Archivi per la categoria ‘Ritratti’

Flash Art. Lettere al Direttore

lunedì, 1 febbraio 2010

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antonio marchetti muro 1996

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Mi abbono a Flash Art ogni tanto, lo acquisto spesso in edicola. Saltare dei numeri è salutare perchè la percezione fa un respiro meno corto di quello ansiogeno del nuovo e del gossip. Saltare degli anni poi, per una rivista di prestigio come Flash Art, significherebbe entrare nel gioco affascinante delle analisi di breve o lungo periodo, a seconda dell’età e dell’intelligenza. Ma questo possiamo farlo andandoci a rileggere vecchie annate. Una storia dell’arte contemporanea degli ultimi trent’anni sarebbe impensabile senza la consultazione di questa rivista. Sarebbe non semplicemente una storia dell’arte, ma una storia sull’arte.

Delle “Lettere al direttore” in  Flash Art ne archivio diverse. Il Direttore è un viaggiatore internazionale che non ama il proprio paese, non ne ama i vizi genetici in generale mentre per quelli specifici dell’arte contemporanea l’assenza d’amore si trasforma spesso in sferzanti invettive.

Il Direttore non ama le scuole d’arte i licei e le accademie.

Ci sono molte verità, crude e ciniche (spesso è una maschera) nelle “Lettere al direttore”.

C’è sempre una vittima mentre il Direttore è il carnefice. Ad infilare la testa nella ghigliottina sono gli stessi lettori mentre il Direttore sceglie quelle lettere che rendono facile il mestiere del boia. C’è una reciprocità, nel tempo piuttosto ripetitiva, in queste lettere. Inoltre aleggia aria poco nuova, venticello anni Settanta del secolo scorso ove si praticava la crudeltà dell’arte.

Nell’universo del Direttore si salvano gli “amici”, gli ex amici in osservazione, i manipolabili, coloro che hanno fatto scelte museali compatibili con la rete di amici e sempre funzionali alla rivista (spesso agli amici vengono riservate critiche molto vellutate anche quando le loro sciocchezze paiono oggettivamente enormi), e via dicendo. Che tutto ciò sia poco italiano stentiamo a crederlo.

La maschera internazionale cade di fronte agli stessi vizi che denuncia.

O forse è globale ormai anche questo.

Fabio Mauri e il buon naufragio.

lunedì, 25 maggio 2009

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Ho appreso della morte di Fabio Mauri.L’ho sentito l’ultima volta per telefono un anno fa e ci siamo visti l’ultima volta due estati fa a Montepagano che gli aveva dedicato una mostra.Fabio Mauri appartiene alla generazione di persone, di artisti, che rispondono alle lettere. Una buona costruzione di sè accompagnata dal gesto gentile e civile di altra epoca.Nel lontano 1992, a Ravenna, con Marco Biraghi organizzai un convegno dal titolo Naufragi. Fabio Mauri vi partecipò con un intervento toccante lasciandoci un testo per la pubblicazione degli atti che rivelava una sua particolare sensibilità per la scrittura. Parlò di un suo momento difficile dal punto di vista sanitario trasformandolo in metafora meditativa sul linguaggio (e sull’esistenza).Conserverò amorevolmente le sue lettere e terrò a memoria le telefonate.In gioventù aveva frequentato la spiaggia di Rimini e la collezione Cardi Baggi conserva alcune fotografie di Mauri ragazzo, al mare, con la sorella ed altri amici riminesi. Avrei voluto mandargliene copia ma, come sapete, tra una cosa e l’altra ci si dimentica, ci si ripromette ma poi siamo ingoiati dall’inutilità della routine che ci allontana dalla coltivazione dell’essenziale.La storia personale di Fabio Mauri è molto interessante, poco italiana, e vi invitiamo a scoprirla insieme ai suoi originali lavori contaminati da una sana lentezza.Antonio Marchetti

Al Pacino

mercoledì, 19 dicembre 2007

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Davanti la piccola stazione c’era il nostro piccolo Al, con le due valigie appoggiate ai rispettivi piedi, un cappellaccio di cotone in testa, occhiali superoscuranti di tartaruga, pantaloni larghi di lino che sembravano accorciati da un cattivo lavaggio, sandali di cuoio quasi francescani ed una camicia anch’essa notevolmente larga con le maniche rimboccate sulle braccia sorprendentemente muscolose.
Al Pacino non ti saluta, sorride e basta; un sorriso largo che ti dice: sono qua, sono arrivato, il viaggio è andato com’è andato.
Vedendolo solo lui intuitivamente risponde, indicando dietro di sé, con il pollice della mano come il gesto dell’autostop, assicurando che Dalia era dietro di sé, al bar.
Lei appare trafelata e ipertonica, con una grande sacca informale sulla spalla ed una sporta di plastica piena di bottigliette di acqua minerale e di chinotto.
Erano irriconoscibili. Ma, mi chiedevo, irriconoscibili da cosa? Da se stessi?
Questi divi americani sanno essere insieme niente e tutto, a seconda dei contesti. Si allungano e si accorciano, come fossero fatti di chewingum, tra un film e l’altro.
Grassi e gonfi di pastasciutta come De Niro in Toro scatenato e poi mostruosamente muscolosi in Cape Fear; con la pancetta piccolo borghese di un insignificante Kevin Spacey di American Beauty e, dopo qualche giorno di palestra, già prestante e seducente; sei una timida e anonima Michelle Pfeifer in Batman il ritorno e poi sei trasformata in una elastica Catwoman con un culetto stupendo.
Se li incontri al supermarket o per strada non li riconosceresti mai. Solo i fanatici e i maniaci possiedono il superfiuto, la supervista ed il superudito per smascherarli.
Nell’Italia degli sceneggiati televisivi di Cronin, ad Alberto Lupo, che il secolo scorso interpretava il Dottor Manson, la gente chiedeva consigli medici, visite e ricette.
Per molti non era concepibile che il buon Alberto Lupo non fosse medico.
Già allora si preparava qualcosa di inquietante.
Per logica conseguenza, quando un fanatico che ti adora ti riconosce per strada, tu hai un po’ paura, ci potrebbe scappare un sequestro di persona, come in Misery di Stephen King o in Re per una notte di Scorsese o magari potrebbe volare qualche pallottola.
John Lennon docet.
Dalia ed Al erano volutamente invisibili o erano davvero così?
Domande insignificanti di fronte all’implacabile pragmatismo americano: aprire il bagagliaio, infilarci le morbide valigie di Al e il saccone di Dalia, entrare in macchina, sistemare le bevande, allacciare le cinture e partire.
«Ho detto ad Al» mi disse Dalia appena messo in moto «Che tu fumi; puoi fumare qualche sigaretta anche in macchina ma dovrai tenere il finestrino aperto, tanto lui sonnecchia, ha imparato a dormire a tempo, nelle pause del set, lo ha imparato da un giapponese che gli ho fatto conoscere. In realtà non dorme perché in qualche modo vede e ascolta, ma è come se dormisse, è lo stesso effetto corroborante del sonno vero ma senza la sua profondità; dorme nella superficie

Nelle pause di questo sonno superficiale Al sorseggiava il suo chinotto mentre attraversavamo gli altopiani tosco-romagnoli.
«Anche a me piace il chinotto» dissi tanto per parlare «Lo beveva mia nonna e all’epoca, da ragazzo, non mi piaceva. Ora ho cominciato a berlo dando ragione a quella gran donna della nonna. Il chinotto per alcuni anni sembrava sparito ma poi è riapparso quello della San Pellegrino».
«Per Al» rispose Dalia «È la stessa cosa. Lui ha sempre bevuto acqua San Pellegrino, credo perché gli piacesse il nome evocandogli una sana povertà, poi scoprì il chinotto a cui ci si attacca come al latte materno. E’ stato entusiasta della tua idea di portarci al sasso di S. Francesco.»
E con il nome del sant’uomo in bocca Dalia crollò di sonno, sconfitta dai fusi orari. Sonno profondo e non di superficie.
Dietro di noi una Mercedes nera ci seguiva ormai da un pezzo, con dentro due specie di bluesbrothers che all’arrivo divennero invisibili. Dalia mi garantì che c’erano sempre, soprattutto quando non si vedevano, era il loro mestiere e venivano pagati un’enormità.

Sgarbi, Milano e il lavoro usurante

giovedì, 15 novembre 2007

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Il futurista dannunziano assessore alla cultura di Milano, Vittorio Sgarbi, inizia inesorabilmente ad esibire i segni irreversibili dell’usura.
Il ciuffo che nevroticamente viene gettato all’indietro è un rado boschetto bianco ed il ritornello aggressivo ed insultante, giocato sulla “famosa” ripetizione ossessiva come in un rituale arcaico da malocchio, va indebolendosi e scivola in una commovente inefficacia, sfiorando infine la dimensione patetica e ridicola.
L’uomo che augurò la morte di Federico Zeri dovrà accettare l’irresistibile declino che il tempo distribuisce democraticamente.
Per il Narciso da modernariato che si è speso tanto, com’è l’assessore neomilanese, lo specchio incombe e lo sta lavorando. A tutta questa naturalità inaccettata vengono ad aggiungersi scelte culturali e mostre sbagliate, dilettantesche e regressive, che una Milano, già con il fiato corto di suo ed ormai provincializzata, sicuramente non merita.
Un Narciso sbagliato, e sgualcito, in un momento sbagliato ed in un luogo altrettanto sbagliato.
Se un ex ministro all’istruzione, oggi sindaco di Milano, sceglie un uomo così forse ci sarà, evidentemente, una logica implosiva o autodistruttiva, o solo incompetenza, o qualcos’altro che ora ci sfugge.
Ed infine, l’uomo, viene lavorato ai fianchi (o al fegato presumibilmente usurato) da interviste e assalti (questi sì happening-futuristici-creativi) che hanno il merito di far uscire il residuo di neuroni irascibili dell’uomo atrabiliare-istituzionale, creando un teatro tragicomico se non, artaudianamente, un vero teatro della crudeltà.
E in effetti, se c’è una cosa che a Milano non manca, per fortuna, sono i teatri e la cultura teatrale.
Ma non ci sono buoni testi, ed i dialoghi in questo caso, al massimo, andrebbero bene per un Grand Guignol di basso livello.

Alighiero e Boetti

venerdì, 26 ottobre 2007

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Alighiero ha sempre rappresentato, per me, il sistema logico applicato al fare artistico, il senso di finito ed infinito, la cornice e l’illimitato, la crescita e lo zero, il vuoto e la proliferazione ossessiva, il concetto che si fa vertigine, il numero che si dissemina nei reticoli celebrali, il visibile ultravisibile, il gioco matematico, l’intelligenza dell’infanzia. Boetti ha rappresentato invece il lato sfuggente, continuamente in fuga, impermanente, instabile, opaco, il passo rapido di chi va via e non di chi viene, la volubilità insensata, il lavoro incompiuto, la seduzione oppressa dalla durata, la porta socchiusa, la soglia, la luce tagliente, radente.
Oppure Alighiero è stato la poesia, la sensibilità per le materie sia naturali che inerti, sia viventi che inorganiche, la poesia della matita, mentre Boetti era la distanza neutra dalle cose, cose “ononime”, delega del lavoro come accentuazione del distacco soggettivo, linguaggio ripetitivo, la penna a sfera blu.
Alighiero è il soggetto onnipresente e Boetti la sua cancellazione (narcisistica), Alighiero è Torino, mentre Boetti è Roma, o forse l’opposto, Alighiero è il mare dell’alto Tirreno e Boetti la terra o il deserto dell’Africa o del Medio Oriente, Alighiero è la carta Fabriano e Boetti la carta chimica delle Xerox, Alighiero è raccoglitore di oggetti per sé mentre Boetti li raccoglie per firmarli, Alighiero è per il tempo da perdere e Boetti per prenderlo, Alighiero è per Boetti mentre Boetti è contro Alighiero, o il contrario, Ali-ghiero è l’esotico mentre Boetti sta bene fermo nel suo studio, Alighiero sta immobile e Boetti viaggia o, accordandosi qualche volta, si scambiano i ruoli.

Antonio Marchetti ©

Flaiano a tavola

lunedì, 24 settembre 2007

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Ennio Flaiano era contro gli sprechi a tavola e certi suoi atteggiamenti erano accompagnati da un grande senso del pudore. Quand’era a pranzo con Federico Fellini, che aveva l’abitudine di non finire il piatto, si premurava di mangiare anche gli avanzi dell’amico, oppure di nascosto li nascondeva da qualche parte, per paura che il proprietario della trattoria potesse pensare che la cucina non fosse gradita. Ordinare e non finire poi non sta bene; è, come si dice, uno schiaffo alla miseria.
Il giornalista Sergio Rizzo ci ricorda un episodio:
Un giorno il presidente Luigi Einaudi invitò a pranzo un gruppo di giornalisti e intellettuali. Alla frutta, il maggiordomo recò un enorme vassoio dove c’era di tutto. E, tra quei frutti, delle pere molto grandi. Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò:Io prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerla con me?
Il maggiordomo si fece rosso e molti rimasero interdetti.
Finchè Ennio Flaiano alzò la mano: Io!

La repubblica delle pere indivise

Lo sceriffo

martedì, 14 agosto 2007

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Non lasciatevi influenzare dal cognome che porta: Gentilini. Gli uomini tradiscono spesso i propri onomastici. Lui è soprannominato lo sceriffo.
Eppure ricordo tanti films americani di sceriffi giusti, magari con storie complesse alle spalle, melanconici nevrotici e misteriosi che accompagnavano l’esercizio della giustizia con il buon senso e l’esperienza. Non ricordo nel grande cinema sceriffi urlanti e bisognosi di affermare la “tolleranza zero”, non ne avevano bisogno. La loro forza, certo, risiedeva nell’abile uso della pistola ma non se ne facevano vanto, anzi, la usavano il meno possibile rendendo questa loro bravura ancora più intimidatoria e potente. Il differimento della potenza risulta più terrificante della potenza stessa.
Un vero sceriffo non direbbe mai “se mi danno uno schiaffo io spacco la faccia”, non cadrebbe mai in una tale sproporzione che offenderebbe la sua autorevolezza e quel senso dell’equilibrio che la comunità ripone su di lui, guardiano della legge. Darebbe un segnale di insicurezza.
Ai veri sceriffi sono sconosciute le pulizie etniche e l’odio per gli omosessuali.
I grandi sceriffi hanno vaste amicizie virili, spesso coltivate in una relazione di sentimenti di omosessualità latente ove l’irruzione femminile, attraverso gelosie e risentimenti, ne dimostra l’esistenza. Nello scorrere il cinema americano, sino alla contemporaneità, attraverso gli sceriffi, troviamo pochi Gentilini.
Anche gli sceriffi venduti, alla fine, muoiono redenti.
Considerare l’ometto Gentilini uno sceriffo è un’offesa all’America, al suo cinema, e soprattutto rappresenta una sopravalutazione di questo piccolo uomo.
In genere, chi urla per affermare la propria virilità e unicità incontaminata è insicuro, debole, complessato; vede nemici che attentano alla propria identità perché non si è sicuri di averne una propria.
Gentilini è il folklore italiano alimentato dai media. I gay insorgono, la sinistra insorge, e va avanti il solito teatrino.
Gentilini, piuttosto, ricorda quei ladri (ex vaccari) delle mandrie altrui, con qualche depresso pistolero che lo accompagna, e che in qualche modo si fa nominare sceriffo in un momento di crisi della comunità.
Poi però arriva nel paese l’uomo vero, magari carico di nevrosi e crisi di identità (forse anche di tipo sessuale), tollerante e ambiguamente buono, che maneggia la pistola magicamente, anche se non la usa da tanti anni (infatti la tira fuori da un vecchio baule davanti alla moglie e i figli esterrefatti); è l’uomo giusto, il vero sceriffo. È’ più veloce, fa fuori il vaccaro che urla e sputa bestemmie e che con la sua “pistolina” non ci sa fare. Un rivolo di sangue scivola dalla bocca del vaccaro e questo per lo spettatore vuol dire che il giusto ha mirato, appunto, giusto, con una velocità impressionante.
Ma siamo sempre al cinema!

Deputato cattolico

martedì, 31 luglio 2007

suonatore

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«Ma lei, quella notte aveva assunto cocaina?»
«Io la coca non l’ho vista, magari se l’ho presa l’ho fatto senza vederla, la ragazza mi aveva bendato, sa, un gioco.»
«Ha fatto del sesso?»
«Se ho fatto del sesso non l’ho visto, non ricordo bene.»
«Ma le ragazze erano due o una sola?»
«Forse due, non ricordo, sa io queste cose non le faccio mai, è stata un’avventurina estiva, cosa vuole.»
«Con quali soldi ha pagato la coca, le ragazze e l’Hotel?»
«Cosa vuole dire, non capisco.»
«Lei è un parlamentare, ha pagato con lo stipendio che le passa il cittadino contribuente?»
«Mi scusi, ma lei è un tantino moralista.»
«E lei un tantino sporcaccino, o no?»
«Guardi lo fanno tutti, almeno io sono onesto e lo dico, dovrebbero premiarmi per questo.»
«In famiglia che dicono?»
«Passo loro diecimila euri al mese, vorrei vedere.»
«Pensa di dimettersi?»
«Dal partito sì, da parlamentare no, sa la pensione, con tutta la fatica che ho fatto per arrivare.»
«Per arrivare dove, in Hotel?»
«Lei non può capire cosa ho dovuto ingoiare io per uno scranno.»
«Coca?»
«Adesso però lei esagera.»
«Ultima domanda, ha fatto sesso orale?»
«Io non l’ho visto.»

Il gobbo di Bartolini e il mongoloide di De Dominicis

venerdì, 20 luglio 2007

il gobbo

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Si torna sempre volentieri al Museo Poldi Pezzoli, in via Manzoni a Milano, in quelle mattine di ozio aborrito dai milanesi non più lombardi, vissuto clandestinamente o appena mascherato dalla solita capatina da Armani, tanto per rinfrescarsi, uscendone con la bella sportina con un libro dentro che ci salva dall’identità pericolosa del turista, per giunta non-giapponese.
Quando Alberto Savinio visita questo museo, consigliatogli da un amico in quanto “museo degli orrori”, di stranezze e stramberie, si accorge subito che questa galleria privata è tra i più bei musei d’Europa.
Dopo sessantaquattro anni mi trovo anch’io qui, per l’ennesima volta, davanti alla scultura di Lorenzo Bartolini, la “Fiducia in Dio”, commissionatagli dalla madre del fondatore di questo museo, Rosa Trivulzio, vedova Poldi.
Di fronte a questa perfezione scultorea, che per Savinio arriva fino alla soglia della banalità ma non la supera, mi torna alla mente un’immagine opposta (ma lo scultore non sarebbe d’accordo sull’uso di questo termine): il gobbo e la sua ben nota storia.
Nel 1839 Lorenzo Bartolini viene nominato Maestro di scultura presso la fiorentina Accademia di Belle Arti in un clima di ostilità accademica che il suo comportamento, i suoi metodi di insegnamento, le sue posizioni politiche e religiose, oltre naturalmente al suo bel caratterino, trasformano molto presto in guerra aperta accompagnata da pericolose rappresaglie.
Come spesso accade, in tanti artisti di valore, l’avversione e l’odio aperto non fanno che alimentare il furore polemico mentre fama e creatività non possono che guadagnarci.
Tra veneri e apolli Bartolini pose nella Sala del nudo, quale modello per gli allievi, un gobbo. Questo gesto memorabile viene in genere menzionato come la “lezione del 1840” (Mario Tinti).
Bartolini dovette compiacersi molto del gesto, e delle furibonde reazioni del mondo accademico che ne seguirono, tanto che fece eseguire ad un suo allievo, il Giavazzi, un “logo”, un simbolo araldico in bassorilievo, e successivamente un sigillo, che l’artista utilizzava per le sue lettere.
Il gobbo barbuto, nudo, con il capo coperto da un elmo guerriero, strangola il serpente accademico con la testa d’asino, mentre l’altra mano brandisce uno specchio, simbolo della verità della natura.
Bartolini voleva il ricordo dell’impresa un po’ ovunque, anche nel suo giardino, e lo fece riprodurre in forma di stele con una dicitura e la sua grafia: Lezione del 1840: Tutta la natura è bella – Relativa al soggetto da trattarsi – E chi sa copiare – Tutto saprà fare. – L. Bartolini – Statuario.
Le teste asinine, che urlano allo scandalo e fanno fruttare l’arte, le ritroviamo in compagnia di un altro artista, che effettua un gesto simile a quello di Lorenzo Bartolini 132 anni dopo, Gino de Domincis.
Nella Biennale di Venezia del 1972 (Arte e Comportamento) l’artista espone un mongoloide in carne ed ossa (oggi più “correttamente” diremmo down).
Tradizione e continuità dell’arte coesistono insieme alla reattività asinina, pur sempre la stessa, nonostante i secoli.

Luciano Fabro, artista senza copertina

domenica, 24 giugno 2007

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Quache giorno fa è scomparso Luciano Fabro, un artista notevole, complesso, “difficile” – ma non era Baudelaire a dire che il bello è difficile? – e polemico, di vecchia scuola. Ricordo una sera memorabile a Ravenna, all’inaugurazione di una sua antologica nella bellissima Loggetta Lombardesca, in cui l’artista, molto insoddisfatto di una frase stampata nel retro di copertina del suo sostanzioso e bel catalogo, custodiva l’ingresso facendo entrare solo coloro che si prestavano a staccare questa famigerata copertina conservando il tomo nudo. Nella collana che documenta le mostre di quegli anni Ottanta a Ravenna, e che ho in fila in una sezione della mia biblioteca, si distingue un “fuori collana” marrone scuro.
Fabro è l’artista senza copertina.
Alcuni anni fa lo chiamai al telefono per chiedergli dettagli più approfonditi su di una sua vecchia opera, Lo spirato, e che tra i tanti suoi lavori è quello che preferisco.
Molto gentile, piacevole; mi chiarì alcune cose e subito mi spedì una scheda ed una bella foto dell’opera alla cui realizzazione, mi pare, collaborò lo scultore Antonio Trotta (altro esperto di ciò che espongo più avanti).
Vuoto e assenze mi assillavano in quel periodo, e trovavo ne Lo spirato un paradigma perfetto.
La temperatura ideologica che avvolgeva quest’opera, realizzata alla fine degli anni sessanta, sembra ritirarsi in una permanenza estetica. Infatti, una generazione successiva la trova fresca e intatta come una giovane pianta in un giardino già fiorito. Il vuoto, qui, è rappresentato dalla parte mancante di un corpo la cui “presenza” è intuibile dal panneggio, che rivela una “presunta” sua metà, visto che nulla ci impedisce di credere che anche ciò che appare sia un vuoto, una illusione, un trucco. Ma in questo caso non è in gioco il solo vuoto fisico, quello “visibile”, il non c’è che c’è, ma anche il vuoto, piuttosto taoista, che l’artista fa dentro di sé, attraverso la rinuncia all’abilità, il sottrarsi dall’esecuzione, il distacco dalla tecnica. Nella dichiarazione che Luciano Fabro a suo tempo mi aveva spedito, a proposito di questa scultura marmorea, si rintracciano parole quali indifferenza, anonimo, neutro, rinuncia.
Vi è spiegata la delega ad altri dell’esecuzione, chiedendo ad artigiani la fattura di un panneggio tecnicamente neutro, non inquinato da sentimentalismi espressivi o particolari effetti plastici dominati da destrezza e seduzione. Forse Fabro cercava un panneggio da obitorio.
In tale contesto freddo e oggettivante il vuoto appare per quello che è: un vuoto di senso. Questa di Fabro è opera presente, trasparente ed evidente, come può essere appunto una cosa appena sparita. Proprio come lui.

Cancellarsi

venerdì, 4 maggio 2007

tacchi  Ci sono gesti che riaffiorano prepotentemente dal passato. 1968, mese di maggio, galleria “La Tartaruga”. Plinio De Martis chiama gli artisti a raccolta per un “Teatro delle Mostre”, una mostra al giorno (evento si dice oggi, vacuamente). Cesare Tacchi propone una “Cancellazione d’artista”. Dentro una capsula trasparente Tacchi, munito di pennello e vernice bianca, comincia a cancellarsi sino a sparire alla vista del pubblico molto eccitato in quel pomeriggio di maggio romano. Ma Tacchi cancella anche l’altro, noi, il mondo di fuori; si cancella e cancella. Nel momento più alto del fraseggio ideologico e della frenesia dell’agire si staglia questo gesto esemplare che mi costringe ancora a pensare, ri-pensare. Avrei un grande desiderio che qualcuno oggi si autocancellasse. In definitiva per l’artista l’idea del tempo, o del passato, esiste relativamente a se stesso. Se si ha la possibilità, rivedersi il catalogo, testo di Calvesi, “dotte” didascalie di Bonito Oliva e splendide foto, opere in sè. Scatti di De Martis.

Veltronismo

domenica, 4 febbraio 2007

Su Micromega anni fa Lui venne definito “epuratore omeopatico”, perché quando era direttore del grande quotidiano comunista ti licenziava o ti faceva fuori con stile e bontà.
Il veltroniano è totalitario e totalizzante, è agito da una pulsione panottica. Macchina desiderante in atto deve esperire tutto e tutto gli riesce, con facilità, leggerezza. Il suo narcisismo patologico è mascherato da equilibrio e modi gentili e si risolve nel dare sempre l’impressione che lui non faccia nulla; le cose accadono e basta, come per caso.
Il veltroniano ha capito che una volta conquistata una postazione politica ed un conseguente bagliore mediatico si può fare tutto, da Sanremo agli esercizi spirituali in monastero; quando sei opera pop in atto il mondo è materia plastica che puoi modellare come vuoi.
Fu Lui per primo ad indicarci la strada su un settimanale, ove teneva la rubrica delle recensioni dei film televisivi, e a farci capire ciò che ad una generazione era sfuggito: il fattore B, il lato B del cinema, della vita, della cultura. La sua vendetta esistenziale fu lenta ed inesorabile, lima silenziosa, psicanalisi pubblica, autorisarcimento con spettatore.
Lui, uomo afflitto sin da bambino dal fattore B, iniziava così a piegare il mondo, a rovesciarlo e a plasmarlo secondo le proprie fattezze. Il fattore B, per il veltroniano, diventerà finalmente il lato A, la canzone principale, il marginale vincente, la stupidità intelligente, Forrest Gump alla carbonara. Ci ha fatto piangere con le figurine ed ora, da performer multimediale, ci fa piangere con la sua tournè sulle lezioni di politica, appena appena plagiando Jovanotti.
Tutto questo non sarebbe possibile se non ci fosse, dentro il veltroniano, un uomo buono.
La sua bontà è come un martelletto di gomma, non fa rumore e con lentezza ed efficacia ti spezzetta le ossa e, se hai fiducia nella durata, ti impedirà pian piano di muoverti perché lo spazio è stato tutto occupato.
Lui è consigliere comunale, parlamentare, direttore di quotidiano, scrittore, sceneggiatore, doppiatore, critico cinematografico, segretario di partito, ministro, vice Presidente del Consiglio, Sindaco. E deve ancora spendersi. Nella capitale, ove governa, nelle scuole si recitano sue sceneggiature e i cittadini aspettano gli autobus in ritardo leggendo i suoi libri.
Lui ha scapolato la spuria realtà del contemporaneo, è al di là; il veltronismo è altrovismo.
Quando si saranno esauriti gli ultimi e tardivi sussulti del ventesimo secolo, e l’altro suo doppio
sarà merce scaduta, non ci sarà un partito unico ma un uomo unico: Lui; ginnicamente pronto ad accogliere il grado zero della storia; poi vivremo in un fantastico, interminabile e felice festival.

dondolo

Vita immaginaria di Franco Angeli. ©

venerdì, 19 gennaio 2007

1Franco Angeli lo rivedo oggi sui muri della mia città.Sono interventi strategici, soluzioni d’angolo degli edifici, monocromi in genere di piccolo formato – danneggiano pochissimo nel loro minimalismo – o al massimo due colori, lavori veloci fatti con le “mascherine” sul cui vuoto viene spruzzato il colore. Si distinguono dagli ormai banali e noiosi graffiti – realizzati da epigoni graffitisti bambini che hanno ormai poco da dire ma solo sporcare – per grammatica ideologico-politica e sintassi no-global, messaggi duri e sintetici, oppure per contenuto d’amore, messaggi rivolti al mondo che l’amato/a forse non leggerà mai: Killer-Cola, ove il mitico nome-logo della Coca-Cola, anche qui con il colore un po’ sgocciolante come gli smalti di Mario Schifano degli anni Sessanta, si trasforma abilmente in una rivoltella, oppure i neri ritratti accoppiati di Bush e Berlusconi con la dicitura “assassini” e ancora appassionate scritte d’amore circondate da due ali: Sei entrata nel mio cuore come una cascata e ne uscirai goccia a goccia, frase questa ove le valenze semantiche sono molteplici e persino inquietanti.graffiti1.jpgHo iniziato a fotografare e raccogliere queste efficaci operine in città quasi da flâneur iniziando a confrontarle con i quadri di Franco Angeli casualmente; le sue lupe romane, le falci e martello, gli Half Dollar, le svastiche, i cuori e gli aeroplanini che volteggiano nel cielo, realizzate su tela con la stessa tecnica che usano questi Batman ideologici o amatori frustrati, perché, come si sa, tra i tanti mestieri giovanili che Angeli ha praticato nel suo romanzo esistenziale, c’era anche quello del carrozziere, pratico di sagome in negativo, di ritagli, di stampini e aria compressa, che vogliono dire pazienza nella preparazione ma rapidità ed efficacia nell’esecuzione, come se in un dato momento non ci fosse tempo.E il tempo, per gli odierni batmaniani, non c’è.Se ci sia qualcosa di vagamente pop in tutto questo – o se il pop italiano fosse un pochino politico rispetto all’indifferenza oggettivante americana – è un problema che lasciamo volentieri alla dermatologia dell’arte e della critica che in genere attua una diagnostica affascinante che classifica gli effetti di superficie ma che cura sintomalogie profonde con creme e unguenti estetici.Che Angeli sia un’artista pop o neo-metafisico è poco importante – anche se una sua collocazione gioverebbe alla quotazione dei suoi lavori. Spostandoci di reparto, magari in quello di anatomia, di chirurgia o di cardiologia la prospettiva cambia.Con i suoi simboli, e la sua vita, Franco Angeli rappresenta, con una contraddittorietà che non si è mai vista in un artista italiano in quegli anni, il cuore di Roma, ma anche le sue secrezioni biliari, persino una Roma da Eliogabalo, tra il teatro della crudeltà e la farsa.Non è New-York. Sono invece gli artisti americani a venire a Roma .halfLa relazione tra gli spray fortemente ideologici in città ed i quadri di Angeli non è dovuta solo al mezzo tecnico ma al disvelamentto che il mezzo tecnico dispiega. Manca un soggetto, l’autore è invisibile. Gli stampi sono scambiabili e distribuiti in serie e chiunque può essere artefice dell’intervento murale; ci sarà sicuramente un’origine creativa ma questa si perde in una miriade di ripetizioni appena differenti, cloni di effigi diversificate dall’immanenza del luogo e del tempo a disposizione, o del colore che ci si è portati nello zainetto. Il soggetto si eclissa in un noi notturno antagonista ad un voi mattutino e abitudinario, un diavoletto urbano che sembra parafrasare il demonio: “il mio nome è legione”; pur solitario esso si ricongiunge idealmente al rullo di tamburi del web, che serpeggia nella rete attraverso nuove liason dangereuses.I batmaniani sono esecutori efficienti di icone la cui fonte originaria si polverizza in quella zona indistinta che ondeggia tra la pubblicità e, più o meno inconsapevolmente, archeologie artistiche protoindustriali di riproducibilità tecnica.Non c’è da stupirsi se tra gli artisti che aprono varchi seduttivi presso le nuove generazioni di studenti che si avvicinano all’arte, da almeno una ventina d’anni, ci sia il grande “idiota” pop Andy Warol, equivocando forse sulla facilità della sua arte, ma le cui parole rimbombano ancora nei selettivi padiglioni auricolari dei nostri giovani esordienti.La ragione per cui dipingo in questo modo è che voglio essere una macchina, e sento che quando faccio una cosa e la faccio come fossi una macchina, ottengo il risultato che voglio.Sparizione dell’io o sua delocalizzazione in qualche ingranaggio, purchè significativo e determinante del sistema dell’arte, farsi vuoto, spoliazione del soggetto ridotto a banalità ripetitiva, diciamo unidimensionale, per far felice il Marcuse dei “mitici” Sessanta.Più che la parola critica spesso è la voce laterale, testimonianza di una semplice esistenza, o di una storicizzata relazione affettiva che decide di sciogliersi in morbida e leggera scrittura, a illuminarci circa questa autocancellazione del soggetto e delle sue mappe nervose e sanguigne.Voler togliere l’io dal quadro, ammesso che sia possibile, non significava togliere l’ego dai rapporti. Le gelosie, l’indice di gradimento di una mostra, il successo personale dell’uno a discapito di altri, le incomprensioni erano all’ordine del giorno. Cercavo più o meno consapevolmente, nei quadri di Renato, di leggere quello che nella vita di relazione pareva sfuggirmi, ad ogni mutamento cercavo di interpretare il senso psicologico del suo lavoro. Avevo ormai realizzato che di Mambor ce ne erano almeno due: quello un po’ infantile, sensuale, emotivo che io potevo amare, e quello “freddo” che mi parlava attraverso i quadri.(Paola Pitagora, Fiato d’artista)L’Io diviso di Laing è un abito indossato con disinvoltura dall’artista Renato Mambor con i suoi “Uomini timbrici” e “Uomini statistici”, freddi e anonimi come le segnaletiche stradali, ma per Franco Angeli la contraddizione e lo spaesamento esistenziale, determinati da questa frattura tra l’essere e il fare, sfiorano ragioni più profonde e affascinanti che toccano tutte le corde, da quelle basse e indicibili a quelle liriche e sublimi, in una relazione di continua reciprocità alimentare che supera quella dello stereotipo di una “contraddizione dialettica”, tanto fortunatamente praticata in quei “dolci” anni, soprattutto nella versione “comunista”.Che sia una donna, attrice, artista di altre pratiche che mette in gioco sfide con il pubblico di altra natura, a dirci alla fine verità rimosse non deve stupire più di tanto.Il femminile, in quegli anni era l’altro.Il doppio legame con la donna, con le donne, che la vita di Angeli rappresenta in maniera eclatante, apre arretratezze culturali nell’Italia in movimento presente anche nei pittori figli della Lupa di Roma, schizzati per aria dal “boom” della guerra prima, e da quello dello sviluppo economico poi, ricaduti a terra confusamente, ma con una sedia di salvataggio al Caffé Rosati in Piazza del Popolo, con un Negroni in mano.La dimensione privata cominciava ad essere tenuta a distanza e relegata in area sospetta; dal 1968 in poi il privato diventerà politico; passioni, sentimenti, vita di relazione, passano nel setaccio ideologico con conseguenti fratture esistenziali.Franco Angeli ne è totalmente esente e straniero. Usa “mascherine” e “velatini”, nei suoi quadri come nella vita, tenendosi debitamente distaccato da questioni di identità.fotogramma angeli2Ci sono vite nelle quali si può morire almeno due volte.Poi ci sono le piccole morti, quelle quotidiane, morti a cui spesso assistiamo ignari, cellule che muoiono, pezzetti di memorie defunte, microchimiche che collassano, arti che rattrappiscono, insieme a tutto quel vivere morendo che ci accompagna sin dalla nascita.Franco Angeli è morto la prima volta nel 1967, schiantandosi con la sua auto.Questa è la sua morte nel film di Franchina Morire gratis in cui Angeli è protagonista. È quasi un suicidio, anche se alla guida c’è, casualità della sorte, la sua compagna di viaggio.Una vita scambiata per niente, gratis appunto.La seconda morte avviene nel 1988, causata dall’AIDS, un male che ti consente una “durata” della morte, o della sopravvivenza.Tra le due una differenza di spazio e di tempo, non in senso “geografico” o “storico” ma solo di “durata”; la prima morte è quasi fulminante, ed è verticale, la seconda la puoi guardare nel suo evolversi, è orizzontale, la guardi allo specchio e ne possiedi persino una o più fotografie. Le morti non sono mai simboliche, il simbolo attua procedure spesso distaccate e ciniche e non ha tempo per te.Le morti tuttavia sono regolate da Destino e sottoposte agli svolazzi capricciosi di Fortuna che potrebbe non soggiornare mai, nemmeno per una manciata di secondi, sopra la tua testa anche per una intera vita.Destino ti concederà deviazioni e differimenti, alcune Domeniche, alcune struggenti felicità, allenterà la fune facendoti sentire libero ma poi con decisi e poderosi colpi di braccia avvicinerà a sé l’estremo del capo al quale tu sei sempre stato aggrappato.Gli appartieni.Quando Destino si è avvicinato a Franco Angeli, sfiorandolo per la prima volta, aveva una grande complice chiamata Bellezza.Bellezza è dono che va maneggiato con cura e contiene sempre il suo rovescio, l’orrore e il teschio, vanitas perenne; volto che crepa all’alba ove scruti i segni della dissoluzione consumata in una notte.La tenuta del corpo, la tempra fisica, la fortuna di possedere armonia, concedono tante resurrezioni. Genetiche imperscrutabili resistono alla corruzione di vite dispendiose e pericolose; persino nelle cadute più vergognose, Bellezza, ti salva sempre.Una foto in bianco e nero dell’ultimo periodo della vita di Angeli ci mostra un corpo smagrito e fattosi fragile ma di secchezza nervosa e ancora scattante, occhi smarriti – lui viaggiatore sicuro dei luoghi di Roma – la mano destra tiene la sinistra, mani che sembrano attrezzi, utensili, mani più da scultore che da pittore, non sono a riposo, son mani che non riescono ad oziare a lungo, la testa appare spropositatamente grande, forse per l’uso del grandangolare in questo scatto fotografico, i capelli splendidi, fluenti e curati nell’apparente sconciata casualità.Le ultime foto di Angeli possono competere con quelle di Denise Colomb di Antonin Artaud nel 1947 che ci mostra il grande artista segnato irrimediabilmente dalle malattie e dagli elettrochoc ed è pudicamente elegante a suo modo; una mano sembra tenere a freno l’altra. Ma l’eleganza di Angeli è ancora stupefacente; indossa qualcosa di appena passato di moda, ma ancora fresco di un infinito e immaginario guardaroba senza tempo.Bellezza ed eleganza si fanno ancora scudo della morte imminente.3Mestiere infame questo dell’artista da sempre nell’eterno quotidiano della vita invivibile…

Ma se codesto chiamiamolo risultato artistico è subordinato al successo decretato dalla visione altrui e all’apprezzamento critico la fantomatica aristocrazia del simbolico lavoro è degradata al vilissimo posto di lavoro se non addirittura svergognata a dopolavoristico galeotto sollazzo, senza per giunta trascurare il fatto che sulla scorta insana di eccezionali precedenti illustri la massa degli addetti all’artificio è spesso incauta vittima di alterazione psichica stordimento alcolico narcotico fino alla più gratuita autodistruzione…

L’arte come servizio sociale? Ma è un servirsi degli altri al solo scopo di uno sfrontato personalissimo tornaconto nel riconoscimento pubblico…

Carmelo Bene, Quattro momenti su tutto il nulla.Una nota gallerista romana, una vecchia signora, mi dice per telefono ben poco di Franco Angeli e mi invita a desistere giacché non avendolo conosciuto non si può scrivere nulla. Dopo quasi sedici anni dalla morte del pittore questa signora ha ancora evidentemente tutti i nervi scoperti e concitata dice: «Era un uomo cattivo, si è rovinato con le sue mani, non c’è più nulla da dire».Certi artisti non finiscono mai di morire.Sarebbe consigliabile non mettere in relazione l’etica o la morale con l’arte, scelta azzardata e fuorviante, e men che meno andrebbero maneggiate categorie come “buono” o “cattivo” che riproducono noiosamente le figure della vittima o dell’approfittatore molto spesso scambiabili a seconda delle situazioni, delle compravendite, delle transazioni.Circa poi l’aspetto autodistruttivo, quel rovinarsi con le proprie mani – e chi altri potrebbe essere autore della propria catastrofe se non l’artista stesso? – parrebbe tautologico ed offensivo, ormai, ridire ad un morente: «Te lo sei voluto» e dirlo poi alle ceneri è mistero tutto femminile, che Angeli avrebbe dovuto, lo spero, tenere in debito conto.La morte di Angeli è morte autoriale, questo è indiscutibile.Che la bellezza possa essere cattiva questo sì, è un dato certo; la consapevolezza di un potere seduttivo, attrattivo, e la coscienza del dono della bellezza, sono armi che possono farsi anche crudeli, lasciare il segno, come abbiamo visto nell’inconsapevole autoanalisi della signora romana; ferire, annichilire l’ingenua offerta della debolezza e della generosa disponibilità. Ma qui gli attori agiscono in uno spazio molto particolare, definito dalla simulazione dell’arte e dall’artificio delle droghe.È uno spazio che non deriva dalla produzione di opere, o almeno non sempre ma, al contrario, l’essere artisti garantisce la produzione ed il consumo di tale spazio: successo, danaro, lusso, sesso, dispendio, esserci, esserci ed esserci sempre nella forma del narcisismo secondario.Dipingere, realizzare opere d’arte, sono garanzia per la quotidiana sovraesposizione, per una vita dispendiosa ed eccessiva per sé e per gli altri, le altre.Lo snobismo di Franco Angeli: l’ex poveraccio che ora beve solo champagne e solo una certa marca, come nei film di James Bond, che gira in macchina con l’autista e fa regali fuori di testa alle sue innumerevoli fidanzate. Nel film di Luca Ronchi, Franco Angeli Film, è il ricordo di Fabio Mauri a sintetizzare, in un efficace ossimoro, il rapporto che l’artista intratteneva con le donne: una delicata brutalità.Veste di sartoria o nei migliori negozi di Roma, più elegante di qualsiasi personaggio descritto da Alberto Arbasino, artista di guardaroba più che di trovarobe, abitatore di suite più che di umide cantine romane ove reumatologicamente si consumavano le sperimentazioni attoriali, raccoglitore di icone ideologiche filtrate da veli per chissà quali pulsioni vojeuristiche, ma ben lontano dai moti scardinanti della seconda metà degli anni Sessanta – persino Guttuso pare avesse contribuito ad un murales insieme agli studenti occupanti a Valle Giulia – non è artista sociale di folle o di masse o di spazi aperti ma è artista di studio, di galleria, di alberghi, di alcove, di letti, di “piste”.Si dipinge per sostenere questa vita, per far fronte ai debiti, per restare allineati ad un genere esistenziale ove non sono ammesse retrocessioni ma si può solo alzare la posta, si può anche morire gratis ma la vita ha da essere dispendiosa.Così ciò che può apparire produzione febbrile – che inflaziona il mercato dipingendo quindi contro se stessi – si configura come schiavitù al destino che ci si è scelto, schiavitù, soprattutto, alla vita che si è scelta.Arte sacrificata alla vita, una volta tanto.Per quanto Franco Angeli non abbia mai dipinto un capolavoro qui diamo ragione a Carmelo Bene, di due anni più giovane e che si è rovinato anche lui con le sue mani, anzi con la sua voce – e diciamolo una volta per tutte che è molto meglio rovinarsi da soli che farsi rovinare dal prossimo! – diamo insomma ragione a quel genio salentino che ci ricordava che piuttosto che fare capolavori bisogna farsi capolavori, nella vita.Se Angeli fosse un uomo buono o no ha poca importanza ma se qualcuno ne ha memoria è perché è stato cattivo. Tanto basta. Non per noi che dovendoci inventare la vita di un morto siamo liberi da categorie morali e dunque più rispettosi e, forse, crudeli, in modo tale da superare le piccolezze terrene dei ricordi dei vivi.Ne scriviamo come se anche noi fossimo trapassati.Franco aveva preso il primo aereo del mattino giusto in tempo per venirmi a prendere, gli saltai al collo abbracciandolo se ben ricordo inciampando nelle valigie, c’era un motoscafo ad attenderci che ci portò “all’Hotel de Bains” al Lido, salimmo in camera, Franco aveva ordinato ben cinquanta rose rosse profumatissime, non uscimmo di lì per tre giorni, facevamo salire il pranzo e la cena in camera: AVEVA VINTO! Era una “luna di miele” magica; un giorno mi fece conoscere una coppia di suoi amici che ci aspettavano nella hall dell’albergo, che scambiai per due turisti tedeschi, poiché erano vestiti come tali, cioè in calzoncini corti e sandali da frate, non ricordo se avessero avuto la macchina fotografica a tracollo ma era come se…; ma niente affatto erano Goffredo Parise e Giosetta Fioroni, italianissimi e adorabili, ci portarono a mangiare il pesce sulla laguna, da Scarso a Malamocco dove spesso torno, e poi a visitare il cimitero sull’isola dove è sepolto Stravinsky e dove, Goffredo e Franco cercavano un lotticino al sole: Mi portò alla Biennale di pittura dove mi iniziò all’arte contemporanea, tra i De Kooning, i Pollock, Jim Dine, ecc… ecc… ecc… Di arte antica ne sapevo forse più io essendo fresca di studi.
Andammo alla “ Festa dell’Unità, alle Zattere, per poi cenare da Arrigo all’Harris bar, con cibi prelibati e vini d’annata. Io non capivo, ero andata via di casa per una difficile e costosissima scelta di rigore rinunciando a tutti i privilegi possibili ed ora mi ritrovavo ad andare sì è vero alla festa dell’Unità, ma facendo una vita ancor più da nababba di quando era a casa! Domandai a Franco che senso avesse tutto ciò e mi rispose così: “Le contraddizioni, è fondamentale vivere le contraddizioni!” Non riuscivo a capire ma ne presi atto.Livia Lancellotti, Un ricordo di Franco Angeli in: Andrea Tugnoli, Franco Angeli Pistoia, 2001Certe vite somigliano a rette geometriche che hanno origini opposte, s’incontrano nella spazialità della vita e nonostante la loro natura oppositiva, un’opposizione diremmo “naturale” ancor che sociale, come la stessa Livia Lancellotti dichiara candidamente, queste rette vivono una relazione di reciprocità, un double-bind : la Lancellotti si “spogliava” di ciò che era, Angeli si “vestiva” di ciò che non era.Nelle reciproche sparizioni e apparizioni sono stati consumati gli anni Sessanta.Nel termine fondativo italiano di “miracolo” economico è contenuta la possibilità nell’impossibilità, l’esserci nell’improbabilità, e la parola “miracolo”, usata nel linguaggio dell’economia, ci inchioda nella dimensione mistica del portentum, italianamente fedeli a noi stessi.Ma i due italiani che candidamente vengono scambiati dalla Lancellotti per due turisti tedeschi sono figure “altre”, e solo dopo aver capito che si trattava di due fiori intellettuali fa ammenda, adeguandosi al trend imposto da Angeli, artista “ricco” ed elegante circondato da intellettuali ineleganti e poveristi.Goffredo Parise non lo immaginiamo con aspirazioni tedesche.Il suo abbigliamento lo immaginiamo piuttosto cinese, nell’abito della nuova Cina che lui ha visitato facendone tempo addietro reportages per il Corriere della Sera, ed è affascinato dalla povertà di quel paese ove tutti vestono allo stesso modo.Lui a Venezia probabilmente è vestito così, come un cinese, omaggio alla rivoluzione culturale, per questo appare così diverso dal resto dei suoi simili: è un ready-made.Del resto, il bel ritratto che Parise dedica ad Angeli si inscrive nella temperie intellettuale di quegli anni. Se Angeli non è figlio della Lupa lo è del Partito Comunista Italiano:Il popolo italiano è perduto, è introvabile, come tutti sanno; Franco Angeli è un perfetto stile ma fisionomico e artistico di quel popolo. Ora, questa bellezza popolare umanistica ed estemporanea, che in Franco Angeli ha dato il più bel fiore romano, ha dato altri fiori qua e là nel nostro paese: che sono stati raccolti tutti dal Partito Comunista Italiano. Il Partito Comunista Italiano non vuole essere estetico meno che meno esteta o estetizzante, perché vuole essere soltanto ideologico e politico e perché trova tutto ciò che è estetico: decadente, borghese, eccetera eccetera.
Invece il Partito Comunista Italiano deve essere felice e soddisfatto come una madre che sa di avere qua e là, nel nostro paese, dei figli belli che rappresentano le tradizioni morfologiche (e psicologiche e stilistiche e culturali) del nostro paese. Deve essere contento perché se vuole, come vuole, opporsi alla borghesia, anche questo conta. Dire di Franco Angeli «che bel pittore comunista» è mille volte meglio specie per chi lo dice con invidia come certa parte di borghesia, che dire «che brutto pittore comunista».(Goffredo Parise, Artisti)Mantenendo uno sguardo “poetico” anche Pier Paolo Pasolini riponeva nella generazione dei giovani comunisti italiani, meno disponibili alla manipolazione consumistica ed alla conseguente e nefasta mutazione antropologica – una gioventù, in generale, anche sempre meno disponibile, in verità, al “rimorchio” – una speranza per il futuro del paese. Intuizione poetica confermata da verità storica ed esistenziale per chi vuol ricordare, o semplicemente accingersi allo studio di quei primi anni Settanta.Per Angeli, che ha già superato la soglia dei trent’anni in questo incisivo ritratto, ricordo di una vacanza sciistica a Cortina – che però ci dice poco dell’uomo, tale è la “distanza” ritrattistica – vale forse la dimensione dell’unicità piuttosto che della coralità.Pezzo unico e di difficile estensione sociologica, sfiorato sia dalla grazia che dalla dannazione, dalla levità e dalla caduta – unità di peso e di misura queste da non sottovalutare – Angeli andrebbe scardinato dalla postura moralistica di sinistra, che ha sempre praticato in verità una “doppia” morale, sottratto al pasto cannibalico degli ex-partecipanti, che autoassolvendosi lo riproducono in santini tascabili e, infine, restituito al suo “romanzo”.4Se la fisiognomica vale qualcosa, le foto di Angeli, oltre ai fotogrammi del film di Franchina naturalmente, parlano chiaro.Uno scatto di Ugo Mulas alla Biennale di Venezia nel 1964 rubato in un momento di “riposo” o di pausa di lavoro, mostra Franco Angeli e Tano Festa insieme, quest’ultimo seduto a terra, “svaccato”, con delle oziose sayonara ai piedi, le ciabatte infradito giapponesi molto di moda in quel periodo.Angeli vi si contrappone in termini sartoriali, sorseggia un drink appoggiato sulla porta, pare un modello in posa al quale hanno dato il tema: fai lo chic, osserva il passeggio e cerca di rimorchiare.Maledettamente bello ed elegantissimo, seducente e cattivo, preda e cacciatore, presente a se stesso, autoprogettante, opera puttanesca in atto.Le ciabatte di Festa indicano una messa in gioco, si tenterà l’avventura a New-York.Le scarpe eleganti di Angeli indicano invece il radicamento ai previlegi che Roma può offrire e ai quali è difficile rinunciare. Non si viaggia.Se si osservano i suoi continui cambiamenti di indirizzo di residenza o dello studio ne viene fuori una mobilità intramuros impressionante, dovuta probabilmente a debiti accumulati e sfratti conseguenti, sino agli ultimi anni dove si arrangiava tra un residence e l’altro, pur dipingendo, con una figlia bambina e un gatto.A me se mi tolgono da Roma io muoio, no, non sono di quelli che vanno nel Congo o nel Vietnam.La verità è che sto bene solo a Roma, cento persone che mi conoscono, altre duecento che vengono alle mie mostre e un’altra cinquantina che conosco nei bar.Quando ne esco queste trecentocinquanta persone mi mancano come fratelli.A Roma magari li odio o li detesto ma già qui a Genova mi sento solo.(Morire gratis)Nelle due posizioni degli artisti è facile intravedere le diverse modalità dell’agire: il primo, verticale, segna cartesianamente appartenenza abitazione e possesso del luogo, è un uomo intruso; il secondo, seduto sul pavimento, è misuratore immaginario della terra, nomade, metà genio e metà clochard, centrale e marginale insieme, è uomo estruso.Angeli e Festa forse incarnano le due nature, speculari e reattive di fronte ad un esordio di nulla e di macerie, un esordio italiano: il revanchismo sociale; essere ciò che non si è. Il distacco giocoso e teatrale dalla realtà; non essere ciò che si è.Nel film di Franchina, Franco Angeli interpreta un artista che viaggia per raggiungere Parigi portando con sé una scultura, una lupa romana, che lui definisce “quadro”, al cui interno un nastro magnetico riproduce la voce di Mussolini.Ma l’opera d’arte è solo un mezzo di trasporto che contiene in realtà una partita di droga.All’arrivo nella galleria parigina Angeli non si accontenta del milione pattuito per l’acquisto del suo lavoro ma vuole realizzare di più, visto il rischio che ha corso durante il viaggio e nel passaggio di confine. La gallerista gli nega altri soldi; Angeli distrugge la sua opera e ruba la droga dal ventre spaccato della lupa romana; fuori della galleria dei teppisti assoldati dalla galleria lo pestano per bene, recuperano la droga e lo lasciano sanguinante in strada.Per Angeli l’arte è un mezzo, quasi mai un fine.Io ho solo paura di morire gratis, per niente.angeli-venezia1.jpg

mercoledì, 17 gennaio 2007

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lunedì, 15 gennaio 2007

volto