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Philip Roth e i cento anni di Flaiano

lunedì, 1 marzo 2010

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antonio marchetti stained glass

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Sul Venerdì di Repubblica del 26 febbraio campeggia sulla copertina un intenso ritratto fotografico di Philip Roth dal titolo: “Io e il sesso”.

Sono quei titoli che dovrebbero invogliare il lettore (ma chi già compra la Repubblica sin dal primo numero non ha bisogno di essere invogliato da alcunché) per poi introdurlo al mondo letterario del grande scrittore americano.

Niente di più sbagliato, l’articolo-intervista non smentisce il titolo; non si parla di letteratura ma di sesso. Sembra che Roth abbia solo scritto di sesso. L’inviata del settimanale smentisce il luogo comune che la sessuofobia sia solo al maschile; c’è oggi una diffusa sessuofobia (mascherata dal politicamente corretto e da certo secessionismo femminista) tutta al femminile. Roth risponde con sarcasmo ed ironia alle domande ma la sua letteratura ne esce male o non appare affatto. Un autore viene fuori al meglio con un buon intervistatore ma nel servizio che abbiamo di fronte c’è da chiedersi quale Philip Roth abbiamo letto in questi anni. Pensavamo che il sesso, la morte, il dolore, la malattia, la politica fossero i temi della vita (e della letteratura classica) e che Roth ha sempre trattato  (rileggere “Chiacchiere di bottega”). Ma parlare di ex mogli, di letto, di onanismo, di prostata senza la letteratura ci ricorda, a rovescio ma specularmente, la signorina Delphine Roux de “La macchia umana”, con qualche anno in ritardo storico, e che forse agonizzerà la sua carriera, con l’aiuto della chirurgia plastica, in qualche Talk-show spazzatura contemporaneo .

Purtroppo il Venerdì di Repubblica per molti è ormai solo l’incombenza dei cinquanta centesimi , per il resto si può infilare direttamente nella raccolta differenziata della carta o lasciarlo al giornalaio. Meglio “D”, forse lì avrebbero fatto di meglio.

Il 5 marzo Ennio Flaiano compie 100 anni, portati piuttosto bene.

Per ricordarlo pubblichiamo alcune righe di silenzio:

Amore e ginnastica di Edmondo De Amicis

lunedì, 9 novembre 2009

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Scordatevi “Cuore”. “Amore e ginnastica” di Edmondo De Amicis è proprio un’altra cosa. È un libro sul vojerismo erotico e sulle fantasie sessuali. Astro attrattivo di tali pulsioni è la maestra di ginnastica Pedani mentre il segretario Celzani il suo infelice e frustrato spasimante. L’universo educativo pedagogico che fa da sfondo, in quel mondo torinese post unitario, non è poi molto distante. Nel linguaggio enfatico  del congresso nazionale dei maestri di ginnastica ivi descritto ci sono già le retoriche fasciste in nuce, l’esaltazione della razza, la gioventù portatrice della fiaccola dell’avvenire con il vigore del corpo consacrata alla nazione. Un riverbero anche nell’oggi, con quel ministero quasi invisibile denominato “della gioventù”, presieduto da una seriosa e mal truccata giovinetta che organizza riaggiornate colonie estive. L’età non è una classe, ci ricordava Franco Fortini qualche decennio fa.

Se volete rimanere affezionati al De Amicis di “Cuore” e al suo “guazzetto di lacrime”, come lo definì Giovanni Pascoli, non leggete questo libro. Se volete rimestare nell’italica letteratura con occhi nuovi e con lo spirito benjaminiano di un primo mattino leggetelo senz’altro, vi divertirete, riderete, e riacciufferete tutta la freschezza e la brillantezza della nostra lingua italiana, la più marginale tra le lingue del globo, purtroppo, anche se viene studiata in alcune università in culo al mondo.

Mattini d’inverno

lunedì, 2 novembre 2009

antonio-marchetti-mattino-dinverno.jpg«La fata, presso la quale si ha diritto a un desiderio, c’è per ognuno. Solo che a pochi riesce di ricordarsi del desiderio che hanno espresso; così solo pochi si accorgono del suo compimento nel corso della loro esistenza.» (Walter Benjamin, Infanzia berlinese) 

Massimo Cacciari a Ravenna

giovedì, 15 ottobre 2009

 

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Venerdì 30 ottobre, alle ore 18.00, presso la Sala Arcangelo Corelli del Teatro Alighieri, Massimo Cacciari, filosofo, Ordinario di Estetica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, nonché sindaco di Venezia, terrà una conferenza dal titolo Da Leopardi a Beckett.

Hamletica, l’ultimo libro di Cacciari, pubblicato da Adelphi nella primavera del 2009, indaga una triade basilare del pensiero dell’età Moderna e Contemporanea, quella composta da Shakespeare, Kafka e Beckett. Nello specifico, la figura di Amleto, quella di K., il protagonista del Castello, e quella dei “solitari” – Vladimiro ed Estragone, Hamm e Clov –, attori dei drammi beckettiani.

Cacciari cita un passo fondamentale di uno dei Racconti in sogno del grande poeta francese Yves Bonnefoy: «Il mondo stava per finire» poiché «l’insieme delle immagini prodotte dall’umanità avrebbe superato il numero delle creature viventi». Su ciò si gioca il destino dell’artista (scrittore, pittore, musicista,  ecc.) “dell’ultimo giorno”. Cosa deve fare? Indugiare? “Farla finita”? Continuare «il nauseante gioco delle rappresentazioni, magari nella forma della dissacrante ironia?». Ma, per Cacciari, Beckett è già «oltre l’artista dell’ultimo giorno». La sua scrittura è «una perenne, infaticabile lotta contro il dis-correre in cui siamo immersi, una perenne ascesi verso il poterlo dis-dire attraverso la sua stessa, implacabile rappresentazione». La nota dominante non è l’“ironia”, ma il “comico”. E qui ritorna Leopardi: «Quanto più l’uomo cresce [...] e crescendo si fa più incapace di felicità, tanto egli si fa proclive e domestico al riso, e più straniero al pianto».

Il volume ha ricevuto, all’inizio di ottobre, il premio De Sanctis 2009 per la saggistica, che ha riconosciuto «l’alto valore critico» di una ricerca «schiettamente saggistico-ermeneutica su grandi autori del canone occidentale». Premio ancor più significativo, dal momento che i concetti e la prosa di Cacciari non hanno mai concesso molto al grande pubblico, svolgendo un serrato percorso di riflessione sul pensiero negativo (Krisis, 1976), sui principi primi e ultimi della filosofia (Dell’Inizio, 1990 e Della cosa ultima, 2004), sulla “dualità” e sul conflitto come radici dell’Europa (Geofilosofia dell’Europa, 1994 e 2003 e L’Arcipelago, 1997 e 2005) e sull’ermeneutica dell’arte contemporanea (Icone della Legge, 1985, 2002 e Tre icone, 2007). Cacciari non è nuovo al palcoscenico della nostra città, invitato più volte, negli anni Novanta, dal Circolo Gramsci (si ricordano le sue conferenze su Simone Weil, Leon Battista Alberti, Dante e Francesco), e, negli ultimi anni, da Ravenna Festival. La conferenza di Cacciari al Teatro Alighieri affronterà alcuni temi trattati nel suo recente libro. L’incontro, organizzato dalla Fondazione Ravenna Capitale con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, sarà introdotto da Alberto Giorgio Cassani, docente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e Presidente della Fondazione.



Simonetta Melani su “Il grande vetro”: Gineceo di Antonio Marchetti

lunedì, 29 giugno 2009

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Simonetta Melani

Stringimi ma non troppo

 

Geniale. Questo ho pensato dell’immagine di copertina dell’ultimo libro di Antonio Marchetti, Gineceo. Occhio, sorriso, baffo ammiccante, abbraccio o animaletto palpitante nel verde morbido carnoso anello-nido fra le sue punte terminali che son radici e frutto o testa e piedi di minuto cordoncino ora bambino, ombelico, talco, culla, profumo di legno amarognolo, selvatica gioia rossa dei campi e altri giochi con altra erba in altro modo: tutto questo è il nodo di Bettina.

Si tratta di un nodo che è richiamo ad arte, frutto di gioco di lingua e di palato, un gioco infantile e quindi ironico, erotico, ma anche eroico perché non a tutti era ed è dato saperlo fare come lei lo faceva: ”Dalla ciotola prendeva una ciliegia, staccava il picciuolo, se lo metteva in bocca e te lo restituiva sulla punta della lingua annodato…”. E Marchetti, che è amico da tempo, artista e scrittore da sempre, privatamente poi mi scrive: “Mia nonna me lo faceva su richiesta (dovevo pregarla sino a ossessionarla) ma ti assicuro, lo faceva. Quel nodo, come puoi capire, è paradigma familiare, psicologico, simbolico. È nodo femminile al di là delle elucubrazioni erotiche adolescenziali del narratore. C’era in quel gesto della nonna qualcosa di virginale, di puro e incontaminato, nonostante tre figli ed una sessualità subita più che vissuta. Nodo virginale, sei d’accordo?”. Come no.

Ed è in questa scia di purezza che si muove il libro, ambientato in una città sul mare, città che soprattutto è casa, anzi case; famiglia anzi nonfamiglia; amici ma anche crude solitudini, insomma lo scorrere della vita di un ragazzino negli anni Sessanta in un paese/città dell’Abruzzo sull’Adriatico che si fa paese/città del mondo. Autobiografico? Non del tutto. L’autore, nato a Pescara, ci avverte maliziosamente che “fatti e personaggi sono immaginari”.

Il libro si annoda e si snoda, appunto, in un paesaggio simbolico fatto di amori, tradimenti, prostituzioni, inghippi, sogni, sacrifici, piccole mediocrità, sorprendenti tenerezze e nefandezze, canzonette e visioni che riemergono da un passato adolescenziale provincial/universale, da un quartiere popolare a mezz’Italia che è l’Italia intera e che impantanandosi si arranca verso l’ambita, piatta architettura d’una periferia anonima ma finalmente borghese come dio comanda: salottino buono, tinello in formica, mangiadischi e annessi e connessi, proiezione di un benessere che sarà come promette: inequivocabilmente e volgarmente traditore. Insomma, benvenuti in casa nostra ci diciamo.

E ci sguazziamo, e da lontano ne sorridiamo addirittura, con punte di nostalgica beota beatitudo, noi, vecchi bambini d’allora, come non ricordare? E Antonio tira fuori la lingua e ne fa linguaccia con buona, sottilissima cattiveria umoristica, perché sa che in fondo ciò che lo salva, al di là di tutto e tutti, è questa sua arguta ironia che ha messo radici in questo paesaggio umano a cui si adegua con una scrittura che come un surf ora cavalca l’onda fra frizzanti evanescenze e ora s’inabissa in cupi abbattimenti esistenziali: un’adolescenza che si fa stile. Come eravamo? Così, come Marchetti, ci dipinge. Tu gratti quel che non ti veste della narrazione e magicamente vieni fuori tu, quello che tu eri allora; vieni fuori proprio tu, bambino di primo pelo, generazione anni Cinquanta/Sessanta, fra il cinema, le figurine, i primi pruriti, il giubbocsse e la televisione condominiale, pane burro marmellata e quando calienta el sol.

Leggendo queste pagine sì, gratti e vinci sempre. Non puoi uscirne fuori senza un sorriso, che è tuo, solo tuo. Non puoi andare a diritto, da cima in fondo, senza soste: devi fermarti, chiudere libro e occhi, sorridere al tanto di ieri e al nulla che ora è e ricominciare: fermate d’obbligo tue, solo tue.

Ah, i buoni, cari parenti-serpenti della nostra convulsa adolescenza, che stava in bilico fra la saggezza contadina, cattiva, feroce, rude ma umana, e un futuro da cartolina a colori, sventolato come una sicura vincita al lotto, finalmente. Che si vince? Un’utilitaria presa a rate, magari una cinquecento elle che sta per lusso, poltroncina ribaltabile, finestrino aperto con radiolina, color blu notte, decappottabile pure, per vedere il cielo, blu nel blu, su una strada lanciata verso il chissà dove. Dove?

Un baiser da qui, Antonin, ta Simone.

 

Antonio Marchetti, Gineceo, Edizioni Il Filo, Roma dicembre 2008, pp. 123, € 14,00

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Il Grandevetro – Via I Settembre, 43/b – 50054 Fucecchio (FI) – ilgrandevetro@alice.it 

Antonio Marchetti:Gineceo. Alberto Boatto

lunedì, 23 febbraio 2009

antonio-marchetti-nodo.jpgConsiderato soltanto alla superficie, “Gineceo” di Antonio Marchetti (il Filo editore, Roma 2008) è una narrazione evidente in ogni suo particolare. Si tratta di un racconto dove l’autore ricostruisce l’intera sua giovinezza, dall’infanzia alla fine dell’adolescenza, dopo gli ultimi anni di un caotico dopoguerra, in una città del centro Italia affacciata sul mare (probabilmente Pescara*). E da questo nucleo discende naturalmente la rappresentazione della casa dove vive, della sbandata ma numerosa famiglia, dei compagni di giochi, e poi la scuola, la chiesa, il piccolo cinema della periferia. Certo il libro di Marchetti è questo, ma non si esaurisce interamente in questa cronaca domestica e prevedibile.Nelle prime pagine, l’autore definisce la natura umana una “poltiglia lattiginosa, ambigua, opaca e ambivalente”, ed è proprio in questa “poltiglia” che affonda la sua narrazione. Questa materia, fatta di pastasciutta e di sperma, d’ingestione della prima e di dispersione del secondo, sommerge l’arco completo della formazione dell’io narrante. Fino al capitolo conclusivo, dove il protagonista viene presentato ventenne e felice proprietario di un’utilitaria, incerto se partire o rimanere, lasciare appunto alle spalle la materia della sua formazione oppure immergersi in essa sino in fondo, trarne tutti gli improbabili profitti. Il narratore non parte, rimandando ogni decisione ad un domani imprecisato.Nel libro questa “poltiglia” si rivela sorprendentemente produttiva. Determina il tipo di narrazione, singolarmente portata più dalla consistenza dello spazio che dalla scorrevolezza del tempo, ed alimenta infine l’humor che colora e deforma tutte le cose. È lo spazio a segnalare i cambiamenti, lo stesso trascorrere della durata. Ed è il senso dell’humor che plasma la “poltiglia” biancastra, ne ricava i personaggi, una rumorosa marmaglia di bambini e di bambine, di ragazzi e di ragazzette, di uomini e di donne.Marchetti finisce per tracciare una minuziosa cartografia, che partendo dal quartiere popolare dove abita, si slarga per tappe successive dal blocco abitativo alla strada, al rione periferico. Fino a segnare la scoperta dei quartieri esterni, dove dimora la borghesia, un mondo diverso negli abiti, nelle abitudini e nello stesso linguaggio.All’intreccio delle strade e dei percorsi abituali in cui si logora l’esistenza del giovane protagonista, corrisponde l’intreccio della parentela. La famiglia, seppure disunita, col padre che vive con un’altra donna e un altro figlio, e con la madre che si è data alla vita, la famiglia è assestata su un fitto numero di componenti, d’incastri, di congiunzioni. La “poltiglia” che invade ogni parte di “Gineceo”, fatta com’è di materia carnale, è fatta con fatalità anche di succo parentale. Con forza espressiva il libro di Marchetti ci testimonia la calda, spaventosa, proliferante realtà familiare di un’Italia che sta uscendo con affanno da una condizione d’arretratezza provinciale e contadina.Ma interviene l’umorismo con la funzione di un salvagente che tiene a galla, impedendo di sprofondare, d’appiattire tutto nel trionfo dell’opacità e dell’anonimo. Ogni figurina che compare è caratterizzata fisicamente e psicologicamente. Magari solo dal colore del vestitino che indossa, dalla smorfia del volto e dall’umile mestiere che esercita. Anche la fatica senza respiro di tutte queste casalinghe, a partire dalla nonna Bettina che tiene in qualche modo unita la dispersa e troppo larga parentela, anche il lavoro delle massaie viene presentato come un mestiere. Come in effetti lo è, privo di qualsiasi compenso anche semplicemente affettivo. Malgrado le acclamazioni che accompagnano i piatti della tradizione contadina che vengono confezionati per le riunioni plenarie della “famiglia-serpente”.Marchetti tende a trasformare i suoi personaggi in piccoli, domestici mostri, scodati ma non affatto innocui. Tranne due: la nonna, che svolge un po’ il ruolo di “martire”, e poi la mamma, la bella e scapestrata Viola che col suo debole per gli uomini e la sua infatuazione per i divi del cinema americano introduce un soffio di folle ariosità nell’asfissia di un mondo portato a fondo dai legami di sangue, dall’egoismo e dalla forza del sesso che infierisce come un’epidemia, senza offrire né distensione né gioia. Il protagonista se ne difende con l’esercizio dell’umorismo, ma ne resta in sostanza prigioniero. Sebbene al volante della nuova Cinquecento, non riesce a risolversi, ad accendere il motore e a scappare via.(*) Sui rapporti fra la città di Pescara ed Ennio Flaiano, Marchetti ci ha fornito una persuasiva e brillante documentazione nel suo: “Pescara: Ennio Flaiano e la città parallela”, Unicopli, Milano, 2004.Antonio MarchettiGineceo, Edizioni Il Filo, Roma dicembre 2008, pp. 123, € 14,00

Gineceo

martedì, 16 dicembre 2008

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Autunno, la letteratura.

lunedì, 27 ottobre 2008

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Per prima cosa viene annunciato il numero di copie vendute. Un numero impressionante. Se non ci fossero quelle vendite strepitose lo scrittore non starebbe lì in televisione a lasciarsi intervistare dal giornalista. Poi tanta vita privata e tantissimo gossip. Allo scrittore si chiederà di tutto, cosa pensa di questo e di quello. Ogni quindici secondi applausi, a scandire brevissime eternità epocali.
Non si parlerà di letteratura per non correre il rischio di pensare, ci sono gli altri che pensano per te; tu devi solo acquistare il libro. Non lo hai ancora letto? Allora sei un marginale sfigato.

Aspettando la neve.

giovedì, 27 dicembre 2007

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Dieci anni fa moriva Alfonso Di Nola, antropologo, autore del famoso La nera signora – Antropologia della morte e del lutto, studioso delle tradizioni popolari, e delle superstizioni, italiane.
Se qualcuno è a conoscenza di qualche iniziativa per il decennale della morte me lo faccia sapere. Per quel poco che so non mi pare ci siano stati ricordi particolari. Studioso “trasversale”, originale, “impegnativo”, per questo dimenticato.
Stessa sorte è toccata a Roland Barthes, morto ventisette anni fa, l’autore più citato e di “moda” anni or sono ed ora completamente rimosso.
Peccato che le nuove generazioni non lo leggano, si perdono molto.
Da quando vanno scomparendo le bibliografie per sostenere esami universitari Roland Barthes è presente qua e là solo in resistenti e rari fortilizi tirati su da inattuali ed eroici docenti. Per Jean Baudrillard (Lo scambio simbolico e la morte) toccherà la stessa sorte. Michel Foucault resiste; in qualche modo Giorgio Agamben ne ha raccolto il testimonio (e Gilles Deleuze? Ernesto De Martino? E chi è Vittorio Bodini?). L’oblio è forse pronto per Carmelo Bene ma faremo di tutto per scongiurarlo. Chi medierà per i giovani? Se per trent’anni si interrompe un flusso chi farà loro conoscere l’esistenza di alcuni nodi cruciali di appena qualche anno fa?
Per molti di noi sarebbe necessario non dare nulla per scontato e ricominciare ogni volta daccapo e “divulgare” (riappropriandoci positivamente di questa parola) i nostri libri alle nuove generazioni prima che sia troppo tardi (e se fosse già troppo tardi?).
Bisogna tuttavia aspettare, sono fiducioso circa il ritorno di certi autori.
Nel frattempo noi rileggiamo i libri che già abbiamo e compriamo di meno (al mese, non più a settimana), visto che c’è poca scelta. Si traduce poco e male e non si ristampano libri che abbiamo perso appena dieci anni fa (per taluni un secolo!).
Leggendo un mese fa la biografia di Leo Castelli scritta da Alan Jones mi sono ritrovato dopo dieci pagine con la matita in mano a sottolineare gli errori; l’unico divertimento alla fine era questo, visto il contenuto assai banale del libro.
L’ultimo libro che abbiamo comprato? È un segreto.
Per concludere è necessario un chiarimento. Il libro non sostituisce la vita e l’esperienza diretta. Il libro è presente prima durante e dopo la vera vita, ci accompagna. Ma se in talune circostanze estreme la vita non è degna di essere vissuta ci sono libri che saranno sempre degni di essere letti. E scritti.

Onora il padre

lunedì, 10 dicembre 2007

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Qualcosa in comune dovrebbero pur avere questi due libri se li abbiamo acquistati insieme.
Quello di Philip Roth lo aspettavamo, quello di Tommy Berger ci ha preso di contropiede.
Ad accomunarli non sarà certo la letteratura; troppo squilibrato il paragone e anche poco leale. Essi condividono lo sfondo ebraico, la sua cultura, che per quanto quasi annientata e frammentata regola ancora, con le sue secolari tradizioni prescrizioni e paradossi, la vita attiva e che nelle pagine di Roth sfiora il surrealismo tragicomico, come il grande scrittore ci ha abituato. La somiglianza sta nella presenza centrale della figura del padre (Padre) che nei due libri appare rovesciata.
Philip Roth narra la malattia e l’inevitabile declino di suo padre, Herman Roth, seguendo una partitura spazio-temporale ove le memorie e l’’immanenza della morte e della perdita vanno ad orchestrare una dimensione filiale (Philip ha superato i cinquant’anni mentre accudisce il padre ultraottantenne afflitto da un tumore al cervello).
Tommy Berger narra le sue disavventure finanziarie e la perdita delle sue fortune (conquistate in una vita di lavoro che va dal caffé Hag all’acqua Fiuggi sino alla Levissima) a causa di un figlio avido che cova rancore e odio.
“Mio figlio ha fatto un sacco di soldi. I miei.” Questa la sintesi feroce di Berger.
Forse se Roth figlio è quello che è lo deve in gran parte alla letteratura, all’esercizio della scrittura, e della lettura.
La letteratura ci salva?
Berger invece non aveva molto tempo per praticarla, troppo impegnato ad accumulare dollari, e del tradimento del figlio non sa farsene una ragione e l’unico modo per farsela, alla fine, è quella di scriverci un libro per raccontare al mondo l’assasinio di un padre.
Se la vita, la vera vita, del possibile e dei possibili, sta nella letteratura nulla potrà più sconvolgerci o scandalizzarci.
Quali figli ci sono toccati in sorte? Quali padri ci sono toccati in sorte?
Sono domande bibliche ancora attuali e determinismo ambientale relazioni cause-effetto genetica ereditarietà sociologismi recentissimi psicologismi psicoanalisi antropologie assistenti sociali insegnanti di sostegno preti avvocati giudici di tribunale non possono competere con la sottile vivisezione della letteratura.
Per il resto, ciascuno è di fronte alla propria coscienza, più o meno falsa, più o meno vera.

Biografie

lunedì, 5 novembre 2007

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Oggi si scrivono molte biografie ove si proiettano il glamour, il successo, la dimensione vincente, sul passato. Ci sono autori che salgono sulla macchina del film “Ritorno al futuro”. Il presente illumina la ricerca di certi “storici” che non essendo in grado di scovare luci nascoste nel passato, o non avendo dimestichezza con archivi e biblioteche, si accontentano di lavorare sul sicuro, sia nei contenuti dei loro libri che sulle eventuali vendite degli stessi. Non sono propriamente cacciatori o costruttori di miti, non ne hanno forse la capacità, ma una volta individuato un personaggio sul quale si sono sedimentate certezze e consenso ci scrivono su. Naturalmente da queste biografie spesso impariamo ben poco, a parte una retrodatazione di gossip che vorrebbe dimostrare l’appartenenza ad un certo entourage o élite globale che restringe il mondo ad una manciata di nomi e di luoghi comuni.
Sono giornalisti, in genere, a gettarsi in queste avventure biografiche-letterarie , redditizie per loro e i loro editori ma impoverenti per molti di noi.
Sono biografie politicamente corrette o con un brivido scandalistico studiato a tavolino.

Una sosta in libreria

giovedì, 25 ottobre 2007

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Mattina in libreria

lunedì, 10 settembre 2007

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La prima morte

mercoledì, 15 agosto 2007

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QUI GIACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
MORTA DI DOLORE
PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
FRATELLINO PINOCCHIO

In questo episodio della favola di Pinocchio il burattino protagonista piange tutta la notte, la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre sul marmo mortuario che ricopriva il corpo sotterrato della Bambina dai capelli turchini. Qui, su questa tomba, una volta sorgeva una casa, la Casina bianca, che ora non c’è più. Pietro Chiostri, con il suo pennino, mi presentava quest’episodio con una tristezza esangue e senza luogo e nello stesso tempo mi salvava dalla visione della Bambina morta che per me sarebbe stata insopportabile. Solo una lastra di marmo con la croce, disegnata con la china, fu per me il primo aperitivo della morte.
Ma nella favola c’è qualcosa di ancora più terribile: l’impiccagione di Pinocchio a un ramo della Quercia grande.
L’agonia è lunghissima e il burattino, sbatacchiato dal vento per lunghissime ore, arriva alla fine del viaggio, dopo indicibili sofferenze, nel luogo dell’incertezza della morte. Lasciamo perdere poi i quattro spaventevoli conigli-becchini neri come l’inchiostro!
Ma non finisce ancora qui. La morte non è solamente esperienza risolutiva e finale.
La paura di morire ha una sua durata e, molte volte, essa sembra interminabile.
Pinocchio, inseguito dai noti assassini, corre dapprima per quindici chilometri per rifugiarsi su un’albero e poi ancora, per tutta la notte, per campi e vigneti.

Dentro il “Cuore”

domenica, 13 maggio 2007

cuore

Il 15 ottobre del 1887, data di apertura delle scuole, l’Italia fu inondata di “Cuori”.
Nel 1923 il libro Cuore di Edmondo De Amicis raggiunse la milionesima copia e 18 traduzioni.
Agli albori degli anni Sessanta era ancora lì, sui nostri banchi, a commuovere sempre meno scolari mentre la consunta bandiera tricolore si tormentava sul tetto della nostra scuola pascoliana.
Bisogna accontentarsi.
Anche noi abbiamo avuto, ma piccolo piccolo, il mito del sangue e del suolo.
Il racconto mensile Sangue romagnolo entrava nell’aula e nella cucina estiva della nonna che mi imponeva gli esercizi di lettura delle vacanze, portandosi dietro le dense nebbie romagnole e le distese buie e piatte della campagna. Il Muratorino era un nome e non un mestiere.
Sul racconto Sangue romagnolo io ho sempre coltivato un dubbio che non ho mai voluto comunicare al maestro Rosa per vergogna e per paura di apparire stupido ed essere deriso dai compagni. Nel racconto deamicisiano la nonna paralitica di Ferruccio, lo scapestrato ragazzo di tredici anni protagonista della storia, è sola in casa. Quest’abitazione “non aveva accanto che una casa disabitata, rovinata due mesi prima da un incendio, sulla quale si vedeva ancora l’insegna d’un’osteria. Dietro la casetta c’era un piccolo orto circondato da una siepe, sul quale dava una porticina rustica; la porta della bottega, che serviva anche da porta di casa, s’apriva sullo stradone. Tutt’intorno si stendeva la campagna solitaria, vasti campi lavorati, piantati di gelsi”. Come avrebbe potuto Ferruccio in mezzo a questa campagna deserta aver fatto a sassate con i compagni – ma dove mai abitavano questi compagni? – per poi tornare a casa sporco e infangato a tarda notte io non l’ho mai capito. Quando si scrive per i ragazzi non li si può prendere in giro così, bisogna essere precisi.
In realtà Ferruccio se ne stava tutto solo, solo come un cane, in quella terra dei morti nella “bassa” semipaludosa tra Ravenna e Forlì e le sassate forse era costretto a darsele da solo, non aveva compagni con cui giocare ed aveva una nonna che non era minimamente confrontabile con la mia.
Cosa mai aveva fatto di tanto male Ferruccio per meritarsi una pugnalata mortale?