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Ne I tre usi del coltello David Mamet (*) scrive che «lo scopo dell’arte non è cambiare ma allietare. Non ritengo che il suo scopo sia illuminarci. Non ritengo che sia cambiarci. Non ritengo che sia istruirci. Lo scopo dell’arte è allietarci: alcuni uomini e donne (non più in gamba di voi o di me) la cui arte può allietarci sono stati esonerati dal compito di andare ad attingere l’acqua e a raccogliere la legna. Tutto qui». Un suo personaggio, un attore dentro un set cinematografico turbolento, dice tra sè: «sempre meglio che andare a lavorare». E Flaiano: «mi spezzo ma non m’impiego».
Forse qualcuno crede ancora che dilettevole sia sinonimo di banalità e di scarsa intelligenza? Spero di no. Il diletto si estende sino alle regioni più complesse e oscure dell’uomo; purchè siano ben rappresentate e sappiano, appunto, dilettarci, allietarci.
A questo pensavo leggendo l’intervista di Anselm Kiefer rilasciata a Fabio Gambaro sul quotidiano la Repubblica del 23 maggio 2011. Kiefer è un artista che ammiro molto ma ormai il Novecento (perchè Kiefer è artista del secolo scorso) ci ha abituato alle madornali sconnessioni psichiche di artisti, intellettuali, architetti, per non parlare dei filosofi che ancora leggiamo incantati, ma che hanno preso vergognose cantonate storiche… eppure, eppure ci hanno fatto intravedere luoghi impensati e ancora ne siamo affascinati. E poi, di alternativa, cosa rimane? E così anche la grandezza di Kiefer paga il suo debito alle altrettanto grandiose sciocchezze. Kiefer dipinge i grandi formati per combattere il Mercato così nessuno può metterli nel salotto (sarebbe meglio “living room”, per quanto piccolino). Dipingere piccoli formati, secondo Kiefer, « è come stampare denaro, quindi rifiutarsi di farlo è un modo per resistere alla pressione del mercato. Inoltre – continua Kiefer – le opere che si vendono meglio sono di solito quelle più facili e consensuali.Tutto ciò non m’interessa. Il troppo consenso è sempre negativo».
Peccato, a me piace il piccolo formato, la mia modesta collezione è quasi tutta così nel mio piccolo “living room” riminese. Direi: Piccolo e Formato, o, Piccolo è Formato. Sarebbero le misure a stabilire l’alterità, dunque (Paul Klee! Ah!). Poi c’è la questione della lotta contro il Leviatano, la lotta dell’artista (potendoselo permettere) contro il mondo e il Mercato.
Io continuerò a dilettarmi delle opere di Kiefer che vedrò per il mondo, e mi spiace per lui se questo può farlo inorridire, non m’importa, l’arte è al di là dei pistolotti degli artisti. Avvicinandomi ad un suo particolare materico, ad un segno-sfegio, o ad un piccolo simbolo grafico costruisco il mio microscopio e le misure per un Piccolo & Formato.
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© Antonio Marchetti
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(*) David Mamet, I tre usi del coltello. Roma 2010. Bella la prefazione di Francesca Serafini.
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Io personalmente ho sempre dipinto senza pensare al committente, indipendentemente dal formato che affrontavo ma non per mancanza di rispetto, anzi proprio per l’esatto contrario. Ho sempre pensato di essere il più possibile me stesso sperando che quel “me stesso” piacesse, allietasse, incuriosisse qualcun altro… ecco credo che l’arte debba soprattutto incuriosire.
La questione del mercato poi è sempre spinosa. Penso che la maggior parte degli artisti cerca dei “vendere” il proprio lavoro perché è gratificante, perché ti da la possibilità di continuare a lavorare perché è stimolante ma non deve essere l’unico obiettivo, altrimenti avrei già smesso da tempo
Mi fanno sempre un po’ sorridere questi personaggi “arrivati” quando si mettano a dire quello che è giusto dettare linee di comportamento.
Stefano Mina
















Ci sono gesti che riaffiorano prepotentemente dal passato. 1968, mese di maggio, galleria “La Tartaruga”. Plinio De Martis chiama gli artisti a raccolta per un “Teatro delle Mostre”, una mostra al giorno (evento si dice oggi, vacuamente). Cesare Tacchi propone una “Cancellazione d’artista”. Dentro una capsula trasparente Tacchi, munito di pennello e vernice bianca, comincia a cancellarsi sino a sparire alla vista del pubblico molto eccitato in quel pomeriggio di maggio romano. Ma Tacchi cancella anche l’altro, noi, il mondo di fuori; si cancella e cancella. Nel momento più alto del fraseggio ideologico e della frenesia dell’agire si staglia questo gesto esemplare che mi costringe ancora a pensare, ri-pensare. Avrei un grande desiderio che qualcuno oggi si autocancellasse. In definitiva per l’artista l’idea del tempo, o del passato, esiste relativamente a se stesso. Se si ha la possibilità, rivedersi il catalogo, testo di Calvesi, “dotte” didascalie di Bonito Oliva e splendide foto, opere in sè. Scatti di De Martis.
