi sa copiare – Tutto saprà fare. – L. Bartolini – Statuario.
Le teste asinine, che urlano allo scandalo e fanno fruttare l’arte, le ritroviamo in compagnia di un altro artista, che effettua un gesto simile a quello di Lorenzo Bartolini 132 anni dopo, Gino de Domincis.
Nella Biennale di Venezia del 1972 (Arte e Comportamento) l’artista espone un mongoloide in carne ed ossa (oggi più “correttamente” diremmo down).
Tradizione e continuità dell’arte coesistono insieme alla reattività asinina, pur sempre la stessa, nonostante i secoli.

Luciano Fabro, artista senza copertina

domenica, 24 giugno 2007

fabro

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Quache giorno fa è scomparso Luciano Fabro, un artista notevole, complesso, “difficile” – ma non era Baudelaire a dire che il bello è difficile? – e polemico, di vecchia scuola. Ricordo una sera memorabile a Ravenna, all’inaugurazione di una sua antologica nella bellissima Loggetta Lombardesca, in cui l’artista, molto insoddisfatto di una frase stampata nel retro di copertina del suo sostanzioso e bel catalogo, custodiva l’ingresso facendo entrare solo coloro che si prestavano a staccare questa famigerata copertina conservando il tomo nudo. Nella collana che documenta le mostre di quegli anni Ottanta a Ravenna, e che ho in fila in una sezione della mia biblioteca, si distingue un “fuori collana” marrone scuro.
Fabro è l’artista senza copertina.
Alcuni anni fa lo chiamai al telefono per chiedergli dettagli più approfonditi su di una sua vecchia opera, Lo spirato, e che tra i tanti suoi lavori è quello che preferisco.
Molto gentile, piacevole; mi chiarì alcune cose e subito mi spedì una scheda ed una bella foto dell’opera alla cui realizzazione, mi pare, collaborò lo scultore Antonio Trotta (altro esperto di ciò che espongo più avanti).
Vuoto e assenze mi assillavano in quel periodo, e trovavo ne Lo spirato un paradigma perfetto.
La temperatura ideologica che avvolgeva quest’opera, realizzata alla fine degli anni sessanta, sembra ritirarsi in una permanenza estetica. Infatti, una generazione successiva la trova fresca e intatta come una giovane pianta in un giardino già fiorito. Il vuoto, qui, è rappresentato dalla parte mancante di un corpo la cui “presenza” è intuibile dal panneggio, che rivela una “presunta” sua metà, visto che nulla ci impedisce di credere che anche ciò che appare sia un vuoto, una illusione, un trucco. Ma in questo caso non è in gioco il solo vuoto fisico, quello “visibile”, il non c’è che c’è, ma anche il vuoto, piuttosto taoista, che l’artista fa dentro di sé, attraverso la rinuncia all’abilità, il sottrarsi dall’esecuzione, il distacco dalla tecnica. Nella dichiarazione che Luciano Fabro a suo tempo mi aveva spedito, a proposito di questa scultura marmorea, si rintracciano parole quali indifferenza, anonimo, neutro, rinuncia.
Vi è spiegata la delega ad altri dell’esecuzione, chiedendo ad artigiani la fattura di un panneggio tecnicamente neutro, non inquinato da sentimentalismi espressivi o particolari effetti plastici dominati da destrezza e seduzione. Forse Fabro cercava un panneggio da obitorio.
In tale contesto freddo e oggettivante il vuoto appare per quello che è: un vuoto di senso. Questa di Fabro è opera presente, trasparente ed evidente, come può essere appunto una cosa appena sparita. Proprio come lui.

Cancellarsi

venerdì, 4 maggio 2007

tacchi  Ci sono gesti che riaffiorano prepotentemente dal passato. 1968, mese di maggio, galleria “La Tartaruga”. Plinio De Martis chiama gli artisti a raccolta per un “Teatro delle Mostre”, una mostra al giorno (evento si dice oggi, vacuamente). Cesare Tacchi propone una “Cancellazione d’artista”. Dentro una capsula trasparente Tacchi, munito di pennello e vernice bianca, comincia a cancellarsi sino a sparire alla vista del pubblico molto eccitato in quel pomeriggio di maggio romano. Ma Tacchi cancella anche l’altro, noi, il mondo di fuori; si cancella e cancella. Nel momento più alto del fraseggio ideologico e della frenesia dell’agire si staglia questo gesto esemplare che mi costringe ancora a pensare, ri-pensare. Avrei un grande desiderio che qualcuno oggi si autocancellasse. In definitiva per l’artista l’idea del tempo, o del passato, esiste relativamente a se stesso. Se si ha la possibilità, rivedersi il catalogo, testo di Calvesi, “dotte” didascalie di Bonito Oliva e splendide foto, opere in sè. Scatti di De Martis.

Maurizio Cattelan nel paese di Lilliput

domenica, 25 febbraio 2007

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Uno dei numerosi figli del dittatore ugandese Idi Amin Dada, ha dichiarato lamentosamente alla stampa che il film l’Ultimo re di Scozia – il cui protagonista Forest Whitaker è candidato all’Oscar – presenta una visione parziale e distorta di suo padre, che in realtà era persona di grande umanità e padre affettuosissimo.
Sappiamo che Adolf Hitler era molto affettuoso con i bambini ed amava in modo particolare i cani, cosa che dovrebbe far piacere agli animalisti. Sapere che molti macellai della storia fossero, nella loro vita privata, dolci e affettuosi, generosi, religiosi, amanti del bello e della poesia non dovrebbe destare tanto stupore.
La visione semplificata che vuole vedere il male con il volto feroce e le mani imbrattate di sangue, con le fattezze di un mostro che supera la soglia umana, è molto più tranquillizzante e pacificante della versione ambigua e contraddittoria che attraversa l’umano, soprattutto quello civilizzato della nostra cultura occidentale.
In quel sequestro di massa raccontato da Collodi nel Pinocchio, ove i bambini verranno trasformati in asini e venduti come animali-schiavi, sarà un uomo buono a condurre il gioco: un omino tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto, che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa. Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare nel suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna, conosciuta nella carta geografica col seducente nome di “Paese de’ balocchi“.
L’Adolf Hitler di Cattelan, inginocchiato, cristallizzato in una ispirata preghiera, offre in fondo l’immagine dei tanti santini e statuette che appendiamo nella cameretta, disvelando il carattere intimo e domestico, se volete la “banalità”, del male. Se il male si presenta così, se il male è davvero così, sarà difficile allestire lucidamente gli anticorpi.
C’è poco di scandaloso in tutto ciò (a parte il secessionismo dell’avanguardia utile al mercato dell’arte), c’è molta tradizione invece, molta continuità con una certa tradizione storico-filosofica che i critici, indaffaratissimi, hanno poco tempo di frequentare.
Come è stato notato (Nigel Warburton, un filosofo appunto) il cavallo appeso, dal titolo Novecento, trattato con la tecnica della tassidermia, si incrive nella tradizione dell’arte e non ha senso stupirsi. Passano davanti ai miei occhi i cavalli veri di Kounellis di Roma all’Attico, quelli di Degas, Fattori, Géricault, Delacroix, Picasso e tanti altri. Non si vorrà certo negare la presenza del cavallo nel’arte e nella sua storia!
Non so bene se Damien Hirst ne abbia mai messo uno in formaldeide, forse avrà ritenuto che il cavallo è stato troppo citato nell’arte preferendogli squali e manzi.
Anche i “bambini” appesi ad un albero a Milano nel 2004 in piazza XXIV Maggio, si inscrivono nella “nostra” tradizione; ritorna Pinocchio e Collodi quando il burattino viene impiccato ad un albero.
La descrizione della morte di Pinocchio è molto cruda e terribile ma in genere questo episodio della favola è rimosso. Infatti anni fa, partecipando con altri artisti ad allestire qualcosa dentro il bellissimo (e davvero collodiano!) Teatro Petrella di Longiano, scelsi un Pinocchio vero impiccato su un albero vero e sistemato sul palcoscenico, molti si chieserò perchè fosse stato impiccato Pinocchio. Ma è nella favola! Tornando ad un contesto evidentemente più importante c’è da chiedersi come si possa capire l’arte di Cattelan se non si conosce neppure la nostra tradizione culturale, persino il nostro fondativo Pinocchio! “Opera di un cinismo scolvolgente”, la definì l’assessore di Milano Brandirale, ex leader del partito marxista-leninista italiano che probabilmente di cinismo deve saperne più di noi.
Ma a questa tradizione, a questo riproporre cose e idee da noi dimenticate per distrazione o ignoranza, si accompagna (questo sì “cinico”) una miniaturizzazione del mondo, una “maquette” in scala della realtà, un rapporto logico-geometrico delle vere dimensioni della realtà: che sia un sosia di se stessi con appena una macroscopìa (non credo esista questa parola), il naso, o la galleria più piccola del mondo, l’ufficio più piccolo che esista, tutto funzionante con scrivania e cassettini; è questa riduzione della “misura” a svolgere una funzione quasi di “drammatizzazione”. Il fuori scala. il Paese di Lilliput.
È il sistema lillipuziano a rendere non banale e pensoso il lavoro di Cattelan, questo nuovo Gulliver dell’arte contemporanea.

(ps. a questo punto, con tanto Pinocchio citato, andrebbe davvero riletto quello di Giorgio Manganelli!)

Veltronismo

domenica, 4 febbraio 2007

Su Micromega anni fa Lui venne definito “epuratore omeopatico”, perché quando era direttore del grande quotidiano comunista ti licenziava o ti faceva fuori con stile e bontà.
Il veltroniano è totalitario e totalizzante, è agito da una pulsione panottica. Macchina desiderante in atto deve esperire tutto e tutto gli riesce, con facilità, leggerezza. Il suo narcisismo patologico è mascherato da equilibrio e modi gentili e si risolve nel dare sempre l’impressione che lui non faccia nulla; le cose accadono e basta, come per caso.
Il veltroniano ha capito che una volta conquistata una postazione politica ed un conseguente bagliore mediatico si può fare tutto, da Sanremo agli esercizi spirituali in monastero; quando sei opera pop in atto il mondo è materia plastica che puoi modellare come vuoi.
Fu Lui per primo ad indicarci la strada su un settimanale, ove teneva la rubrica delle recensioni dei film televisivi, e a farci capire ciò che ad una generazione era sfuggito: il fattore B, il lato B del cinema, della vita, della cultura. La sua vendetta esistenziale fu lenta ed inesorabile, lima silenziosa, psicanalisi pubblica, autorisarcimento con spettatore.
Lui, uomo afflitto sin da bambino dal fattore B, iniziava così a piegare il mondo, a rovesciarlo e a plasmarlo secondo le proprie fattezze. Il fattore B, per il veltroniano, diventerà finalmente il lato A, la canzone principale, il marginale vincente, la stupidità intelligente, Forrest Gump alla carbonara. Ci ha fatto piangere con le figurine ed ora, da performer multimediale, ci fa piangere con la sua tournè sulle lezioni di politica, appena appena plagiando Jovanotti.
Tutto questo non sarebbe possibile se non ci fosse, dentro il veltroniano, un uomo buono.
La sua bontà è come un martelletto di gomma, non fa rumore e con lentezza ed efficacia ti spezzetta le ossa e, se hai fiducia nella durata, ti impedirà pian piano di muoverti perché lo spazio è stato tutto occupato.
Lui è consigliere comunale, parlamentare, direttore di quotidiano, scrittore, sceneggiatore, doppiatore, critico cinematografico, segretario di partito, ministro, vice Presidente del Consiglio, Sindaco. E deve ancora spendersi. Nella capitale, ove governa, nelle scuole si recitano sue sceneggiature e i cittadini aspettano gli autobus in ritardo leggendo i suoi libri.
Lui ha scapolato la spuria realtà del contemporaneo, è al di là; il veltronismo è altrovismo.
Quando si saranno esauriti gli ultimi e tardivi sussulti del ventesimo secolo, e l’altro suo doppio
sarà merce scaduta, non ci sarà un partito unico ma un uomo unico: Lui; ginnicamente pronto ad accogliere il grado zero della storia; poi vivremo in un fantastico, interminabile e felice festival.

dondolo