Archive for the ‘Libri’ Category

Una recensione per il Grandevetro n. 207

lunedì, gennaio 23rd, 2012

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Antonio Marchetti

I pescatori di perle

Sono passati undici anni dalla pubblicazione del libro Barcellona. Sulle tracce perdute di Pepe Carvalho di Alberto Giorgio Cassani, in quella fortunata collana da lui stesso diretta insieme al poeta Marco Vitale, Le città letterarie.

Avete indovinato, lo scrittore con cui Cassani sta al passo è Manuel Vázquez Montalbán, un passo condiviso, il cui ritmo non scandisce le corde della nostalgia ma semmai quelle di una archeologia stratificata, melanconica, per certi versi della compasión, come nelle vite osservate dal detective privato Pepe Carvalho: osservarle per un certo tratto del loro percorso, senza preoccuparsi né dell’inizio né della fine, restituendo loro una qualche memoria. L’autore e il suo doppio sono due “pescatori di perle”, per usare la bella espressione di Hannah Arendt dedicata a Walter Benjamin.

Il Montalbán-Carvalho viene fatto “brillare” da Cassani, come si fa con una bomba, senza arrecare danni alle persone, facendo esplodere gli infiniti sguardi critici sulla città contemporanea dentro la scrittura narrativa.

Di questo libro è stata stampata pochi mesi fa una nuova edizione ampliata con il solo titolo Barcellona e con una nuova copertina, più accattivante e seduttiva e che si lascia alle spalle quel sapore da livre de poche, un po’ vintage, delle passate edizioni in oltre trenta titoli.

È doveroso a questo punto dare qualche notizia sull’autore, anche per comprendere l’ampia attrezzatura di cui dispone sul suo tavolo di lavoro quando intreccia “le Barcellone” (Barcelonas) di Montalbán con le avventure del suo eroe Carvalho, detective dall’occhio distaccato (alato?), ma implacabile. Alberto Giorgio Cassani è architetto e studioso dell’architettura, in modo particolare è uno dei migliori studiosi dell’opera e del pensiero di Leon Battista Alberti; al contempo irrompe spesso nel contemporaneo e nelle problematiche della conservazione architettonica attraverso libri, saggi e articoli su varie riviste, tra le quali Casabella, ove collabora stabilmente. È questa variegata scatola di utensili che gli consente di stare al passo delle Barcelonas perdute di Manuel Vázquez Montalbán-Pepe Carvalho. Per capire l’architettura attraverso l’occhio di Carvalho, Cassani ci invita a leggere ad esempio il racconto L’esibizionista. Montalbán non ama i luoghi turistici ma in questo racconto il suo detective è quasi costretto ad occuparsene. Sono le architetture di Gaudí a fare da sfondo, come nella Pedrera: quei tetti concepiti per tappare le cervella della borghesia più prevedibile. Poi, nel libro, avanza lo sfortunato razionalismo catalano, dubbioso ma interessato circa il padiglione tedesco di Mies van der Rohe, ma la guerra civile ed il franchismo lo seppelliscono… Una vocazione interrotta.

Cassani si è formato con due maestri indiscussi: Manfredo Tafuri e Massimo Cacciari. Tali poli attrattivi, non certo facili, riecheggiano nello stile e nel tono di questo libro che ha una propria e personale originalità. Inoltre, a Venezia, Cassani insegna Elementi di Architettura e Urbanistica e Storia dell’Architettura Contemporanea all’Accademia di Belle Arti. Appartiene a quella generazione che trattiene i due capi di una corda precariamente tesa, ai cui estremi ci sono l’eredità di una ricerca alta e difficile e quella di una trasmissione-traduzione didattica verso tutti quei giovani esordienti che non potranno affacciarsi al nuovo senza una conoscenza dei passaggi storici della critica dell’architettura. Compito non facile. Questo libro mette in tensione la fune con piacevolezza, tra archeologia del sapere e incertezza-disincanto verso il futuro, con un malcelato intento didattico; nel senso più alto del termine.

Alberto Giorgio Cassani, Barcellona, coll. Le città letterarie, Ed. Unicopli, Milano 2011, pp 168, € 12

Essere contemporanei

giovedì, novembre 24th, 2011

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Alberto Moravia considerava Joseph Conrad uno scrittore del secolo scorso, nel senso del XIX secolo visto da  uno scrittore del XX. Alberto Moravia oggi si legge poco ed è quasi dimenticato. La sua “urgenza” contemporanea lo ha paradossalmente invecchiato, e certo non merita questa dimenticanza. Leggere Conrad è sempre un piacere. Le “figure” dei suoi romanzi e racconti assumono sempre più “caratteri” contemporanei, mentre Moravia, appena l’altro ieri, ci appare lontano e, forse, desueto. Il cinema conferma l’attualità di Conrad, nei suoi tratti trans-storici e permanenti del comportamento umano. C’è da interrogarsi, a ritroso, su ciò che è contemporaneo. Cos’è contemporaneo? Il mio amico algerino Tahar Lamri, che vive a Ravenna, mi ricordava di quanto fossero pieni di luoghi comuni e di superficialità le considerazioni di Moravia sull’Africa fatte a suo tempo.

Se la letteratura ha come scopo quello di dilettarci, tra Conrad e Moravia non c’è dubbio sulla scelta, superando il secolo di appartenenza. Moravia voleva inquietarci senza diletto. Conrad ci inquieta ancora, ma con diletto.

“L’ambiguità”, di Simona Argentieri. E altro…

giovedì, agosto 18th, 2011

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Peccato, un vero peccato, che un libro così arrivi con quasi vent’anni di ritardo.

Lo avremmo preferito prima, quando si procedeva per intuizioni e sensorialità individuali, quando ci dicevano: “sei esagerato e negativo”, mentre si svolgeva la grande festa del nuovo esserci, quando  il grande giornalismo (penso al compianto Giuseppe D’avanzo) già rivelava la menzogna collettiva. Altre figure rivelavano “il narcisismo irrisolto” mentre la psicoanalisi dormiva. Il grande reportage giornalistico ha fatto molto di più. Il libro dell’Argentieri arriva in ritardo scandaloso all’appuntamento. Vi arriva splendidamente, certo, ma lo leggiamo con gli occhi conficcati dietro la schiena. Il primo capitolo del libro, “la malafede come nevrosi” annuncia un esordio di grande interesse soprattutto quando ci si riferisce ai soggetti, al “lettino, come la studiosa ancora li definisce. Successivamente, nella “diluizione” sociale e collettiva, tutto sembra via via indebolirsi andandosi ad intrecciare ad uno sguardo ombelicale ove la psicoanalisi guarda se stessa e fissa i suoi punti di ricerca, pur con una onestà sorprendente quando, a proposito della “malefede” l’Argentieri scrive: “… il problema maggiore è che purtroppo neanche gli psicoanalisti sono al riparo dal rischio della malafede, sia come singoli terapeuti, sia come membri di istituzioni. Paradossalmente, per chi conosce i ‘trucchi’ dell’inconscio è più forte la tentazione di interpretare a proprio vantaggio la realtà e i conflitti con gli altri.”

Gran parte del libro vuol fare i conti, ma non più di tanto, con la propria disciplina, e leggere anche la contemporaneità. Ma allora a chi si rivolge? Più o meno inconsapevolmente – al di là di brillanti enunciati, alcuni memorabili – elegantemente, e con riferimenti storici puntuali – inconsapevolmente e “ambiguamente” la psicoanalisi sembra ritirarsi, non essendo più in grado di proferire enunciati chiari.

Si maschera – e maschera il mondo – in un fraseggio ove il senso è come occultato. Nei momenti in cui ci aspettiamo qualcosa, una “decisione”, una “scelta”, “un affondo” (sì, affondare, entrare nelle viscere con il rischio dell’errore professionale-accademico), il libro ci lascia afflosciati nella delusione. Ma sono anni che è così. Titoli accativanti e seducenti, un capitoletto appena avventuroso ed il resto conformista e consolatorio. Un vero peccato. Quello che manca in questo libro lo scriveremo tutti noi nelle nostre esperienze quotidiane. È un libro stimolante. Ma abbiamo bisogno di ben altro. Siamo bisognosi di skandalon.

Pasolini e la sua metà. In salsa piccante

sabato, gennaio 8th, 2011

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Antonio Marchetti Trenino.

Anni sono mi ero stupito che la pubblicazione dell’opera incompiuta e postuma, “Petrolio”, avesse una prefazione di Furio Colombo.

Non che questo intellettuale, per quanto interessante e ondivago, non avesse i numeri e le credenziali per farlo. Ma, appunto, numeri e credenziali risultavano deludenti ed inutili per chi, come me, si sarebbe aspettato un “pezzo forte” sul piano letterario in tale impresa prefattoria.

In effetti ciò non dovrebbe stupire. Pier Paolo Pasolini si è sempre mosso in ambiente “protetto” dal punto di vista del sistema letterario e degli “opinion leader”, diremmo con venticello vintage.

In definitiva un uomo alla ricerca di “sicurezza” letteraria, in una storicità presente, testimoniata dai più alti autori e critici italiani ed internazionali, tale da affrancarsi l'”icona” dell’intellettuale.

Una “sicurezza” che doveva affrancarlo anche dalle sue avventure omosessuali, così lontane dalle nuances terminologiche di oggi, così leggere, svagate, diversificate, superficiali e specifiche, e persecutorie, a seconda degli ambienti sociali e culturali.

In fondo, i ragazzetti che piacevano a Pasolini, erano pre-lucciole, prima della devastazione consumistica, collocati in uno spazio di innocenza e di inconsapevolezza, tali da alimentare le pulsioni erotiche del nostro poeta. Parliamo di “disponibilità”.

Inevitabilmente però, insieme alla mutazione antropologica determinata dal consumismo, si è accompagnata la scolarizzazione e l’alfabetizzazione di massa che, in molti casi, avrà pur prodotto una “coscienza”, una consapevolezza. Al di là di molte sue acute analisi sulla scuola, in effetti,  il poeta ne chiedeva una sorta di sua abolizione, suscitando non pochi consensi. Il consumismo ha prodotto anche una certa liberazione sessuale.

Qui forse c’è la caduta-perdita erotica dell’omosessuale-intellettuale: l’innocenza è perduta, la disponibilità sessuale anche, la disponibilità si mercifica. La propria sessualità corre parallela ai tagli saggistici.

Oggi, la sessualità di Pasolini, e la sua scrittura letteraria e cinematografica vengono tenuti debitamente a distanza. Perchè?

Per rispondere a questa domanda bisogna tener presente un principio che ormai si è consolidato, almeno da noi, che riguarda l’artista friulano.

L’alto e il basso vanno tenuti separati: la bellezza del verso  o il sublime cinematografico della lotta polverosa di Accattone per la conquista di un nulla – una catenina rubata al figlio – con le note della “Passione secondo Matteo” di Johann Sebastian Bach, nulla avrebbero a che fare col “rimorchio” e i traffici sessuali.

La cultura cattolica con cui siamo impastati, e che impastava lo stesso Pasolini, impedisce di vedere la bellezza nell'”orrore”, la bassezza umana nell’alta letteratura, la contraddizione come fondamento.

C’è un’aspirazione alla salvezza e all’espiazione che inchiodano Pasolini al suo tempo e al suo contesto. In effetti, a tale “maschera”, per quanto paradossale, ha contribuito il poeta stesso, con la sua vena pedagogica-moralistica che attraversa i suoi saggi o articoli. Anche la sua contrarietà all’aborto legale, un “vulnus” in quegli anni, molto ideologici, di liberazione da un mondo arcaico, è di derivazione cattolica, “mascherata” dall’anticonsumismo, in questo caso esercitato sulla vita umana, che sicuramente se ne infischiava delle donne – a parte la figura sacrale della “mamma”, la madre Maria, vera, nella sua “Passione” cinematografica.

Dov’è questo Pasolini? La sua morte oggi viene definita una morte di Stato, tutta restituita a quell’ambiente “protetto” e “sicuro” che ancora oggi resiste. Rubando a Pasolini la sua morte (letteraria?), fedele alle sue premonizioni ed alle sue frequentazioni sessuali, si vuole distogliere l’attenzione dal contenuto della sua avventura artistica ed esistenziale. Ogni tanto qualche politico o intellettuale in astinenza mediatica ci aggiorna sul poeta e sul Grande Complotto. Ma Pasolini, in generale, si legge poco.

Andrebbe letto e “mangiato in salsa piccante”, come suggeriva il corvo in “Uccellacci e uccellini” riferendosi ai “Maestri”, e come ci ricorda Marco Belpoliti nel suo recente libro: “Pasolini in salsa piccante”.

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© Antonio Marchetti

Titoli di romanzi estivi

lunedì, giugno 7th, 2010

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Le parole che ho detto

Quel che resta del pomeriggio

Le carote ridono di primo mattino

Cercami

Suburra

Panni stesi e pallottole vaganti

La ciccia

Sedani patate e donne svergognate

Il mio cuore al vino bianco

Vieni bambino mio

Mamme in corriera

Un bamboccione a Riccione

Merano è una melassa oscura

Mistero a Bagnacavallo

Lasciami stare

Ascolta il mio cuore almeno a metà

La gnocca di Bellaria

Il mio orto per te

La cucina della bisnonna

Amami se puoi

Non son degno di me

Forfora sulla giacca

Omicidio senza luce

Un libro per te

Innamorarsi a novembre

L’anima del sedano e la sensualità del prezzemolo

Essere animali

Toccami se puoi

L’amica di mia zia

Storia di un porcaro

I cavalli sono pazienti

L’oro di Aci Trezza

Emozione

Viaggio in un dopocena

Storielle in carrozza

Formaleide

Brutta storia a Casalborsetti

Il giardino della mia infanzia

Lasciami andare

Essere donna domani

Il segreto di mia sorella

La vedova di Faenza

Bambino mio

Il mio incontro con Padre Pio

Amami se vuoi

L’arrivo del treno

I cipressi della villa in collina

Non ti voglio più

Non tutte le ciambelle escono con il lupo

Vestirsi in fretta

Liberi a Varese

Ti chiedo perdono

Scarpe dispettose

Vorrei parlarti

I pomodori non sempre sono pronti

Ascolto il tuo corpo

Rifiuto

Inclinazione

Rassegnazione

Parla da solo

Il mio bar

La donna del centro commerciale

Masturbarsi con cognizione

Sono un testardo

Agghiacciante

Ricognizione

Guarda com’è ridotto il mio cuore

Ombre verdi

Ho fatto piangere le cipolle

Morte di una suocera

La valle delle jene istriche

Guardami più a lungo

Chattare in inverno

Tra le dune di Lido di Savio

Matrimonio d’agosto

Apri il tuo cuore

Merluzzi per merenda

Duecento colpi di puzzola

Io te e il gatto

Il giardino dei finti confini

Amore 86

Buongiorno Erika!

Il cellulare spento

Il cimitero delle veline

Il bambino addormentato

Ciao! Come stai?

Il blog che uccide

Il messaggino scomparso

Scusami ma ti voglio lavare

Dopodomani ti sposo

Pastorale alla amatriciana

Ritorno a casina

Lasciami stare mamma

Il tuo bel musetto

continua…

Philip Roth e i cento anni di Flaiano

lunedì, marzo 1st, 2010

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Sul Venerdì di Repubblica del 26 febbraio campeggia sulla copertina un intenso ritratto fotografico di Philip Roth dal titolo: “Io e il sesso”.

Sono quei titoli che dovrebbero invogliare il lettore (ma chi già compra la Repubblica sin dal primo numero non ha bisogno di essere invogliato da alcunché) per poi introdurlo al mondo letterario del grande scrittore americano.

Niente di più sbagliato, l’articolo-intervista non smentisce il titolo; non si parla di letteratura ma di sesso. Sembra che Roth abbia solo scritto di sesso. L’inviata del settimanale smentisce il luogo comune che la sessuofobia sia solo al maschile; c’è oggi una diffusa sessuofobia (mascherata dal politicamente corretto e da certo secessionismo femminista) tutta al femminile. Roth risponde con sarcasmo ed ironia alle domande ma la sua letteratura ne esce male o non appare affatto. Un autore viene fuori al meglio con un buon intervistatore ma nel servizio che abbiamo di fronte c’è da chiedersi quale Philip Roth abbiamo letto in questi anni. Pensavamo che il sesso, la morte, il dolore, la malattia, la politica fossero i temi della vita (e della letteratura classica) e che Roth ha sempre trattato  (rileggere “Chiacchiere di bottega”). Ma parlare di ex mogli, di letto, di onanismo, di prostata senza la letteratura ci ricorda, a rovescio ma specularmente, la signorina Delphine Roux de “La macchia umana”, con qualche anno in ritardo storico, e che forse agonizzerà la sua carriera, con l’aiuto della chirurgia plastica, in qualche Talk-show spazzatura contemporaneo .

Purtroppo il Venerdì di Repubblica per molti è ormai solo l’incombenza dei cinquanta centesimi , per il resto si può infilare direttamente nella raccolta differenziata della carta o lasciarlo al giornalaio. Meglio “D”, forse lì avrebbero fatto di meglio.

Il 5 marzo Ennio Flaiano compie 100 anni, portati piuttosto bene.

Per ricordarlo pubblichiamo alcune righe di silenzio:

Amore e ginnastica di Edmondo De Amicis

lunedì, novembre 9th, 2009

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Scordatevi “Cuore”. “Amore e ginnastica” di Edmondo De Amicis è proprio un’altra cosa. È un libro sul vojerismo erotico e sulle fantasie sessuali. Astro attrattivo di tali pulsioni è la maestra di ginnastica Pedani mentre il segretario Celzani il suo infelice e frustrato spasimante. L’universo educativo pedagogico che fa da sfondo, in quel mondo torinese post unitario, non è poi molto distante. Nel linguaggio enfatico  del congresso nazionale dei maestri di ginnastica ivi descritto ci sono già le retoriche fasciste in nuce, l’esaltazione della razza, la gioventù portatrice della fiaccola dell’avvenire con il vigore del corpo consacrata alla nazione. Un riverbero anche nell’oggi, con quel ministero quasi invisibile denominato “della gioventù”, presieduto da una seriosa e mal truccata giovinetta che organizza riaggiornate colonie estive. L’età non è una classe, ci ricordava Franco Fortini qualche decennio fa.

Se volete rimanere affezionati al De Amicis di “Cuore” e al suo “guazzetto di lacrime”, come lo definì Giovanni Pascoli, non leggete questo libro. Se volete rimestare nell’italica letteratura con occhi nuovi e con lo spirito benjaminiano di un primo mattino leggetelo senz’altro, vi divertirete, riderete, e riacciufferete tutta la freschezza e la brillantezza della nostra lingua italiana, la più marginale tra le lingue del globo, purtroppo, anche se viene studiata in alcune università in culo al mondo.

Mattini d’inverno

lunedì, novembre 2nd, 2009

antonio-marchetti-mattino-dinverno.jpg«La fata, presso la quale si ha diritto a un desiderio, c’è per ognuno. Solo che a pochi riesce di ricordarsi del desiderio che hanno espresso; così solo pochi si accorgono del suo compimento nel corso della loro esistenza.» (Walter Benjamin, Infanzia berlinese) 

Massimo Cacciari a Ravenna

giovedì, ottobre 15th, 2009

 

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Venerdì 30 ottobre, alle ore 18.00, presso la Sala Arcangelo Corelli del Teatro Alighieri, Massimo Cacciari, filosofo, Ordinario di Estetica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, nonché sindaco di Venezia, terrà una conferenza dal titolo Da Leopardi a Beckett.

Hamletica, l’ultimo libro di Cacciari, pubblicato da Adelphi nella primavera del 2009, indaga una triade basilare del pensiero dell’età Moderna e Contemporanea, quella composta da Shakespeare, Kafka e Beckett. Nello specifico, la figura di Amleto, quella di K., il protagonista del Castello, e quella dei “solitari” – Vladimiro ed Estragone, Hamm e Clov –, attori dei drammi beckettiani.

Cacciari cita un passo fondamentale di uno dei Racconti in sogno del grande poeta francese Yves Bonnefoy: «Il mondo stava per finire» poiché «l’insieme delle immagini prodotte dall’umanità avrebbe superato il numero delle creature viventi». Su ciò si gioca il destino dell’artista (scrittore, pittore, musicista,  ecc.) “dell’ultimo giorno”. Cosa deve fare? Indugiare? “Farla finita”? Continuare «il nauseante gioco delle rappresentazioni, magari nella forma della dissacrante ironia?». Ma, per Cacciari, Beckett è già «oltre l’artista dell’ultimo giorno». La sua scrittura è «una perenne, infaticabile lotta contro il dis-correre in cui siamo immersi, una perenne ascesi verso il poterlo dis-dire attraverso la sua stessa, implacabile rappresentazione». La nota dominante non è l’“ironia”, ma il “comico”. E qui ritorna Leopardi: «Quanto più l’uomo cresce […] e crescendo si fa più incapace di felicità, tanto egli si fa proclive e domestico al riso, e più straniero al pianto».

Il volume ha ricevuto, all’inizio di ottobre, il premio De Sanctis 2009 per la saggistica, che ha riconosciuto «l’alto valore critico» di una ricerca «schiettamente saggistico-ermeneutica su grandi autori del canone occidentale». Premio ancor più significativo, dal momento che i concetti e la prosa di Cacciari non hanno mai concesso molto al grande pubblico, svolgendo un serrato percorso di riflessione sul pensiero negativo (Krisis, 1976), sui principi primi e ultimi della filosofia (Dell’Inizio, 1990 e Della cosa ultima, 2004), sulla “dualità” e sul conflitto come radici dell’Europa (Geofilosofia dell’Europa, 1994 e 2003 e L’Arcipelago, 1997 e 2005) e sull’ermeneutica dell’arte contemporanea (Icone della Legge, 1985, 2002 e Tre icone, 2007). Cacciari non è nuovo al palcoscenico della nostra città, invitato più volte, negli anni Novanta, dal Circolo Gramsci (si ricordano le sue conferenze su Simone Weil, Leon Battista Alberti, Dante e Francesco), e, negli ultimi anni, da Ravenna Festival. La conferenza di Cacciari al Teatro Alighieri affronterà alcuni temi trattati nel suo recente libro. L’incontro, organizzato dalla Fondazione Ravenna Capitale con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, sarà introdotto da Alberto Giorgio Cassani, docente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e Presidente della Fondazione.



Simonetta Melani su “Il grande vetro”: Gineceo di Antonio Marchetti

lunedì, giugno 29th, 2009

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Simonetta Melani

Stringimi ma non troppo

 

Geniale. Questo ho pensato dell’immagine di copertina dell’ultimo libro di Antonio Marchetti, Gineceo. Occhio, sorriso, baffo ammiccante, abbraccio o animaletto palpitante nel verde morbido carnoso anello-nido fra le sue punte terminali che son radici e frutto o testa e piedi di minuto cordoncino ora bambino, ombelico, talco, culla, profumo di legno amarognolo, selvatica gioia rossa dei campi e altri giochi con altra erba in altro modo: tutto questo è il nodo di Bettina.

Si tratta di un nodo che è richiamo ad arte, frutto di gioco di lingua e di palato, un gioco infantile e quindi ironico, erotico, ma anche eroico perché non a tutti era ed è dato saperlo fare come lei lo faceva: ”Dalla ciotola prendeva una ciliegia, staccava il picciuolo, se lo metteva in bocca e te lo restituiva sulla punta della lingua annodato…”. E Marchetti, che è amico da tempo, artista e scrittore da sempre, privatamente poi mi scrive: “Mia nonna me lo faceva su richiesta (dovevo pregarla sino a ossessionarla) ma ti assicuro, lo faceva. Quel nodo, come puoi capire, è paradigma familiare, psicologico, simbolico. È nodo femminile al di là delle elucubrazioni erotiche adolescenziali del narratore. C’era in quel gesto della nonna qualcosa di virginale, di puro e incontaminato, nonostante tre figli ed una sessualità subita più che vissuta. Nodo virginale, sei d’accordo?”. Come no.

Ed è in questa scia di purezza che si muove il libro, ambientato in una città sul mare, città che soprattutto è casa, anzi case; famiglia anzi nonfamiglia; amici ma anche crude solitudini, insomma lo scorrere della vita di un ragazzino negli anni Sessanta in un paese/città dell’Abruzzo sull’Adriatico che si fa paese/città del mondo. Autobiografico? Non del tutto. L’autore, nato a Pescara, ci avverte maliziosamente che “fatti e personaggi sono immaginari”.

Il libro si annoda e si snoda, appunto, in un paesaggio simbolico fatto di amori, tradimenti, prostituzioni, inghippi, sogni, sacrifici, piccole mediocrità, sorprendenti tenerezze e nefandezze, canzonette e visioni che riemergono da un passato adolescenziale provincial/universale, da un quartiere popolare a mezz’Italia che è l’Italia intera e che impantanandosi si arranca verso l’ambita, piatta architettura d’una periferia anonima ma finalmente borghese come dio comanda: salottino buono, tinello in formica, mangiadischi e annessi e connessi, proiezione di un benessere che sarà come promette: inequivocabilmente e volgarmente traditore. Insomma, benvenuti in casa nostra ci diciamo.

E ci sguazziamo, e da lontano ne sorridiamo addirittura, con punte di nostalgica beota beatitudo, noi, vecchi bambini d’allora, come non ricordare? E Antonio tira fuori la lingua e ne fa linguaccia con buona, sottilissima cattiveria umoristica, perché sa che in fondo ciò che lo salva, al di là di tutto e tutti, è questa sua arguta ironia che ha messo radici in questo paesaggio umano a cui si adegua con una scrittura che come un surf ora cavalca l’onda fra frizzanti evanescenze e ora s’inabissa in cupi abbattimenti esistenziali: un’adolescenza che si fa stile. Come eravamo? Così, come Marchetti, ci dipinge. Tu gratti quel che non ti veste della narrazione e magicamente vieni fuori tu, quello che tu eri allora; vieni fuori proprio tu, bambino di primo pelo, generazione anni Cinquanta/Sessanta, fra il cinema, le figurine, i primi pruriti, il giubbocsse e la televisione condominiale, pane burro marmellata e quando calienta el sol.

Leggendo queste pagine sì, gratti e vinci sempre. Non puoi uscirne fuori senza un sorriso, che è tuo, solo tuo. Non puoi andare a diritto, da cima in fondo, senza soste: devi fermarti, chiudere libro e occhi, sorridere al tanto di ieri e al nulla che ora è e ricominciare: fermate d’obbligo tue, solo tue.

Ah, i buoni, cari parenti-serpenti della nostra convulsa adolescenza, che stava in bilico fra la saggezza contadina, cattiva, feroce, rude ma umana, e un futuro da cartolina a colori, sventolato come una sicura vincita al lotto, finalmente. Che si vince? Un’utilitaria presa a rate, magari una cinquecento elle che sta per lusso, poltroncina ribaltabile, finestrino aperto con radiolina, color blu notte, decappottabile pure, per vedere il cielo, blu nel blu, su una strada lanciata verso il chissà dove. Dove?

Un baiser da qui, Antonin, ta Simone.

 

Antonio Marchetti, Gineceo, Edizioni Il Filo, Roma dicembre 2008, pp. 123, € 14,00

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